IL LAGO DELLA MEMORIA

DOCUMENTI E TESTIMONIANZE DELLA GUERRA NELL’AQUILANO

 

 

a cura della classe V sezione A

Liceo Scientifico "M.O.Andrea Bafile"

L’Aquila

 

  

 

 

"L'acqua limacciosa della memoria,

dove tutto ciò che cade si nasconde.

Se la si muove,

qualcosa torna a galla ".

(Jules Renard, Diario 1887-1910)

 

 

 

UNA BREVE PREMESSA

 

 

Il seguente studio, frutto di una normale esercitazione scolastica, è stato da noi realizzato allo scopo di ricostruire l’esperienza dell’ultima guerra, in particolare nel periodo più difficile per l’Italia, dall’armistizio dell’8 settembre ‘43 fino al 25 aprile ‘45, giorno della definitiva liberazione del nostro paese dal nazifascismo e dall’incubo stesso della guerra.

Dopo aver attinto le informazioni necessarie per inquadrare storicamente questo particolare periodo del Novecento, abbiamo chiuso i libri e abbiamo cominciato a lavorare "sul campo", alla ricerca di documenti e di testimonianze dirette.

Per quanto riguarda i documenti, abbiamo raccolto una mole davvero imprevista di fotografie, atti ufficiali, lettere private, giornali e riviste, diari personali, oggetti d’epoca. Questa documentazione - che in parte è venuta ad arricchire il presente volume - era variamente conservata in abitazioni private, spesso sepolta sciattamente fra le cose inutili, o talvolta custodita gelosamente dai proprietari : in ogni caso, comunque, era destinata a rimanere sconosciuta se - muovendoci in gruppi di due-tre persone, come in una specie di divertente "caccia al tesoro" - non l’avessimo aiutata a riemergere da bauli, cassetti, cantine e bassi polverosi.

Per quanto riguarda le testimonianze orali, le domande che abbiamo rivolto ai nostri interlocutori sono state formulate essenzialmente allo scopo di comprendere, muovendoci nell’ambito di un’indagine su scala locale, le connessioni tra macro e micro-storia : dunque, quali erano le condizioni generali di vita del tempo, come furono vissuti nel particolare i maggiori eventi del periodo, quali furono infine i rapporti tra le popolazioni abruzzesi e gli stranieri, Inglesi ed Americani da una parte e Tedeschi dall’altra. Abbiamo voluto principalmente far luce su aspetti della realtà bellica apparentemente marginali e trascurabili, ma che comunque ci potessero aiutare a ricostruire, se non a "rivivere", quale sia stata l’autentica esperienza dei civili.

Abbiamo tentato insomma di acquisire una conoscenza del secondo conflitto mondiale seguendo la pista originale tracciata dai racconti, davvero sofferti e sentiti nonostante gli oltre cinquant’anni trascorsi, di persone comuni, di uomini e donne normali il cui vissuto poteva sembrare privo di interesse storico.

E’ stata nostra intenzione dar voce a coloro che, pur conservando in sé un ricco patrimonio di informazioni e di esperienze, non avevano avuto mai modo di parlarne per il semplice motivo che nessuno si era preoccupato di ascoltarli.

E facendo questo, abbiamo anche capito un po’ meglio noi stessi.

In definitiva, questa esperienza didattica ci ha fatto comprendere fino in fondo quanto scriveva Georges Lefebvre a proposito della memoria storica : "La storia è, in ogni momento, la memoria del genere umano, cui dà coscienza di se stesso e della sua identità, posizione nel tempo e continuità."

Federica Feliciani :

"Mentre guardo quel vecchio seduto di fronte a me e vedo i suoi occhi diventare lucidi per le lacrime che a stento riesce a trattenere, non posso fare a meno di ammirarlo e di sentirmi in colpa per avergli fatto rivivere quei momenti (...) Quello che doveva essere un noiosissimo pomeriggio, trascorso in casa per soddisfare il "sadismo" del mio prof. di storia, si è trasformato in un momento magico che mi ha visto assistere alla rinascita di un uomo (...) Posso dire che ora conosco la storia molto più di quanto l’avrei conosciuta studiandola per una settimana intera sui libri di testo."

 

Goffredo Pandolfi :

"Questa volta mi sono imbattuto in un qualcosa che mi ha segnato. Sono arrivato a provare emozioni nuove, la storia ha avuto per me un senso diverso. Le vicende lette sui libri non sono più così lontane. Avevo la storia vicino a me e non lo sapevo (...) Ci si sente come un anello di congiunzione, come il portavoce di gente che non ha più la parola. E’ come sentirsi investito di un compito importante : tirare fuori la vita dalla morte."

 

Riccardo Gizzi :

"Abbiamo provato l’emozione di cercare e di trovare dei documenti, delle foto, delle lettere che, molte volte, erano nascoste in fondo a dei bauli polverosi e logorati dal passare del tempo (...) Attraverso questa ricerca sono riuscito, in un certo senso, ad immedesimarmi e a vedere attraverso gli occhi della gente quello che loro videro tanti anni fa."

 

 

Leda Di Nicola :

"C’è tutta la mia soddisfazione nel tracciare una storia dei "piccoli uomini" parallelamente alle tante già narrate dei "grandi."

 

Matteo Micozzi :

"Ho avuto la possibilità di sperimentare quello che prova uno storico quando cerca di riunire tutti i pezzi di un puzzle infinito e sempre incompleto (...) Ogni volta che sentiamo parlare i protagonisti del passato, vediamo nei loro occhi una luce particolare, i loro racconti sono così spontanei che riescono a farci capire al volo tutti i sacrifici che erano costretti a fare per un tozzo di pane o un sorso d’acqua. Sanno spiegarci cosa significhi veramente essere felici (...) Oggi serve ben altro per provocare simili emozioni."

 

Alberto Moretti :

"Più leggiamo e cerchiamo di capire, più la nostra curiosità aumenta (...) Nella nostra stanza adesso non siamo più soli, siamo circondati da voci e frasi che seppur "vecchie" sembrano profondere freschezza per rimanere ancora un po’ con noi (...) Quel passato ci ha sedotti (...) Il bello di una ricerca storica è proprio questo. Il bello è sentire ancora quegli odori, è vedere ancora quelle foto, è ascoltare di nuovo quegli occhi che torneranno a tacere una volta riposti in un cassetto."

 

Luca Lamanna :

"Attraverso questa ricerca ho scoperto che molte persone a me vicine, addirittura dei parenti, hanno dato il loro contributo a vicende che io ho letto solo nei libri di storia (...) Vorrei ricordare una frase di un signore con cui abbiamo parlato : "la memoria di un anziano è come un registratore, ma il registratore non funziona senza pile"; mi sembra chiaro che noi dobbiamo svolgere la funzione delle pile per poter accendere il "registratore della memoria"."

 

 

 

Francesco Urbani :

"Una banale ricerca di storia che forse sarebbe rimasta "seppellita" tra le varie scartoffie di un professore un po’ troppo esigente o nell’archivio impolverato di un liceo, ha assunto una funzione magica (...) A volte anche una banale fotografia può suscitare emozioni e sensazioni."

 

Simone Iannucci :

"I fogli che visioniamo a prima vista sembrano carta morta, invece leggendoli attentamente mi accorgo quanto potessero esprimere (...) Guardare il volto trasognante dei nonni che ricordano con amarezza gli effetti della guerra è un’espressione unica. Verissima è l’affermazione : "Il sapere dei vecchi è la memoria dei giovani."

 

Matteo Marotta :

"Il piacere sta nel far rivivere sotto i nostri occhi una foto, un documento o una lettera polverosa ritrovata in un baule o in un vecchio cassetto, e nel provare a "risentire" all’interno di noi delle sensazioni già provate da altre persone attraverso un oggetto che si carica di tutte le nostre emozioni."

 

 


 

 

L’ITALIA IN GUERRA

10 giugno 1940 - 25 luglio 1943

 

"Dulce bellum inexpertis"

La guerra è dolce per chi non la conosce

(Erasmo da Rotterdam)

 

 

Il 1° settembre 1939, con l’attacco alla Polonia, la Germania aprì la rassegna degli orrori della seconda guerra mondiale.

Il 10 giugno 1940, dopo dieci mesi di non belligeranza, Benito Mussolini - convinto della brevità del conflitto e di una vittoria certa - nel suo noto discorso al popolo italiano, tra le rituali espressioni retoriche relative alla potenza ed alla grandezza della nostra nazione, annunciò testualmente : "Un’ora segnata dal destino, batte il cielo della nostra Patria, l’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che in ogni tempo hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l’esistenza medesima del popolo italiano. (...) La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano : Vincere ! E vinceremo ! "

Il discorso, tenuto come di consueto dal balcone di Piazza Venezia in Roma, fu ascoltato anche all’Aquila da una gran massa di persone convocate per il tardo pomeriggio in Piazza del Duomo, come avveniva per i più importanti avvenimenti che interessassero il Paese.

In attesa che gli altoparlanti, sistemati sui balconi delle abitazioni e degli uffici che si affacciano sulla piazza, iniziassero a diffondere il fatidico discorso della dichiarazione di guerra, i presenti, molti dei quali in divisa fascista, intonarono inni bellicosi, senza badare né ai timidi moniti degli oppositori del regime, né all’apprensione di tutte quelle famiglie che in quel momento avevano uomini in servizio di leva.

Infatti, se l’atmosfera che regnava tra i ragazzi e tra i fascisti più faziosi era percorsa da un incosciente entusiasmo, su tutti coloro che avevano vissuto la tragedia della prima guerra mondiale, e che erano consapevoli degli aspetti più crudi e terribili della guerra, calò il peso di una profonda angoscia.

Le madri, in particolare, ben consapevoli degli orrori della guerra già nel ‘39, alle prime voci di un imminente coinvolgimento dell’Italia nel conflitto mondiale, avevano cominciato a piangere il triste destino dei figli: molte di loro, infatti, poco più che ragazze, avevano perso i padri ed i fratelli durante la precedente Grande Guerra.

E’ dunque comprensibile che il loro primo istinto fosse quello di preservare i propri figli da quell’inconcepibile atrocità. Ed è significativa, ad esempio, l’esortazione rivolta da una madre di Cesaproba alla propria figlia a non fidanzarsi per sfuggire ad un dolore certo ed amaro.

Al contrario, l’entusiasmo dei giovani per una guerra di cui non si valutava minimamente la portata era forse l’aspetto più tragico di quella "spensieratezza idiota" nella quale, come ci ha detto lo storico Alessandro Clementi, era stata formata la gioventù sotto il fascismo.

In effetti, la cura che il regime aveva dedicato alla gioventù era stata notevole ed aveva sortito anche effetti positivi riguardo alle attività sportive, ricreative e culturali. Lo stesso obbligo di indossare una divisa scolastica uguale per tutti aveva azzerato, almeno esteriormente, le forti differenze sociali.

Tuttavia, lo scopo principale perseguito dal fascismo era stato quello di irreggimentare, spersonalizzare, incasellare la gioventù italiana, che veniva abituata fin dall’infanzia a seguire con enfasi tutte le manifestazioni del regime, ed in particolare a confidare nella forza della propria "giovinezza", come testimonia l’inno più in voga dell’epoca.

E’ evidente come la popolazione, e soprattutto le nuove generazioni - quelle che avrebbero dovuto combattere l’eventuale guerra - fossero state sapientemente diseducate non solo da un punto di vista strettamente politico, ma in generale fossero state manipolate a tal punto da cancellare in loro ogni parvenza di senso critico.

Da anni la scuola fascista - particolarmente strumentalizzata dal regime - si era impegnata in ogni modo a convincere i giovani che il nostro fosse il migliore sistema politico, il più efficiente, il più solido o addirittura l’unico possibile, e che le democrazie degli altri paesi erano talmente deboli, che presto sarebbero crollate miseramente.

Indicativo è il fatto che sulle pagelle scolastiche comparisse la voce "costume e cultura fascista", e non si tratta certo della sola manifestazione inneggiante allo strapotere del P.N.F. Il sabato (naturalmente "sabato fascista") era d’obbligo indossare la divisa fascista, che aveva caratteristiche diverse a seconda dell’età di chi l’indossava. Il pomeriggio ci si riuniva in gruppi rionali, e gli studenti venivano immancabilmente sospesi dalle lezioni (o i lavoratori dal proprio impiego) in caso di assenza ingiustificata. A fine anno, veniva organizzato un saggio ginnico cui la popolazione scolastica doveva necessariamente prender parte: chi non vi fosse ammesso (salvo esonero) rischiava di essere respinto.

Il tutto era stato ampiamente condito da quelle che ancora Clementi definisce le "amplificazioni eroicomiche" della propaganda.

Prima del 10 giugno l’azione di propaganda in favore della guerra era divenuta incessante e l’ambiente scolastico, in particolare, era stato martellato da slogans contro la Francia, rivendicanti l’italianità di Nizza, della Savoia e di altre terre confinanti. Era stato contemporaneamente diffuso un profondo disprezzo nei confronti di tutto ciò che fosse "inglese", dalla stessa lingua stessa, che non veniva studiata, fino ad arrivare ai manifesti propagandistici, in cui i soldati inglesi venivano dipinti senza eccezioni come dei cinici oppressori.

Un altro illustre storico aquilano, Raffaele Colapietra, aggiunge che grazie a quella propaganda che spacciava per vera l’immensa potenza italiana sul piano militare, la guerra veniva presentata ai giovani non nella sua drammatica autenticità, ma in una vitalistica ottica "sportiva", cioè in termini di sfida, invincibilità, risorse di energia e così via.

Lo stesso antifascismo pre-bellico "popolare" mancava, infine, di ogni spessore ideologico ed era stato soprattutto espressione di un malessere "fisico", di un rigetto per tutte quelle manifestazioni di regime (adunata del sabato, saggi ginnici, preparazione militare) obbligatorie e mortalmente noiose. La quasi totalità dei giovani non era riuscita insomma ad avere quello stimolo, quello sprazzo di luce critica che avrebbe permesso di cominciare a prendere le distanze da una realtà che certamente non si faceva garante della loro libertà di crearsi un laborioso futuro di pace. Afferma ancora il professor Alessandro Clementi: "Mancavano i canali di raccordo fra quel poco di antifascismo che c’era e noi giovani. Era raro, e del tutto casuale, che il nostro pensiero potesse avvicinarsi a quello di chi osteggiava il regime; si trattava di un percorso molto difficoltoso".

Non stupisce dunque che all’annuncio della guerra, fiduciosi nelle possibilità di una guerra-lampo e incoraggiati peraltro dai fulminanti successi tedeschi, quasi tutti pensassero che il conflitto si sarebbe risolto vittoriosamente ed in pochissime settimane.

La parola "guerra" era ormai sulla bocca di tutti, mentre nei cuori cresceva la convinzione nella mussoliniana parola d’ordine "Vincere ! E vinceremo ! ".

La realtà bellica cominciò a farsi strada tra la popolazione con l’arrivo delle cartoline di richiamo alle armi. Ma il primo duro colpo al clima di diffuso ottimismo che regnava nel Paese fu inferto appena quattro giorni dopo la dichiarazione di guerra, il 14 giugno, allorché la città di Genova venne bombardata dal mare dalla flotta anglo-francese. Già in quella occasione, la guerra moderna svelava per intero il suo nuovo volto, dimostrando che morte poteva cogliere indifferentemente ed impietosamente tanto i soldati al fronte quanto i civili, decimati dai bombardamenti.

L’attacco italiano contro una Francia già agonizzante iniziò il 20 giugno ed ebbe termine il 24 con la replica di un armistizio che Parigi aveva già firmato due giorni prima con i tedeschi. L’attacco italiano era stato talmente limitato da essere definito nei diari di Goebbels "non una guerra, ma uno scontro di pattuglia.".

Eppure, appena quattro giorni di guerra ci erano costati 631 morti, più di 2.600 feriti, 616 dispersi e oltre 1.100 prigionieri.

E anche nella nostra città una pur minima coscienza di ciò che stava accadendo al fronte si ebbe allorché giunse, come un macigno, la notizia della prima vittima aquilana, Lelio Giancarli, partito volontario e caduto sotto il fuoco nemico lungo i confini italo-francesi.

Purtroppo, notizie di questo genere divennero sempre più frequenti a partire dall’apertura del fronte in Africa settentrionale, dal dispiegarsi della guerra sui mari e soprattutto dalla nostra invasione della Grecia (ottobre 1940) e della Jugoslavia, disastrose iniziative che comportarono unicamente immani disastri militari ed innumerevoli vittime. Per non parlare della campagna di Russia, nella quale scomparvero in circostanze drammatiche altre migliaia di giovani italiani.

A queste dissennate avventure militari volute dal fascismo, l’Abruzzo intero e la nostra città in particolare hanno contribuito notevolmente in termini di caduti e prigionieri di guerra, di sacrifici e sofferenze d’ogni genere.

Dinanzi a una guerra così disastrosa, non è difficile immedesimarsi nella gravissima condizione psicologica delle nostre popolazioni, angosciate peraltro dalla totale mancanza di notizie dei propri cari che erano al fronte o in prigionia.

Ciò nonostante, durante il biennio ‘41-’42, a differenza di altre città italiane fortemente colpite dal cielo, le nostr città abruzzesi godettero di una relativa tranquillità, non venendo turbate da alcun evento bellico diretto.

Nella nostra zona il primo anno di guerra non comportò neppure - come del resto in tutta la penisola - sensibili disagi in quanto ad alimentazione ed abbigliamento, poiché si poteva ancora attingere alle scorte dell’ultima annata agraria ed alle riserve dei magazzini e dei negozi. Ed inoltre già prima del 10 giugno ‘40 le famiglie si erano preoccupate di mettere da parte provviste di generi alimentari e di altri materiali di prima necessità.

Con l’andar dei mesi, però, le forze armate dislocate sui molti fronti apertisi vennero ad assorbire progressivamente le giacenze dei prodotti, a tutto danno di una popolazione ormai costretta a versare peraltro agli "ammassi" obbligatori le eccedenze dei raccolti.

Inevitabilmente si rese quindi necessario il razionamento dei generi alimentari, disciplinato dalle ben note "tessere annonarie", mediante le quali gli intestatari potevano ottenere quantitativi di alimenti, peraltro scarsi e scadenti, sottoponendosi ad estenuanti e lunghissime file davanti ai centri di distribuzione.

La guerra degli Aquilani, come ci ha detto ancora Clementi, è stata essenzialmente una guerra contro la fame, una lotta per la sopravvivenza per mangiare a malapena una volta al giorno, una lotta combattuta davanti ai negozi per l’acquisto dei generi razionati (come il pane) o di quelli a libera vendita (latte, patate). Ma la ressa era già notevole alle prime luci dell’alba e spesso si tornava a casa a mani vuote a causa dell’esaurimento delle merci.

Data la penuria di alimenti, non stupisce che i genitori, rinunciando alla propria porzione, si sacrificassero volentieri affinché i figli avessero un boccone in più da mettere sotto i denti; ma i ragazzi non sempre ne comprendevano il motivo, e giudicavano sciocchi quei genitori che mostravano di non saper apprezzare il gusto del cibo...

Inoltre, nonostante che lo spietato razionamento limitasse in maniera estremamente rigida i consumi, in ogni famiglia si cercava inoltre di metter da parte qualcosa da inviare ai propri cari impegnati sui fronti.

Sempre per assecondare lo sforzo bellico, si accentuarono anche le requisizioni delle stoffe, del bestiame e dei metalli (ferro e rame), che privarono molti cittadini persino delle pentole per cucinare.

Particolarmente drammatica, a memoria degli intervistati, fu la campagna per l’"oro alla Patria", durante la quale si dovettero consegnare persino le fedi nuziali, ricevendone in cambio un anello di ferro con incisa la data della donazione. E’ peraltro diffuso il sospetto che l’oro, il rame, il ferro e la lana raccolti per sostenere l’impegno bellico italiano, non siano sempre giunti a destinazione, ma che abbiano talvolta fatto la fortuna di qualche profittatore che se ne impossessò sfruttando i sentimenti patriottici dei cittadini.

Naturalmente, col passar del tempo gli eventi bellici portarono ad ulteriori restrizioni, come il razionamento del consumo di energia elettrica e dei combustibili.

Su invito delle stesse autorità, si estese inoltre la prassi "autarchica" di sfruttare il più piccolo pezzo di terra disponibile che potesse essere adibito a una proficua coltivazione agricola con la quale integrare le risorse alimentari.

Si diffusero ovunque i cosiddetti "orti di guerra", da realizzarsi, secondo le disposizioni statali (da noi rinvenute in un documento del Comune di Calascio), nelle "aree fabbricabili in attesa di utilizzazione, nelle aree di demanio pubblico, nelle superfici libere di parchi o di giardini, anche appartenenti a privati, ed in generale nei relitti di terreni situati entro il perimetro dei centri abitati e nelle loro immediate vicinanze".

Gli orti venivano distinti in orti "di famiglia", "collettivi" e "aziendali" e la loro importanza veniva enfatizzata anche da una canzonetta dell’epoca intitolata proprio "L’orticello di guerra" e spesso ripetuta nei programmi radiofonici.

Una grande aiuola coltivata a grano fu organizzata all’Aquila nei pressi della Fontana Luminosa, dove oggi sorge l’hotel "Castello". Sui balconi e sulle terrazze venivano inoltre allevati polli, piccioni, conigli, racchiusi in apposite stie.

E mentre gli Italiani riscoprivano la loro secolare "arte di arrangiarsi", non tardò a diffondersi, purtroppo, anche il triste fenomeno del mercato nero, presso il quale si acquistavano prodotti non altrimenti reperibili e non ottenibili col tesseramento. I prezzi imposti dai profittatori erano ovviamente assai elevati, perché stabiliti facendo leva sul generale stato di assoluta necessità. In tal modo, come ci ha detto qualcuno, "la guerra chi ha arricchito e chi ha spiantato".

Naturalmente le merci vendute al mercato clandestino (preferibilmente con pagamento in oggetti di valore come oro o vestiario) non erano alla portata di tutti e quindi, per una popolazione prevalentemente ridotta allo stremo neppure esse potevano rappresentare una via di scampo alla fame.

A ciò si aggiunga che le continue partenze di uomini per il fronte, riducendo redditi e manodopera disponibili, accrebbero i problemi di sostentamento delle famiglie, già oppresse dal costante innalzamento dei prezzi al consumo sia sul mercato regolare sia e soprattutto sul mercato nero.

Va precisato tuttavia che, poiché l’Italia basava all’epoca la propria economia essenzialmente sull’agricoltura, le ristrettezze furono di maggiore entità nei grandi e medi agglomerati urbani. Al contrario, i piccoli centri, pur essendo ostacolati nel commercio dei loro prodotti dalla riduzione o addirittura dalla totale scomparsa dei mezzi di trasporto, avevano tuttavia maggiori possibilità di autosostentamento alimentare, mentre restava per loro difficoltoso procurarsi i capi di abbigliamento e gli utensili, più facilmente reperibili nelle botteghe cittadine.

Si diffuse così con naturalezza l’atavica pratica del baratto, anche per la diffidenza di parecchi produttori nei confronti del denaro, non garantito dalla precaria situazione politica e spesso inutilizzabile anche per la scarsezza di beni in commercio.

E così divenne quotidiano anche il via vai di residenti dai grandi centri verso la periferia agricola, a piedi o sfruttando ogni mezzo sfuggito alle requisizioni : le bibiclette innanzitutto, ma anche mezzi di fortuna come le carrozzine per i bambini, che fungevano da veri e propri carretti per il "trasporto merci". Naturalmente, poiché la fame non conosce riposo, si dovettero affrontare tali spostamenti sia nella bella sia nella brutta stagione, ed è immaginabile quanto potesse essere disagevole raggiungere in pieno inverno paesi montani come Camarda o Collebrincioni.

I generi alimentari venivano scambiati soprattutto con vestiario, oggetti di arredamento e simili, ma le ricche famiglie aquilane offrivano anche pentolame, posate ed altre suppellettili propriamente "casalinghe" in cambio di farina o carne. Anche molti artigiani (come sarti o falegnami) presero a scambiare le loro prestazioni con qualche genere alimentare.

In tal modo, con un’incredibile sovvertimento sociologico, i contadini diventavano i "nuovi ricchi" e il baratto veniva a rappresentare in qualche modo la vendetta della campagna contro la città. Nè mancarono contadini che non volendo vendere nulla, nonostante le implorazioni, minacciarono con asce o forconi cittadini troppo insistenti.

Altra significativa rivoluzione sociale dovuta alla guerra fu una progressiva e marcata femminilizzazione del lavoro. Infatti, il richiamo alle armi degli uomini di molte classi di età aveva fatto sì che i posti di lavoro da essi occupati restassero liberi, rendendo necessario l’impiego di manodopera femminile negli uffici e nelle aziende. Ed anche molti giovani studenti, non ancora in età di leva, preferirono interrompere gli studi per essere assunti in servizio al posto dei lavoratori più anziani impegnati nel conflitto.

Così come la fame, anche il freddo fu davvero intenso negli anni di guerra, a causa delle ristrettezze economiche e della scarsezza di combustibili. Nelle fredde sere d’inverno si usava porre sotto le coperte il braciere nel "prete", per riscaldare le lenzuola o, in alternativa, si adagiava per brevi periodi lo "scaldaletto" sulle coperte. Nei paesi si trascorrevano le giornate nelle stalle, sfruttando il calore emanato dagli animali.

Spesso neanche i vestiti erano adatti ai rigidi climi invernali, benchè ci si arrangiasse a cucire abiti utilizzando la stoffa delle coperte militari, col filo ricavato sfilando i preziosi merletti dei corredi nuziali. In generale, l’abbigliamento era quanto di più misero si possa immaginare : le calze si realizzavano con la lana di pecora, giacche e cappotti ormai logori venivano "rigirati", le scarpe erano di pezza e sughero o addirittura di legno (si realizzavano scarpe anche usando la pelle delle borse o il tessuto di vecchi tappeti).

Ricordano alcuni intervistati come, allora giovinetti, venissero invitati dagli adulti a sopportare i disagi pensando ai soldati al fronte e a tutti quei civili, come sfollati e sinistrati di guerra, che versavano in condizioni ancora peggiori. Da notare in proposito che molti sfollati provenienti dai paesi dell’Alto Sangro, da Napoli e persino da Livorno erano ospitati all’Aquila nei locali della scuola "De Amicis" e assistiti da giovani volontari.

Trascorsero così gli anni 1941 e 1942, tra le ristrettezze delle popolazioni e la perdite di vite umane e di territori. I disagi crescevano di giorno in giorno, in relazione al perdurare della guerra e al suo andamento negativo, nonché alle crescenti esigenze dell’esercito.

Benché i bollettini di guerra ufficiali trasmessi dalla radio annunciassero ancora alla fine del 1942 continui successi delle nostre truppe, ascoltando la clandestina "Radio Londra" si poteva ormai apprendere come realmente andassero le cose. Per questo, chiunque fosse sorpreso all’ascolto rischiava l’arresto.

Il professor Colapietra ci ha fatto notare in proposito che all’epoca ci si teneva informati molto più di oggi (attraverso notiziari radiofonici, bollettini di guerra, giornali), proprio perché per anni il fascismo aveva educato a questa sensibilità. Lo stesso ascolto clandestino di radio Londra (che smentiva tutte le notizie di vittoria diffuse dalla radio ufficiale) nasceva quindi paradossalmente proprio da questa educazione all’informazione voluta dal regime.

In una vera battaglia di controinformazione (come suol dirsi, "in guerra la prima vittima è la verità"), la propaganda bellica continuava intanto ad imperversare con vigore.

E’ significativo, ad esempio, un documento da noi reperito : un comunicato dell’Istituto Nazionale della Propaganda pervenuto al podestà di Calascio all’inizio del ‘43 : " Camerati, mentre i nostri valorosi soldati su vari fronti della nostra guerra combattono per il trionfo della giustizia sulla barbarie, è una necessità del momento conoscere le cause del nostro intervento attraverso le forbite parole di Maria Tuminetti nel suo libro "Incontro di due popoli - Mussolini ed Hitler " (...) Ogni pagina farà conoscere a tutti gli italiani i vitali interessi dell’Italia, le ragioni di questa nostra sacra crociata (...) In attesa di un cortese riscontro che valga quale prenotazione - poiché la disponibilità di copie è limitata - fascisticamente vi saluto. Vinceremo! "

 

 


 

 

 

LA GUERRA GIUNGE IN ITALIA

25 luglio 1943 - 8 dicembre 1943

 

Il modo più veloce di finire una guerra è perderla.

(George Orwell)

 

Il disastroso andamento della guerra, con la perdita dell’Africa e il successivo sbarco degli Alleati in Sicilia, provocò il 25 luglio 1943 la caduta del fascismo e l’arresto di Benito Mussolini, nonché la successione del Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio alla guida del governo.

Non si trattava di una vittoria dell’antifascismo: "Il voto decisivo per la caduta di Mussolini - ha notato fra gli altri Mario Cervi - l’avevano dato, prima di Grandi, di Ciano, di Bottai e degli altri, gli sviluppi della guerra".

In effetti, la maggior parte della popolazione auspicava che il fascismo cadesse non in quanto tale, ma in quanto causa di quella guerra sciagurata. E infatti, alla notizia del crollo del regime, la felicità della gente era legata soprattutto alla sensazione che con la caduta di Mussolini la guerra fosse finita.

Ma si trattava solo di un’illusione, perché quello stesso 25 luglio il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio rivolgeva agli Italiani parole che spegnevano ogni entusiasmo legato alla speranza di una rapida fine della guerra: "La guerra continua. L’Italia, duramente colpita nelle sue province invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni. Si serrino le file attorno a Sua Maestà il re imperatore, immagine vivente della patria, esempio per tutti".

La reazione della popolazione civile alla notizia della caduta del fascismo fu la medesima ad Aquila così come in tutta Italia: ebbero luogo limitate manifestazioni per festeggiare l’avvenimento; scomparvero camicie nere, distintivi, immagini, divise; vennero abbattute insegne e monumenti del regime. E mentre si cancellava tutto ciò che facesse riferimento al fascismo, nessuno si dichiarava più fascista, anzi molti si affannavano a dimostrare, contrariamente al vero, di non esserlo mai stati.

Nel frattempo Mussolini, dopo qualche giorno di segregazione sulle isole di Ponza e della Maddalena, venne trasferito a Campo Imperatore, sul Gran Sasso d’Italia : per la verità dapprima soggiornò nell’albergo "La Villetta" alla base della funivia, quindi, per un maggior isolamento, si preferì relegarlo presso l’albergo di Campo Imperatore.

Già in precedenza l’albergo era stato utilizzato dalla Milizia fascista: racconta un’intervistata che, nel luglio del ‘43, mentre partecipava a Campo Imperatore ad un "campeggio" della G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio), un gruppo di feriti italiani e tedeschi reduci dal fronte organizzarono nell’albergo un piccolo spettacolo di varietà. L’atmosfera cordiale e serena fu naturalmente raggelata dalla "assurda" notizia della caduta del regime che di fatto portava gli italiani a considerare i tedeschi non più come alleati ma come possibili nemici.

Ancora più traumatica soprattutto per chi, a vario titolo, aveva a che fare con i tedeschi fu però la notizia dell’armistizio, ufficializzata dallo stesso Badoglio alle 19.42 dell’8 settembre ’43 col seguente messaggio radiofonico : "Il Governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle Forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse, però, reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza."

Le reazioni dei civili alla notizia dell’armistizio furono contrastanti : racconta il signor Silvio Cupillari che l’8 settembre si trovava presso il luna park del Castello : "Vi era una gran folla di militari; verso le 19.30 giunse un tizio gridando a gran voce che "era arrivata la pace". Tutti si precipitarono per il Corso, riversandosi nei bar che possedevano un apparecchio radio. Si apprese così la notizia dell’armistizio: alcuni erano contenti, altri si sentivano dei traditori, ma in generale la massa era perplessa: si avvertiva che sarebbe dovuto succedere qualcosa".

Anche stavolta l’impressione dell’opinione pubblica che l’armistizio segnasse la fine delle ostilità fu del tutto illusoria. La fuga del re a Brindisi e l’immediata invasione tedesca (i tedeschi avevano giudicato l’armistizio come un gravissimo atto di tradimento da parte dell’Italia verso la Germania) determinarono infatti tutt’altro che la fine della guerra, ma l’inizio di durissimi scontri di eserciti stranieri nel nostro Paese.

L’aspetto più vistoso del disfacimento dello Stato italiano fu ovunque lo sbandamento dell’esercito, lasciato senza ordini precisi e senza un solido punto di riferimento.

Così, per responsabilità dei vertici dello Stato, la resistenza militare all’occupazione tedesca fu minima e gran parte del territorio italiano, privo ormai di qualunque difesa militare, fu repentinamente occupato da parte delle truppe tedesche, le quali come prima cosa provvidero - anche fuori d’Italia - a disarmare e a deportare in Germania circa 600.000 soldati italiani.

Per quanto riguarda L’Aquila, ex militari del glorioso 18° Reggimento di Artiglieria (come Balduino Di Marzio) ci hanno riferito che con l’approssimarsi dell’armistizio il colonnello comandante fece esplorare le zone del Vetoio e della Piazza d’armi per verificare la presenza di tedeschi e ordinò di schierare a difesa della città una batteria di cannoni. Ma l’azione non fu autorizzata dal comandante del presidio, per cui qualche giorno dopo appena dodici tedeschi disarmarono 2.500 artiglieri, cui non restò che darsi alla fuga per evitare di essere deportati.

E mentre i soldati si misero convulsamente alla ricerca di abiti civili coi quali tornare a casa inosservati, le caserme vennero abbandonate al saccheggio "da parte - ci è stato detto - di persone svelte che ne fecero bottino, e ci fu chi veramente ne ricavò quattrini".

Da quel momento, si ripercossero anche sulle popolazioni civili italiane tutte le nefaste conseguenze dell’applicazione delle leggi di guerra tedesche, e il quadro delle ostilità tra tedeschi e Alleati sul nostro suolo nazionale coinvolse naturalmente anche la zona dell’Aquilano, ove tuttavia non si ebbe un contatto diretto con la guerra operativa, per via della nostra collocazione geografica.

Il 12 settembre 1943, con un’azione militare veramente impressionante per organizzazione, disciplina e determinazione, Mussolini veniva liberato dai tedeschi dalla sua prigionia sul Gran Sasso d’Italia.

Testimoni oculari di tale azione ci hanno riferito che intorno alle ore 14 tutto il territorio della parte Sud del Gran Sasso si trovò invaso da truppe tedesche mimetizzate, modernamente armate e motorizzate: ciò era dovuto al fatto che il comando tedesco era convinto che a guardia di Mussolini vi fossero effettivi ben più numerosi dei circa cento carabinieri e poliziotti che vi erano in realtà.

Ad esempio, il comandante di una compagnia tedesca che aveva occupato la zona di Paganica, non potè nascondere la propria meraviglia quando venne a conoscenza dell’esigua entità della scorta mussoliniana, convinto dell’esistenza di almeno mille armati italiani nella zona del Gran Sasso!

Proprio a Paganica vi fu una nutrita scarica di mitragliatrici tedesche nel largo antistante la chiesa parrocchiale (sono ancora visibili nel muro i fori dei proiettili) perché gli attaccanti scambiarono per un cannone posto a difesa della prigionia di Mussolini una innocua bombarda risalente alla prima guerra mondiale, simbolo bellico di complemento al monumento eretto in memoria dei caduti paganichesi.

L’azione tedesca del 12 settembre fu talmente ben combinata che le truppe di terra - impiegando la funivia del Gran Sasso - giunsero sulla piana di Campo Imperatore contemporaneamente all’apparizione degli alianti che, trascinati da aerei a motore, furono sganciati in modo da poter atterrare nello spazio antistante l’albergo in cui era relegato Mussolini.

Questi fu facilmente prelevato dall’albergo perché la guarnigione italiana non reagì all’azione tedesca, giudicando vana e suicida ogni reazione contro una tanto nutrita forza armata.

Quando il piccolo aereo con a bordo Mussolini sorvolò la citata ampia zona in cui erano dislocate le truppe attaccanti, i militari tedeschi intonarono inni di guerra, concessero colloqui ai civili italiani ed aprirono, con intento dimostrativo, i cofani dei loro autocarri.

Intanto all’Aquila, alla notizia dell’avvenuta operazione aero-terrestre si era creata una gran confusione : tutti correvano affannati per i vicoli, i negozi di turno abbassavano le serrande, e cominciava a serpeggiare la paura di vendette dei fascisti, alcuni dei quali, seppur timidamente, brindarono in qualche bar alla liberazione del duce.

La clamorosa liberazione di Mussolini dal Gran Sasso rese possibile di lì a poco - il 18 ottobre ’43 - la nascita della Repubblica Sociale Italiana (la R.S.I.), la ricostituzione del Partito Nazionale Fascista (P.N.F.) come Partito Fascista Repubblicano (P.F.R.) e la fondazione di una Guardia Nazionale Repubblicana (G.N.R.) che scaturiva dalla fusione di Milizia, Carabinieri e Polizia dell’Africa Italiana (P.A.I.).

Nella prima riunione del governo fascista repubblicano, Mussolini afferma che la perdita di un terzo del territorio nazionale e di tutte le posizioni di oltremare è dovuta ad "un armistizio durissimo, quale non vi fu mai nella storia, concluso all’insaputa degli alleati e quindi attraverso ad un tradimento senza precedenti che basta a disonorare per sempre la monarchia e i suoi complici.(...) Data questa situazione di fatto - continua Mussolini - le direttive che guidano l’azione del Governo non possono essere che le seguenti. Tener fede all’alleanza con le Nazioni del Tripartito, e per questo riprendere il nostro posto di combattimento accanto alle unità tedesche, attraverso la più sollecita riorganizzazione delle nostre forze militari, a cominciare da quelle della difesa contraerea e costiera. Nell’attesa della preparazione di queste forze, che è già cominciata, dare cordiale e pratica collaborazione alle autorità militari tedesche che operano sul fronte italiano."

Di conseguenza, emanando bandi che minacciavano durissime sanzioni, come prima cosa il fascismo repubblicano richiamò alle armi i militari sbandatisi dopo l’8 settembre per procedere alla riorganizzazione dell’esercito.

In questo contesto, alcuni ufficiali italiani (come il maggiore Ermanno Properzi) furono catturati dai tedeschi all’Aquila, concentrati alle Casermette e poi trasferiti a Norimberga per ricostruirvi i quadri delle divisioni italiane in preparazione per combattere a fianco del Reich. Tuttavia il Properzi fuggì dalla Germania, tornò in Italia unendosi ad alcuni partigiani della provincia di Cuneo e rientrò infine all’Aquila.

La R.S.I. tentò di attingere i propri soldati anche fra i numerosissimi militari italiani deportati dai tedeschi in Germania. Ma il rifiuto di quasi tutti quei 600.000 militari internati ebbe quasi dell’incredibile : educati dalla scuola fascista al culto dell’obbedienza, allettati dalla promessa tedesca di poter tornare a casa combattendo al loro fianco, abituati ad arrangiarsi e magari ad imboscarsi nelle retrovie, uno per uno, senza colonnelli e suggeritori, ebbero il coraggio di dire no, rinunciando alla casa e alla famiglia, affrontando sofferenze, fame, fatiche e violenza. E per venti mesi continuarono ogni giorno a dire no, nonostante le intimidazioni e la coscienza della morte che colpiva di continuo i loro compagni. Alla fine furono circa 50.000 a lasciare la vita (metà per fame e tubercolosi) nei lager, nei cantieri del fronte orientale, sotto i bombardamenti a tappeto delle città tedesche dove sgomberavano le macerie.

E non si trattava solo di un’opposizione "ideologica", quanto piuttosto dell’orgoglioso rispetto di un giuramento che ogni militare italiano aveva fatto nei confronti del re e non nei confronti del duce.

"Il giuramento - abbiamo trovato scritto su un Libretto Personale del Regio Esercito Italiano - è la solenne promessa innanzi a Dio, che ogni militare fa sul proprio onore entrando nelle file del regio esercito di mantenersi fedele al Re, di osservare lealmente le patrie leggi, e di adempiere a tutti i suoi doveri di disciplina e di servizio finché rimane sotto le bandiere. Il militare che infrange il giuramento, oltre ad incorrere nelle pene stabilite dal Codice penale per l’esercito, si macchia d’infamia e viene in obbrobrio a’ suoi compagni d’armi e a’ suoi concittadini."

Con l’occupazione tedesca, spalleggiata dal risorto fascismo repubblicano di Salò, nuovi problemi si abbatterono sulle popolazioni di ogni centro dell’Aquilano. Anche perché, nel frattempo, il fronte di guerra - conteso da due agguerriti eserciti contrapposti, impegnati nella prima risolutiva battaglia per il controllo della "fortezza Europa" - si era stabilizzato lungo la cosiddetta linea "Gustav", che correva dal Garigliano a Cassino e di lì fino alla foce del Sangro.

Per nove lunghi mesi, l’Abruzzo e soprattutto la zona dell’Abruzzo Aquilano divenne così un’autentica retrovia per le truppe tedesche operanti sul fronte. Di conseguenza, ogni centro piccolo o grande del nostro comprensorio, fu presidiato da soldati tedeschi, i quali requisirono i migliori fabbricati per i loro alloggiamenti, nonchè spazi coperti da vegetazione dove disporre i loro automezzi e i loro magazzini di armi, munizioni e carburanti.

Essendo questo schieramento posto a rincalzo della prima linea, nel nostro territorio furono dislocati molti depositi di munizioni, il più consistente dei quali, il deposito "Manfred", fu allestito sul territorio dell’allora delegazione di Lucoli lungo i canaloni della strada che porta verso Campo Felice: qui furono stipate migliaia di mine e di bombe per artiglieria e un numero imprecisato di proiettili per le armi minute.

Una volta radicatisi sul territorio, i tedeschi iniziarono inoltre a rastrellare i vari paesi e città alla ricerca di italiani renitenti alla leva (che non volevano cioè arruolarsi nel costituendo esercito della R.S.I.) e soprattutto di prigionieri di guerra Alleati allontanatisi dai campi di detenzione italiani dopo lo sfascio dell’8 settembre.

In effetti, centinaia di giovani renitenti (o comunque minacciati a qualunque titolo di cattura da parte dei tedeschi) affollavano le soffitte delle case aquilane, oppure erano nascosti in cantine, grotte, cunicoli sotterranei. Nei paesi, i giovani si nascondevano nei pagliai, nelle stalle, nelle grotte, negli anfratti più inaccessibili. Scatenando il proprio ingegno, ci fu chi pensò di sottrarsi ai rastrellamenti nascondendosi nelle canne fumarie dei camini, nelle culle, nelle ceste dei panni sporchi, sotto mucchi di letame e persino nei piloni in cui si raccoglieva l’uva al momento della torchiatura.

Ci fu però anche chi, pur accettando l’arruolamento, seppe tenersi lontano dal fronte con artifici all’apparenza perfettamente legali. Un nostro intervistato, il signor Silvio Cupillari, si sottopose ad esempio ad un intervento di appendicectomia presso l’ospedale civile S. Salvatore, ottenendo così un lungo periodo di licenza, durante il quale, con l’amico Luigi Bruno, si adoperò clandestinamente per sostenere la nascente lotta partigiana.

Anche gli ex-prigionieri alleati, ampiamente aiutati dalla nostra gente nonostante l’enorme rischio che ciò comportava e di cui tutti erano stati informati, venivano nascosti in rifugi isolati, in grotte o stalle, dentro anfratti, legnaie e altri luoghi inaccessibili. E in molti casi i soccorritori dei militari alleati li camuffavano facendo loro crescere baffi e barbe lunghe, facendo loro indossare abiti da contadini, insegnando loro qualche parola in dialetto e portandoli a lavorare nei campi.

Contro questa massa di uomini nascosti, la tecnica dei rastrellamenti era sempre la stessa : i tedeschi circondavano i paesi di notte, posizionavano delle mitragliatrici e all’alba sparavano qualche colpo per annunciare il loro arrivo, prima di procedere all’ispezione delle case.

Oltre ai rastrellamenti, i tedeschi compirono anche frequenti "retate" di cittadini di sesso maschile, soprattutto allo scopo di procurarsi manodopera gratuita. Ogni tanto, senza alcun preavviso, gruppi di uomini di ogni età venivano rastrellati per strada e forzatamente reclutati nella TODT, l’organizzazione tedesca del lavoro creata appunto dall’ingegnere Fritz Todt. Costretti ad indossare un bracciale come distintivo, essi venivano poi impiegati in lavori di fortificazione, nello spalamento della neve e in ogni altra attività manuale utile agli interessi dell’armata occupante.

Nel periodo in questione vennero anche prelevati alcuni nostri concittadini (talora di fede ebraica) che finirono la loro vita nei famigerati campi di sterminio tedeschi. Tra di essi, è stato ricordato nelle nostre interviste il professor Francesco Vacca, un ingegnere con il pallino della fisica che venne deportato in Germania dai nazisti per effettuare studi sulla bomba atomica e del quale si perse ogni traccia.

Naturalmente, data la situazione, soprattutto i primi mesi di occupazione furono pericolosissimi e pieni di insidie : nelle nostre contrade si aggiravano infatti renitenti, soldati sbandati, ex-prigionieri in fuga, partigiani, fascisti repubblichini vestiti da partigiani, tedeschi travestiti da prigionieri, delinquenti vestiti da tedeschi per poter meglio saccheggiare le case. Insomma, c’era ben poco da fidarsi : basti dire che fra i militari tedeschi vi erano numerosi giovani altoatesini che conoscevano bene la nostra lingua, sebbene fingessero di ignorarla, e che erano pertanto in grado di comprendere il significato di eventuali frasi ostili pronunciate contro di loro dai civili.

Intanto, per poter provvedere al sostentamento del proprio esercito, i tedeschi avevano inaugurato l’odiosa pratica della razzia, arrogandosi il dirito di requisire ai civili tutto ciò di cui avevano bisogno. Le razzie avvenivano soprattutto nelle abitazioni di campagna, dov’erano le maggiori provviste alimentari, ma anche in città venivano prelevati dalle case oggetti di valore, oro, mobili, abiti, biancheria.

Anche in questo caso, i civili risposero tentando di sottrarre alle ruberie i loro averi, nascondendoli in luoghi inaccessibili o perfettamente camuffati.

L’effetto di queste razzie fu che il cibo a disposizione dei civili divenne ancora più scarso e scadente.

Pasti molto diffusi durante l’occupazione tedesca furono : pasta nera con lardo soffritto, pasta e fagioli, pasta e ceci, pasta e patate, minestra di farro, fagioli e lardo, polenta in bianco, fave, frittate, patate lesse, involtini di cotica, e raramente carne arrosto o castrato aromatizzata con rosmarino ed altre erbe.

Il pane e la pasta venivano prodotti mescolando farina nera e crusca. Il pane era poco e per giunta di cattivo sapore, tanto che, anche per la sua strana forma, pareva somigliare a del sapone.

La carne veniva consumata raramente perché, piuttosto che macellare gli animali, si preferiva servirsene - quando naturalmente non fossero requisiti dai tedeschi con lo scopo di sfamare l’esercito - per produrre più a lungo possibile degli alimenti : mucche e galline, ad esempio, servivano prevalentemente a produrre il latte (ed i suoi derivati) e le uova.

I pasti venivano infine integrati (e spesso sostituiti) con i frutti spontanei raccolti nei boschi : castagne, funghi, bacche per marmellate ed erbe per minestre.

Con tutto ciò, abbiamo rilevato con una certa sorpresa che la convivenza tra la popolazione e le truppe di presidio (in genere composte da soldati non giovanissimi, sposati e non appartenenti a reparti operativi) fu generalmente buona.

Come Epicuro sosteneva nella formulazione del suo "tetrafarmaco", se un dolore è persistente l’uomo impara a sopportarlo: e così gli Abruzzesi impararono col tempo a convivere con i tedeschi, instaurando con loro un rapporto almeno di sopportazione e di rispetto reciproco, se non in qualche modo di "amicizia".

Non deve stupire più di tanto come in alcuni casi si arrivasse ad una sorta di scambio di "gentilezze" : i civili invitavano i soldati in casa a prendere del tè o del latte, ricevendone in cambio sigarette, sale, zucchero, cioccolato, caffè, caramelle, pane, gallette, margarina e altri generi alimentari di non facile reperimento.

Questi articoli, soprattutto il sale, venivano forniti dai tedeschi anche in cambio di piccoli servizi, come il lavaggio del vestiario o la fornitura di pezzi di sapone. I tedeschi, a loro volta, specialmente nei paesi, scambiavano conserva di pomodoro, scarpe o pastrani militari con un piatto caldo o con cibi locali (uova, salami, prosciutto, formaggio, etc.).

Fra le altre cose, le molte guarnigioni stazionanti nella conca aquilana avevano la consegna di dare il cambio con continuità ai commilitoni del vicino fronte, e di provvedere alla cura e alla convalescenza dei militari feriti. Ogni giorno, infatti, sul far della sera per evitare gli attacchi aerei nemici, vari reparti partivano per il fronte (via Valle Subequa per il Sangro e via Altopiano delle Rocche per Cassino) e tutte le mattine sopraggiungevano reparti sostituiti ed ambulanze cariche di feriti dirette agli ospedali locali disponibili, fra cui l’importante Ospedale Militare tedesco delle Casermette dell’Aquila.

Per far fronte all’emergenza sanitaria, il Comando tedesco si rivolse alla Croce Rossa Italiana, chiedendo infermiere o comunque personale volontario che potesse essere impiegato particolarmente accanto ai feriti non in grado di nutrirsi da soli.

Abbiamo appreso che molti episodi di umanità si consumarono nel pur ristretto ambito di quell’Ospedale Militare, e ci sembra giusto rimarcare che chi si offrì di prestare questo servizio pesante e rischioso, lo fece a titolo completamente gratuito, in nome di una solidarietà che si poneva al di sopra ed al di fuori di ogni pregiudizio di nazionalità, stirpe ed ideologia politica.

A memoria di chi lavorò nell’Ospedale Militare tedesco dell’Aquila, i suoi sventurati ospiti erano tutti giovanissimi: alcuni non avevano più né braccia né gambe, tranciate dalle bombe, altri avevano perso anche la vista. Colpisce molto la storia narrataci dalla signora Elena Cardigno, la quale fece parte di questo piccolo corpo di crocerossine: con evidente commozione lei ricorda, fra l’altro, che un cappellano militare cattolico la pregò di recapitargli segretamente un pacchetto contenente ostie per la Comunione dei feriti cattolici. Questo sacerdote, padre Ercolano Oberkalmsteiner, precisò che il pacchetto le sarebbe stato consegnato all’imbrunire nei pressi della sua abitazione, il che avvenne puntualmente. La signora racconta che sistemò il pacchetto nella camicetta, per consegnarlo poi al cappellano. La grande segretezza con cui si dovette agire era dettata dalla diffidenza dei tedeschi verso i loro militari cattolici (per lo più austriaci e di altri territori annessi).

A proposito della "diversità" degli austriaci, è importante precisare che la terribile fama dell’esercito tedesco (macchina da guerra efficiente, feroce, priva di scrupoli e di pietà) si addiceva soprattutto agli ufficiali prussiani, mentre più volte i soldati semplici - soprattutto austriaci - si mostrarono molto "umani" e comprensivi.

Le condizioni della popolazione, già angosciose per le restrizioni di carattere generale, furono aggravate dall’imposizione del coprifuoco, cioè dal divieto di circolare durante la notte, pena la fucilazione a vista da parte delle pattuglie di ronda. In verità, l’orario fu piuttosto flessibile e specie nei piccoli centri potè essere suscettibile di ampie oscillazioni.

Permessi di circolazione durante il coprifuoco erano concessi, oltre che ai tutori della pubblica sicurezza (forze armate, polizia, vigili del fuoco), a tutti coloro che per lavoro dovevano spostarsi durante la notte : alcuni impiegati postali, i ferrotranviari, gli addetti alla lavorazione del pane, i rivenditori di giornali, alcuni sacerdoti, i medici, gli infermieri e le ostetriche.

Interessante notare che a causa del coprifuoco e della mancanza di energia elettrica, il "tempo di vita" di tutti i giorni venne a ridursi di molto. Paradossalmente, però, i contatti personali risultarono molto rafforzati proprio dalla mancanza di mezzi di comunicazione : pochissimi avevano il telefono, la radio non sempre funzionava per mancanza di corrente elettrica, la televisione non esisteva.

Tale era - per quanto ci risulta - il clima nel quale si visse durante i nove mesi che precedettero l’arrivo delle truppe alleate il 13 giugno 1944.

 


 

 

I NOVE MARTIRI AQUILANI

23 settembre 1943

 

"Sventurata la terra che ha bisogno d'eroi".

(Bertolt Brecht)

 

 

Appena dopo l’8 settembre 1943 e l’occupazione della nostra zona da parte delle truppe tedesche, cominciarono ad avvertirsi aneliti di libertà in molti giovani, che si organizzarono in piccoli gruppi allo scopo di sottrarsi ai rastrellamenti non semplicemente nascondendosi, ma mettendo in atto azioni contrarie ai reparti nemici.

Uno di questi gruppi, composta da una quarantina di giovani aquilani, si procurò delle armi e lasciò la città con l’intento, così pare, di raggiungere i militari italiani arroccatisi a Bosco Martese, nel Teramano. Si trattava di giovani coraggiosi, euforici, forse anche ingenuamente convinti di poter affrontare la guerra da soli, sottovalutando le potenzialità del ben collaudato contingente tedesco.

Si è sempre sostenuto che fu il colonnello Gaetano D’Inzillo a spingere il figlio Bruno a prendere le armi con i suoi compagni e ad andare alla macchia. Altri sostengono tuttavia che lo stesso colonnello fu spinto dal figlio, infervoratosi alla lotta anti-tedesca, a procurare le armi per lui e per il gruppo dei suoi amici.

Sta di fatto, che a differenza di tanti coetanei che preferirono solo nascondersi, quei ragazzi andarono in montagna con le armi in mano.

Testimoni che li videro transitare per via delle Spighe verso la Fontana Luminosa, affermano che avevano volti spaventati, e che alcuni piangevano, e le loro mamme con loro. E riferiscono anche che gli abitanti del quartiere li protessero, stando di guardia nei dintorni per segnalare eventuali presenze di fascisti o tedeschi. Non erano rari, infatti, episodi di delazioni, anche fra intimi o amici, con conseguenze tragiche per mano tedesca, il che imponeva di essere veramente cauti nell’agire o anche nell’esprimere le proprie opinioni.

Gli abitanti di Collebrincioni, un piccolo centro alle falde del Gran Sasso, ricordano l’arrivo di questi giovani che si mostravano euforici ed esaltati forse solo per darsi reciprocamente coraggio.

Purtroppo, alcuni irriducibili sostenitori del vecchio regime avvisarono i tedeschi della loro presenza e la sera stessa della loro partenza, il 22 settembre, li guidarono in paese fino al loro rifugio, nel bosco sopra al cimitero, nascondendosi in un casolare sino al termine dell’operazione di rastrellamento.

Esperti paracadutisti tedeschi circondarono la zona con un serrato cordone di uomini; in questo modo poterono letteralmente intrappolare il gruppo di giovani, insieme con alcuni prigionieri inglesi fuggiti in precedenza dal campo delle Casermette.

Un certo numero di loro venne tuttavia "graziato" poiché non oppose resistenza né imbracciava armi all’atto della cattura : costoro furono infatti condotti presso il Grande Albergo dell’Aquila, dove non ebbero da sopportare nulla più di un ammonimento verbale.

Ma altri nove, presi con le armi in pugno, la mattina del 23 settembre vennero invece subito condotti presso le Casermette dell’Aquila, costretti a scavare due grandi fosse e qui spietatamente fucilati.

A nulla valsero le suppliche dei familiari e neanche l’intervento dell’arcivescovo dell’Aquila Carlo Confalonieri, divenuto poi cardinale, riuscì a salvare quelle giovani vite.

Inoltre, poiché i comandi preferirono non divulgare la notizia dell’avvenuta esecuzione, in città si ignorò a lungo la sorte toccata ai giovani : alcuni sospettavano che fossero stati fucilati, altri invece pensavano che fossero stati trasferiti in Germania. Quasi quotidianamente vi erano persone che raccontavano di aver visto alcuni dei ragazzi da qualche parte, o addirittura che qualcuno di essi avesse scritto una cartolina a casa; ma per lo più erano notizie fatte circolare dai fascisti repubblichini per nascondere la realtà dei fatti e non suscitare lo sdegno dei cittadini.

Si dette credito a quelle voci rassicuranti perché nessuno voleva credere alla morte di quei ragazzi, e infatti quando dopo la Liberazione fu scoperta la verità, il dolore fu lacerante, un dolore che si conserva ancora nella memoria della città e che il tempo ha solo in parte lenito. Per una nostra intervistata "i nomi dei giovani e il loro ricordo sono cose sacre".

Rinvenute il 13 giugno ’44 preso le Casermette, le salme dei Nove Martiri furono ricomposte presso la scuola elementare "De Amicis", dove ricevettero l’omaggio di un vero pellegrinaggio cittadino, svoltosi tra un aspro odore di creolina.

Al passaggio del sobrio funerale, tutta la città fu in ginocchio dinanzi alle bare portate a spalla dai coetanei dei caduti, mentre mesti canti venivano intonati dalla ricostruita centuria corale. Si trattò - sottolinea Alessandro Clementi - di un momento di commozione intensissima, di un prezioso momento unitario vissuto da una città normalmente ritenuta apatica e cinica.

 


 

 

IL BOMBARDAMENTO DELL’AQUILA

8 dicembre 1943

 

"Vincere con la violenza, significa creare dolori.

Dove si scontrano gli eserciti vince solo la pietà".

(Lao Tze, VI sec. a.C.)

 

 

Gli intensi movimenti di mezzi ed uomini che avvenivano nell’Aquilano non sfuggivano agli Alleati, i quali tenevano l’intera zona sotto costante controllo con le loro forze aeree, particolarmente con gli agili bimotori inglesi.

L’obiettivo delle incursioni era quello di colpire i mezzi motorizzati tedeschi e gli obiettivi d’interesse strategico, quali strade, ferrovie, stazioni ferroviarie e depositi di munizioni, la cui posizione veniva spesso segnalata agli Alleati da collaboratori italiani ostili alla Germania.

Tutto ciò costituiva ovviamente un continuo pericolo per i civili, soprattutto per coloro che erano costretti a muoversi da un centro all’altro per motivi di lavoro o per impegni inderogabili.

Nella nostra provincia, i bombardamenti alleati comportarono fra l’altro la distruzione totale degli importanti impianti ferroviari di Sulmona e di Avezzano, oltre che di quelli dell’Aquila e di Paganica.

La stazione ferroviaria del Capoluogo fu oggetto del più disastroso fra gli attacchi aerei avvenuti nel nostro comprensorio.

L’8 dicembre ’43, festa dell’Immacolata Concezione, era una limpida giornata senza nubi e con un sole tiepido, ma la cosa paradossalmente procurava una strana ansia nella popolazione, poiché il bel tempo consentiva una maggiore visibilità di eventuali obiettivi da bombardare.

Intorno alle ore 11, tre squadriglie di bombardieri americani B-25, annunciandosi con un rombo cupo ed assordante, apparvero nei cieli della città dirigendosi in formazione a cuneo verso la stazione ferroviaria e l’attigua Officina Carte e Valori della Banca d’Italia (la Zecca).

Racconta una testimone oculare che, non appena superata la zona di S. Maria Paganica in direzione Piazza d’Armi, i primi aerei cominciarono a sganciare un grappolo di grosse bombe che vennero giù scintillando al sole come fossero state d’argento, e immediatamente seguirono violente e terrorizzanti esplosioni.

Altri testimoni oculari ci riferiscono che le formazioni americane, dopo aver colpito una prima volta i loro obiettivi, virarono e sganciarono altre bombe per una seconda volta. Quindi, continuarono per un po’ a sorvolare la zona, forse per verificare gli effetti dell’attacco.

Benchè non ve ne siano prove documentate, è convinzione diffusa e verosimile che il bombardamento poté essere effettuato dagli Americani poiché alcuni elementi della partigianeria locale avevano segnalato la presenza in stazione di un grosso convoglio ferroviario carico di armi e munizioni tedesche.

La notizia era vera, ma forse si ignorava che i tedeschi, allo scopo di farsi scudo con degli ostaggi, avevano composto il suddetto convoglio alternando vagoni carichi di munizioni con altri zeppi di prigionieri alleati in via di trasferimento dall’Aquila verso nuovi campi di detenzione.

Ciò provocò una vera carneficina : quando iniziò il via vai dei mezzi di soccorso che trasportavano i feriti all’Ospedale civile, il piazzale della stazione, pieno di morti orrendamente mutilati, mostrava uno spettacolo allucinantementre mentre grida e lamenti ancora provenivano dai vagoni colpiti.

Tuttavia alcuni prigionieri inglesi, rimasti illesi o lievemente feriti, riuscirono a fuggire tra le lamiere contorte dei vagoni e a nascondersi, dirigendosi prevalentemente verso l’abitato di Roio.

Anche presso le Officine Carte e Valori della Banca d’Italia vi furono una ventina di morti e molti feriti (in prevalenza donne), in quanto alcuni reparti erano in piena attività, nonostante la giornata festiva, e per i lavoratori non vi fu via di scampo essendo le uscite chiuse a chiave dall’esterno per motivi di sicurezza.

Pur di abbandonare i locali invasi dal fumo e dai calcinacci, alcune operaie cercarono di trarsi in salvo gettandosi dalle finestre nel fiume Aterno.

Purtroppo non mancò, tra tanto disastro, chi cercò di approfittare della situazione con indegni atti di sciacallaggio, alla ricerca del denaro appena stampato che era stato disperso dalle esplosioni (era stato colpito, tra gli altri, il reparto "verifica e controllo" dove appunto si controllavano le risme già stampate, si contavano le banconote, si poneva il contrassegno e la firma).

Per noi Aquilani tale azione bellica, purtroppo militarmente ben riuscita, fu una vera e propria sciagura per almeno due aspetti : da una parte, ovviamente, per la perdita di vite umane (per le vittime del massacro dell’8 dicembre la città sconvolta e piangente celebrò dei solenni funerali) ; dall’altra per la parziale distruzione di fabbricati e specifici macchinari della Zecca, prestigioso opificio ottenuto per interessamento di Adelchi Serena (podestà del capoluogo fino al 1934, successivamente vice segretario del P.N.F., ministro dei lavori pubblici fino al 1941, segretario nazionale del P.N.F. nel biennio ‘41-’42) e completato poco prima dello scoppio della guerra con la costruzione del villaggio della Banca d’Italia, realizzato per le esigenze abitative delle maestranze. A causa dei rilevanti danni subiti dalla Zecca, l’impianto venne riportato a Roma e L’Aquila perse in tal modo un’attività che aveva dato prestigio, occupazione e ricchezza all’intera zona.

Prima e dopo del devastante bombardamento dell’8 dicembre (comunque non paragonabile a quelli ben più gravi subiti da Sulmona, Avezzano o Pescara), L’Aquila fu interessata da altri episodi di guerra aerea che generarono grande panico nella popolazione.

Tra questi si ricorda lo spezzonamento notturno che in piazza Palazzo costò la vita a due tedeschi ed una donna che si accompagnava con loro. Si sostiene in proposito che l’aereo nemico sarebbe stato attirato dalle luci accese nel piano alto di una casa nei pressi della piazza. Nella medesima occasione uno spezzone colpì anche il tetto dell’abitazione di un noto avvocato in via Roma, senza tuttavia provocare vittime.

Molto spettacolare pare essere stato, il 19 aprile ’44, un mitragliamento condotto lungo l’intero asse stradale principale che taglia in due il centro storico aquilano. Ci si dice infatti che, dopo aver attaccato e colpito presso lo Stadio tre camion tedeschi provenienti dalla via del cimitero, un aereo inglese abbia continuato ad inseguire e bersagliare per tutto il Corso un altro mezzo che dalla Fontana Luminosa aveva velocemente imboccato il centro abitato. Le pallottole ferirono gravemente il giovane Roberto Mattioli ed uccisero nel suo ufficio il comandante della Milizia Pasquale Festa, colpito a morte all’arteria femorale.

A memoria degli intervistati, il funerale del gerarca fu indimenticabile. La sua bara, annunciata dal suono di numerosi tamburi, attraversò strade letteralmente deserte perché la gente si nascose nei vicoli quasi a dimostrare la sua ostilità verso la Milizia. Inoltre, poiché i fascisti avevano dovuto affiggere il manifesto funebre per "Festa Pasquale" proprio durante il periodo di Pasqua, tutti gli aquilani risero sarcasticamente per questa forma di umorismo involontario...

 


 

 

LA RESISTENZA NELL’AQUILANO

 

"L'albero della libertà di tanto in tanto va innaffiato

col sangue dei patrioti e dei tiranni.

E' il suo concime naturale."

(Thomas Jefferson )

 

Forse per paura o per quieto vivere, la città dell’Aquila (città di per sé conservatrice e ampiamente beneficiata dal fascismo) preferì chinare il capo dinanzi all’occupazione tedesca.

Episodi di ribellione come quello dei Nove Martiri rappresentano infatti un’eccezione ed è fuor di dubbio che i partigiani e coloro che li aiutarono furono una sparuta minoranza.

Fu soprattutto per iniziativa di ex-militari che, all’inizio del 1944, si costituì una modesta formazione di partigiani (la banda "Giovanni Di Vincenzo"), composta da una trentina di elementi nascosti sui monti circostanti ed operante, con sporadiche iniziative, su un territorio pedemontano molto ampio che va da Arischia fino a Barisciano.

Altra formazione di una certa consistenza fu la banda della "Duchessa", operante invece sul territorio di Lucoli, Tornimparte, Campo Felice.

Diversi piccolissimi nuclei armati agirono inoltre intorno ai centri minori.

Come in molte altre parti del Paese, anche la resistenza aquilana fu animata principalmente da elementi filo-comunisti, i quali si batterono contro il nazifascismo anche per realizzare il loro sogno di poter contestualmente cambiare l’assetto della società.

Tutta questa realtà resistenziale ebbe carattere strettamente locale, mancò di un seppur minimo coordinamento e non sempre seppe conquistarsi le simpatie della popolazione, senza il cui appoggio il partigiano ha scarse possibilità di sopravvivenza e nessuna capacità di iniziativa.

Nel corso della ricerca, abbiamo più volte rilevato giudizi non lusinghieri verso i partigiani locali, giudizi non dettati da valutazioni politiche ma sostenuti su concreti dati di fatto. Talvolta i partigiani sono considerati degli opportunisti, degli esibizionisti sempre pronti alla fuga, dei predatori più avidi degli stessi tedeschi.

Senza voler trarre noi delle conclusioni, ci limitiamo a riflettere sulle parole scritte da Enzo Biagi : "Certo, la Resistenza ha delle pagine altissime e delle pagine miserabili. Era fatta da uomini (...) La Resistenza fu determinata soprattutto dalla chiamata alle armi da parte della repubblica sociale, perché per gli italiani la guerra era finita l’8 settembre. Quella fu la grande illusione. Perché la guerra continuava e c’è stato un momento in cui uno doveva scegliere. Da una parte o dall’altra. Qualcuno ha fatto il partigiano per convenienza ? Può darsi. Altri lo hanno fatto per seguire un ideale. (...) E’ vero, alla resistenza partecipò una minoranza esigua della popolazione. Ma anche il Risorgimento fu fatto da una minoranza, se ricordo bene. E anche la marcia su Roma. E anche la Rivoluzione russa : non mi pare che Lenin avesse attorno una grande compagnia. "

Ci sembra tuttavia importante sottolineare che insieme ad una sparuta e contestata resistenza armata, ci fu nella nostra zona anche un’ampia resistenza anti-tedesca non violenta.

Essa fu espressa ad esempio dalle iniziative sorte negli ambienti cattolici che facevano capo al citato arcivescovo Confalonieri, che il professor Colapietra ci descrive come "l’unico arcivescovo di eccezione avuto dall’Aquila in tutto il Novecento". Basterebbe citare in proposito l’ospitalità che fu concessa da conventi, come quello cappuccino di San Giuliano, a militari in fuga, perseguitati politici, ex-prigionieri di guerra alleati.

Il rapporto della città con il clero è stato particolarmente importante negli anni del conflitto, poiché ha influito su svariati aspetti della realtà bellica, nonché su numerose vicende di ordine umano e morale.

Rispettivamente nel ‘28 e nel ’30-’31 giunsero a L’Aquila i due ordini dei Gesuiti e dei Salesiani: l’attività che svolsero, gli uni da una parte, e gli altri dall’altra, può definirsi complementare e concorrenziale ad un tempo. I Gesuiti si occuparono prevalentemente dell’educazione della progenie delle classi dirigenti, mostrandosi pertanto spiccatamente di tendenza conservatrice; i Salesiani volsero invece la loro opera prevalentemente a vantaggio delle classi popolari, curandosi, in un certo senso, di quello che oggi chiameremmo l’"avviamento professionale" dei giovani, oltre che del loro divertimento (davano vita, infatti, a molte attività sportive). Non è un caso, d’altra parte, che i Gesuiti avessero la loro sede in pieno centro cittadino, mentre i Salesiani si trovassero ai margini della città, proiettati verso quella nuova realtà di periferia che si estendeva fino al quartiere di Valle Pretara.

Momento fondamentale della vita religiosa aquilana fu l’arrivo in città di Monsignor Carlo Confalonieri, già uomo di fiducia di papa Pio XI (milanese come lui), la cui permanenza a L’Aquila si protrasse per circa un decennio (1941-1950), finchè non fu nominato cardinale e tornò a Roma. Egli stesso ha scritto un libro intitolato "Un decennio aquilano".

Ebbene, la presenza di questo eccezionale personaggio dal grande fascino anche esteriore, durante i difficili anni della guerra salvò più volte la nostra città da immani ed inutili tragedie.

Senza dubbio, però, il caso più clamoroso di resistenza non violenta nella nostra zona (e nell’intero Meridione) fu quello dell’aiuto prestato da centinaia di civili agli ex-prigionieri di guerra alleati.

Nonostante la sua pericolosità, questo aiuto - come vedremo anche analizzando in dettaglio la guerra nei centri minori - fu estremamente diffuso. Perché ? Forse per opportunismo o per paura (gli Alleati erano ormai a ridosso della nostra provincia), forse per convinzione politica, ma soprattutto, è fuor di dubbio, per un profondo senso di umana solidarietà e di carità cristiana radicato nelle nostre comunità.

Concludendo sulla Resistenza, diremo che ciò che ci ha lasciato molto amareggiati e sorpresi è il pessimismo con cui ne parlano oggi i suoi stessi testimoni e protagonisti.

"Il mondo è solo peggiorato - ci dice un’intervistata - E’ assai amaro dirlo, ma ritengo che coloro che sono morti in guerra siano stati, da un certo punto di vista, fortunati, perché sono caduti con la speranza nel cuore, e non l’hanno vista sgretolarsi giorno per giorno come abbiamo fatto noi."

Ancora più esplicito è Antonio D’Ascenzo, già comandante del nucleo partigiano di Arischia : "Se potessi tornare indietro, non rifarei ciò che ho fatto perché non riesco a non provare disgusto per ciò che l’Italia è diventata e mi sono ormai convinto che questa gente non merita tutti i sacrifici cui ci siamo sottoposti."

 

 


 

 

L’ECCIDIO DI PIETRANSIERI

21 novembre 1943

 

"La crudeltà, come tutti i vizi, non richiede altro motivo che se stessa:

ha bisogno soltanto di un'occasione ".

(George Eliot)

 

La terribile vicenda della barbara strage consumata nel piccolo centro della provincia dell’Aquila ci è stata rievocata con viva commozione dall’ex-deputato comunista Vittorio Giorgi :

"Cinquantaquattro anni fa, il 21 novembre 1943, in un povero e sperduto villaggio della montagna abruzzese, Pietransieri di Roccaraso, la truppe naziste compirono uno dei più terribili delitti che la storia ricordi, trucidando 130 dei 485 abitanti, tra i quali 50 donne e 31 bambini, compreso il piccolo Giancarlo Iarussi, di appena tre mesi, lanciato in aria da un soldato tedesco e infilzato con la baionetta del fucile.

Tutto ebbe inizio a fine ottobre ‘43, quando i nazisti decisero di fissare la loro linea di difesa lungo il fiume Sangro ed affissero sui muri di Pietransieri un ordine di sfollamento. Si era alle soglie dell’inverno: in un paese che è situato a 1359 metri sul livello del mare, il primo problema che si presentò fu quello di dove poter fare rifugiare i vecchi, le donne, i bambini, il bestiame. Si improvvisarono rifugi di fortuna, si ebbe la possibilità di portar via dalle case solo pochi arnesi. Appena la popolazione si fu allontanata, i nazisti si abbandonarono al saccheggio, prendendo qualsiasi cosa capitasse loro fra le mani e facendo saltare in aria le abitazioni con la dinamite. Si ebbe così la prima vittima, Barbara Oddis, che morì bruciata fra le fiamme della sua casa, essendo costretta a letto da una paralisi.

Frattanto i tedeschi, dovendo approntare le loro opere di difesa, necessitavano di molta manodopera, che fu reclutata tra la popolazione locale con ogni mezzo: bandi, minacce e le prime fucilazioni. Il 16 novembre una pattuglia tedesca prelevò sei uomini: Vincenzo Oddis di 33 anni, Antonio Guido (di 35), Vincenzo Guido (31), Vincenzo Macerelli (31), Costantino Iarussi (37), e tre giovani: Arnaldo Oddis (15), Sinibaldo Macerelli (18) e Alfonso Macerelli (20). Durante il cammino i prigionieri tentarono di fuggire per raggiungere le famiglie, ma vennero abbattuti dal fuoco tedesco. Sinisbaldo Macerelli non fuggì, poiché non era a conoscenza dell’intenzione dei compagni, ma anch’egli fu ucciso a colpi di mitra, dopo esser stato costretto dai tedeschi a scavare la sua fossa.

Il 17 novembre un’anziana signora di 77 anni, Maria Bucci, stava preparando per sé e per il marito Giuseppe Macerelli (83) un pasto caldo; un soldato nazista, senza nessun motivo, li pugnalò entrambi.

Il 18 novembre una giovane madre, Maria Cordisco (28), mentre accendeva il fuoco per cuocere del pane, venne travolta e uccisa dal crollo della casa, provocata da una bomba lanciata dai tedeschi. Lo stesso giorno Rina Di Cristofaro, intenta a ricercare le sue pecore nel bosco, fu raggiunta alle gambe da alcune pallottole; morì dissanguata dopo alcuni giorni. La stessa sorte toccò a suo padre Achille, che in giro per il bosco alla ricerca della figlia, si imbatté nei tedeschi.

Il 19 novembre Annibale Di Florio (74), il figlio Antonio (38) ed il giovane Di Paola (18), vennero assassinati mentre erano alla ricerca di bestiame razziato dai tedeschi. Il 20 novembre Tommaso Di Gregorio venne ucciso mentre cercava di tenere unito il suo bestiame.

Infine, il 21 novembre un drappello di paracadutisti nazisti, che operava sotto il comando del tenente colonnello Schulemburg, ricevette l’ordine di recarsi nella "Valle della vita", precisamente in contrada "Limmari", e di uccidere tutti coloro che vi si trovavano. I paracadutisti si divisero in vari gruppi; irruppero nelle stamberghe e nei rifugi improvvisati ove, raccolti vicino al fuoco, si trovavano donne, vecchi e bambini. Nessuno poté scampare alla loro furia omicida. Nella "Valle della vita", con inizio alle ore nove del mattino del 21 novembre 1943, ebbe luogo quell’episodio che tutti ricordano come "la strage di Pietransieri". Oltre 110 persone vennero trucidate in modo orrendo. La giovane Laura Calabrese, trovandosi nelle vicinanze, riuscì a nascondersi e a sfuggire al massacro; allontanatisi i tedeschi, aggirandosi terrorizzata tra i cadaveri, udì il lamento dell’unica superstite, la nipotina Virginia Macerelli (7 anni), salvata dalla madre che le aveva fatto scudo con il proprio corpo. Nella notte, al ritorno degli uomini a Limmari, si presentò ai loro occhi uno spettacolo orribile. Impietriti dal dolore, consapevoli del pericolo che correvano, essi raccolsero le poche forze che restavano loro; ricomposero le carni straziate dei loro bambini, delle loro donne, dei loro genitori, seppellirono i morti come poterono e attraversarono il fiume Sangro per continuare la grande battaglia per la libertà, per la quale i loro cari avevano pagato un così nobile ed elevato tributo di sangue."

 


 

 

I GIORNI DELLA LIBERAZIONE

giugno 1944

 

"La libertà soppressa e poi riconquistata

è più dolce della libertà mai messa in pericolo".

(Marco Tullio Cicerone)

 

Nei primi giorni del giugno ‘44 gli Alleati ebbero il sopravvento lungo il fronte Sangro-Cassino e l’esercito tedesco, sbaragliato, iniziò una rapida ritirata dalla nostra zona che, come è già stato detto, fungeva da retrovia.

Per giorni e giorni, migliaia di soldati tedeschi esausti per le marce forzate, sporchi e malandati, con le divise strappate, la barba incolta e i volti amereggiati, presero a transitare in assoluto silenzio lungo le strade bianche, confortati solo da quei cittadini che di tanto in tanto, mossi dalla pietà, offrivano loro qualcosa da bere o da mangiare.

In particolare, lungo l’alta valle dell’Aterno sfilarono lunghe colonne di automezzi e motociclette, assieme a centinaia di camion, soldati e bestie precedentemente razziate.

Poiché l’aviazione alleata incalzava i nemici in ritirata con continui attacchi, si cominciò a temere che da un momento all’altro L’Aquila potesse subire un devastante bombardamento, ma l’evacuazione della città compiuta dai tedeschi nella notte del 12 giugno fece sì che americani ed inglesi desistessero dal loro progetto.

Il peggio sembrava dunque passato, ma quei tedeschi che avevano familiarizzato con i civili durante i lunghi mesi dell’occupazione, misero in guardia gli abitanti, consigliandoli di rinchiudersi in casa durante il ripiegamento dei reparti, di evitare atteggiamenti di scherno al passaggio delle truppe in ritirata e soprattutto di nascondere gli animali da soma.

Infatti, incattiviti dall’avanzata nemica e bisognosi di attrezzarsi prima di affrontare il viaggio verso il Nord, le truppe tedesche di transito si dimostrarono particolarmente violente, accentuando le razzie di ogni genere (in particolare, animali da macello, cavalli da tiro e oggetti di valore) e prendendo a infastidire e spaventare le donne al punto che anche le nubili misero al dito la fede nuziale per sentirsi in qualche modo protette contro eventuali violenze.

E purtroppo fu proprio nei giorni che videro compiersi la liberazione dell’Aquilano che si verificarono gli episodi più tragici dell’occupazione, soprattutto a causa dei tristemente famosi "guastatori", corpo di retrovia dell’esercito, incaricato di fare "terra bruciata" davanti ai nemici che sopraggiungevano.

Furono i "guastatori" a distruggere un po’ dappertutto le strutture ferroviarie e i ponti ; ad abbattere le linee elettriche e telefoniche; a minare gli edifici pubblici e i monumenti ; a sabotare qualunque manufatto che avesse un minimo interesse bellico (come, ad esempio, le apparecchiature delle officine e dei laboratori artigiani e meccanici aquilani).

Fra le distruzioni più clamorose, vi furono quelle dei depositi di munizioni (come quello di Lucoli), le cui fiamme e i cui scoppi furono visibili ed udibili da molti chilometri di distanza.

Nelle ultime ore dell’occupazione tedesca l’arcivescovo Monsignor Confalonieri indusse il comando tedesco ad evitare la prevista distruzione di importanti monumenti cittadini, di edifici di rilevo e di impianti tecnologici come la diga di Campotosto, il cui danneggiamento avrebbe causato la sommersione dei centri abitati a valle della diga stessa, nel versante teramano L’arcivescovo sarebbe riuscito a compiere questo "miracolo" convincendo un ufficiale superiore dell’esercito tedesco di nazionalità austriaca, fervente e praticante cattolico, con il quale era in confidenza già da qualche mese. Secondo altre versioni, sarebbero stati invece i partigiani di Arischia, guidati da Antonio D’Ascenzo, ad impedire la distruzione della diga di Campotosto.

Gli ultimi reparti tedeschi rimasti nell’Aquilano, non più preoccupati di mantenere buoni rapporti con le popolazioni e interessati a sventare azioni partigiane di disturbo, compirono anche cruente azioni di rappresaglia delle quali furono esclusivamente vittime dei civili inermi. Alle spietate azioni di tali reparti di retroguardia vanno attribuiti i massacri di Filetto e di Onna, che avvennero quasi contemporaneamente.

L’eccidio di Filetto

Il 7 giugno 1944 la piccola guarnigione tedesca di base a Filetto (un paesino di montagna a pochi chilometri dall’Aquila), in vista della ritirata, era intenta a vendere ai civili alcuni oggetti trafugati in precedenza in altri paesi. In questo contesto, un abitante, non avendo ottenuto di poter acquistare una macchina da scrivere (venduta invece ad un compaesano), avrebbe invitato alcuni partigiani nascosti nelle vicinanze ad intervenire con un’azione di guerriglia contro i tedeschi.

I partigiani, ritenendo opportuno accogliere quella richiesta, portarono a segno un attacco a fuoco che uccise un soldato tedesco, ma il maresciallo che comandava la guarnigione e che aveva in qualche modo legato con la popolazione locale nel periodo dell’occupazione, riuscì a fuggire su una moto dirigendosi a tutta velocità verso Paganica (dove nel Palazzo Dragonetti aveva sede il suo comando) per chiedere rinforzi e far fronte all’attacco.

Tuttavia al suo arrivo non trovò più il suo Comando, già in ritirata verso il Nord, ma una compagnia di alpini tedeschi. Egli - sorpreso e cosciente delle tragiche conseguenze per l’amica popolazione di Filetto - avrebbe voluto celare la ragione del suo precipitoso arrivo, ma fu costretto a dare notizia dell’attacco partigiano in corso. Le truppe tedesche intervennero quindi con immediatezza ed iniziarono a rastrellare tutti i filettesi di sesso maschile per applicare la legge di guerra della rappresaglia.

Nel momento in cui i soldati stavano prelevando l’anziano Antonio Palumbo - delegato podestarile in Filetto - il citato maresciallo tedesco intervenne affinché i commilitoni lo risparmiassero, essendosi il Palumbo comportato sempre amichevolmente verso la guarnigione. Ebbene, senza il minimo scrupolo, vennero fucilati sia il Palumbo sia il maresciallo.

I tedeschi proseguirono quindi il rastrellamento e, radunati 16 uomini nell’aia di Filetto, dove attualmente si erge il monumento alla memoria, li fucilarono. Il diciassettesimo prelevato (Mariano Morelli), ferito in più punti, si salvò col fingersi morto fra i cadaveri dei compaesani trucidati.

Da molte testimonianze, emerge che al rastrellamento e al conseguente eccidio abbiano partecipato anche alcuni fascisti di Paganica, spinti da uno spirito di vendetta per un episodio di poco antecedente. Qualche settimana prima, infatti, i partigiani avevano prelevato il caposquadra della G.N.R. paganichese Augusto Rossi, reo - a loro avviso - di aver segnalato e fatto catturare alcuni prigionieri inglesi e, condottolo nei pressi del lago del Fugno di Filetto, lo avevano trucidato.

Tra i primi a giungere in paese dopo la strage furono lo studente in medicina Mario Cerutti e il dottor Attilio Cerone, prelevati a Paganica intorno alle tre di notte da un sergente di nome August e da lui trasportati a Filetto in sidecar, per curare il ferito Mariano Morelli scampato all’eccidio. Quando arrivarono, uno spettacolo orribile si presentò ai loro occhi : donne scapigliate che urlavano dal dolore, gente rimasta a guardare sbigottita, e un forte olezzo di cadaveri bruciati sparso nell’aria. Il superstite della strage, ferito in più punti, fu condotto nell’ambulatorio di Cerone sulla stessa motocarrozzetta e riuscì a salvarsi.

Dal 1969 ad oggi, si prolunga nel paese una netta spaccatura fra "perdonisti" e "non perdonisti" rispetto alle responsabilità del capitano Mathias Defregger, l’ufficiale che avrebbe ordinato l’esecuzione della strage. La recente morte di Defregger, divenuto dopo la guerra vescovo ausiliario di Monaco di Baviera, aiuterà forse ad attutire le polemiche, ma non certo a cancellare la memoria di quell’eccidio.

Ci è sembrata in proposito molto interessante la proposta fatta alcuni anni fa da un nostro intervistato, il delegato Giovanni Altobelli, di dedicare a ciascun martire dell’eccidio una strada del paese, affinché l’evento venga ricordato dalle generazioni future.

 

L’eccidio di Onna

Il pomeriggio dell’11 giugno ‘44 alcuni soldati tedeschi provenienti dalla strada di Monticchio si diressero verso il centro di Onna, rastrellarono un gruppo di onnesi intenti a giocare a bocce (si trattava tra l’altro di un giorno festivo) e li raggrupparono nella contrada Parisse, rilasciando quasi subito gli uomini più anziani e trattenendo i più giovani.

I familiari dei sequestrati, ritenendo che l’imminente rappresaglia fosse in rapporto con una colluttazione avvenuta qualche giorno prima (il 2 giugno) fra un maresciallo tedesco ed un paesano nel corso di una requisizione di bestiame, presero con la forza la madre ed la sorella di costui, consegnandole ai tedeschi quale contropartita per la liberazione degli ostaggi.

Ma i tedeschi, di diverso avviso, introdussero anche le due donne presso la casa di Biagio Ludovici, allontanarono i congiunti con modi brutali, fecero fuoco su tutti e fecero infine brillare delle mine, provocando il crollo dell’edificio sulle 16 vittime. Infine la soldataglia sghignazzante, prima di andare via, dette alle fiamme altre quattro abitazioni di presunti partigiani.

Poco prima dell’alba, verso le 4,30, gli abitanti si avvicinarono alla casa della strage, scoprendovi i loro parenti e compaesani sfigurati dai colpi e dallo scoppio. I morti, riportati alla luce, furono ricomposti in 16 bare e recati al cimitero di Paganica su carri trainati da buoi.

Anche nel caso di Onna, si parla insistentemente della presenza di fascisti a fianco dei tedeschi autori della strage. Sottolineando le responsabilità dei fascisti, qualcuno fa notare che il 9 giugno i guastatori tedeschi avevano già distrutto la cabina elettrica, il che rappresentava in genere l’atto conclusivo della ritirata. Ciò farebbe addirittura pensare che l’11 non ci fossero più tedeschi circolanti in zona e che quindi la strage fu compiuta solo da fascisti (in parte mascherati da tedeschi) per motivi politici e per vecchi rancori personali.

 

La drammatica parentesi dei guastatori e dei due eccidi di Filetto e Onna non fu altro, comunque, che il culmine di una politica di terrore già da tempo messa in atto dai tedeschi, i quali erano perfettamente coscienti dell’incalzare degli Alleati e della necessità di una rapida ritirata.

Infatti, nel massimo momento di difficoltà, l’apparato nazista tentò di mantenere vivo il proprio potere terrorizzando la popolazione civile anche con continue scorribande notturne, con grida, spari e sortite di mezzi meccanici.

Il 31 dicembre ‘44 verranno peraltro resi noti i nomi di altre vittime della soldataglia tedesca, soppresse proprio in quegli ultimi giorni di occupazione :

- Alfredo De Angelis, patriota romano detenuto nelle carceri militari tedesche (nei pressi di Collemaggio) e trucidato nelle vicinanze dell’Aquila il 22 maggio alle ore 16.30; seppellito nel cimitero comunale nella zona H. n°122 ;

- Mario Celio, nato il giorno 21 gennaio 1921, patriota condannato a morte dal tribunale militare tedesco, fucilato al poligono dell’Aquila il 31 maggio 1944; seppellito nel cimitero comunale nella zona H. n°200 ;

- Marco Fioravanti, patriota detenuto nelle carceri dell’Aquila (reparto tedesco), fucilato al poligono il 3 giugno 1944; seppellito nel cimitero comunale nella zona H. n°203 ;

- Panto N. Cemovic, patriota jugoslavo di 21 anni, studente in medicina, prigioniero di guerra e trucidato da carristi tedeschi nelle vicinanze di Collemaggio il 1° giugno 1944 alle ore 16.30; sepolto nel cimitero comunale nella zona H. n°202.

La notte fra il 10 e l’11 giugno ‘44 furono inoltre fucilati dai tedeschi presso il cimitero di Arischia, Renato Berardinucci e Vermondo Di Federico, due partigiani originari di Picciano (Pescara) e catturati nei pressi di S.Pio delle Camere.

 

Intorno alle 17.30 del 13 giugno ’44, tra il delirio di una folla festante, una piccola pattuglia di motociclisti del Corpo Italiano di Liberazione (accompagnati da un sottufficiale australiano) faceva finalmente il suo ingresso in città.

Dopo pochi giorni giungevano anche le prime truppe Alleate, cui era aggregato un battaglione di Bersaglieri italiani, il primo nucleo di soldati regolari riconosciuto dagli Alleati, che aveva gloriosamente combattuto nella battaglia di Montelungo sul fronte di Cassino.

Non appena presero possesso delle Casermette, sede di magazzini in cui in precedenza i tedeschi avevano riposto parte del loro bottino di guerra, gli Alleati ne spalancarono le porte affinché i civili avessero la possibilità di usufruire pienamente di quei beni che erano stati loro sottratti. Ognuno cercò di portar via quanta più roba fosse possibile, ma in particolar modo si tentò di recuperare coperte, lenzuola e biancheria.

Nei giorni successivi, il Comitato di Liberazione (C.L.N.) dell’Aquila organizzò un minimo di servizio d’ordine, come la vigilanza degli acquedotti, la disciplina delle file per l’approvvigionamento, il trasporto dei rifornimenti alimentari. E il settimanale democristiano "Il Risveglio d’Abruzzo", in occasione dell’anniversario (13 giugno ’45), scrisse in proposito: "Fu questo il primo C.L.N. che sul fronte dell’ VIII Armata gli ufficiali dell’ A.M.G. trovarono in funzione con la sua modesta ma efficiente organizzazione."

Se da una parte la fuga dei tedeschi avrebbe dovuto procurare un certo sollievo nello stato d’animo generale, dall’altra fece sì che in quei giorni caotici l’atmosfera in città divenisse sempre più tesa: si consumò infatti, sebbene senza gravi spargimenti di sangue, una serie di vendette contro i fascisti, che erano ricercati ovunque, e contro chiunque avesse collaborato con i tedeschi.

Moltissime furono le accuse mosse da anonimi nei confronti di persone resesi presumibilmente colpevoli di collaborazionismo, o che avessero aderito al passato regime, o che avessero praticato la borsa nera, oppure ancora che detenessero illegalmente delle armi.

In alcuni centri minori si dovette assistere ad alcuni atti dimostrativi da parte di elementi che volevano apparire membri delle formazioni partigiane per arrogarsi, appunto, il diritto di vendicare qualche remoto abuso subito da parte di ex-fascisti.

Nel corso di uno dei tanti spiacevoli episodi verificatisi, il 5 luglio ‘44, perse la vita dilaniato da una bomba a mano Ugo De Paolis, padre dell’attuale consigliere provinciale e delegato del Sindaco in Paganica, il quale nacque qualche mese dopo la morte del padre e ne assunse il nome.

Molti di questi atti passarono però ingiudicati per effetto del Decreto Legislativo Luogotenenziale n.194 del 12 aprile 1945, che nel suo unico articolo sanciva la non punibilità delle azioni di guerra compiute dai patrioti nell’Italia occupata : "Sono considerate azioni di guerra, e pertanto non punibili a termini delle leggi comuni, gli atti di sabotaggio, le requisizioni, e ogni altra operazione compiuta dai patrioti per la necessità di lotta contro i tedeschi e i fascisti nel periodo dell’occupazione nemica. Questa disposizione si applica tanto ai patrioti inquadrati nelle formazioni militari riconosciute da Comitati di Liberazione Nazionale, quanto agli altri cittadini che li abbiano aiutati o abbiano, per loro ordine, in qualsiasi modo concorso nelle operazioni per assicurarne la riuscita."

E mentre "il gioco si era invertito", altri guai arrivarono con l’arrivo degli stessi Alleati vincitori, i quali presero a comportarsi più da padroni che da "liberatori".

Nella persona del capitano americano Ciliberti, essi assunsero il pieno controllo dell’amministrazione comunale ed occuparono molti edifici per le loro esigenze: la vita tornò gradualmente alla normalità., mentre presso il Grande Albergo cominciarono le feste di ballo che in qualche modo simboleggiavano l’instaurarsi di un nuovo clima di relativa tranquillità e spensieratezza.

Racconta Elena Cardigno : " Al grande albergo iniziarono le feste da ballo. Scoprii, con rabbia ed amarezza, che molti cittadini, mutando improvvisamente idee e comportamenti, sgomitavano per essere invitati a quelle feste ove sfoggiavano un inglese imparato velocemente per essere pronti verso i nuovi padroni (e per rifarsi una verginità politica). Ho sempre ritenuto che, pur essendo dal lato dei perdenti, si doveva dimostrare la propria dignità di italiani, così come hanno fatto altri popoli che hanno perduto la guerra."

Naturalmente non mancò chi, per ottenere vantaggi da parte degli Alleati si abbandonò ad uno spudorato trasformismo per cui chi aveva indossato la camicia nera non esitò ad iscriversi al partito comunista e ad altri partiti democratici. Ma era la legge della sopravvivenza.

Tra inglesi e americani non correva buon sangue, non c’era una grande intesa, ma la loro baldanza ricadeva sempre sui civili, coinvolti in risse e scazzottate, specie nelle sale da ballo e nei locali pubblici, ove era più facile che gli animi si scaldassero.

Nel frattempo, erano sopraggiunti in città numerosi sfollati provenienti da città e paesi bombardati, e l’ospedale San Salvatore era sovraffollato di malati e di feriti. Alto era il numero di bambini ricoverati per lesioni più o meno gravi procurate loro da bombe a mano o mine rimaste abbandonate nei campi ed all’interno dei paesi.

A questo proposito, il giornalista Amedeo Esposito ci ha raccontato che dopo la partenza dei tedeschi, numerosi dipendenti dell’ospedale (tra cui diversi in camice bianco) prelevarono da piazza del Teatro un generatore elettrico montato su un carretto per trasportarlo presso il nosocomio. Mentre spingevano il mezzo sulla salitella che porta in via Veneto, una donna si avvicinò ad un medico, lo prese da parte e gli disse in aquilano : "Tu assignuria, no : perché le mani tè servono pe’ quiji poeri quatrani che revengono dalla guerra." Quel medico era il primario di chirurgia, professor Paride Stefanini.

Il materiale a disposizione delle strutture sanitarie e assistenziali era piuttosto scarso, tuttavia ben presto si poté usufruire degli aiuti degli Alleati, che cominciarono a distribuire non soltanto medicinali ma anche generi alimentari come pane bianco, carne in scatola, farina di piselli. Si conobbero le chewing-gum e si rividero la cioccolata e il vero caffè, fino ad allora sostituito da surrogati fatti con foglie di cicoria essiccate o con una polvere di ceci abbrustoliti.

Benchè scarseggiasse il sapone (fino ad allora realizzato in casa con grasso animale e soda), col primo DDT che permise di annientare i parassiti, tornava anche la pulizia.

Mancavano però ancora molte cose, come zucchero, sale ed altro: addirittura il sale continuava ad essere utilizzato come merce di scambio con altri generi necessari.

Inoltre, nonostante l’arrivo degli Alleati, permaneva una carestia di base, dovuta soprattutto al forte prelievo di generi alimentari compiuto dai tedeschi durante i mesi dell’occupazione.

I generi alimentari continuavano dunque ad essere razionati, lasciando intatto il sistema delle tessere annonarie e quello (parallelo) del mercato nero. A testimonianza che quest’ultimo fenomeno si protrasse anche dopo la fine del conflitto nell’Italia centro-meridionale, riportiamo la grave accusa mossa dal quotidiano aquilano "Risorgere" all’amministrazione cittadina in un articolo di Ettore D’Onofrio del 3 dicembre 1944 : "Sotto gli occhi dei tutori della legge gli speculatori, per nulla molestati, fanno a gara per praticare il prezzo più alto. In certe salumerie del centro si affettano, per i delicati palati dei ricchi, odorosi prosciutti sottratti a chissà quale ammasso, al modico prezzo di lire 800 al chilogrammo, e si vende burro fragrante a lire 650. (...) Tutti conoscono spacci che vendono merce precedentemente imboscata alle famiglie facoltose e arricchitesi illecitamente, mentre gli operai e gli impiegati a reddito fisso non possono neanche acquistare i dadi per condire la minestra. (...) Dopo il 13 giugno sono state strombazzate in tutti i toni le libertà democratiche, ma abbiamo solo sperimentato che queste libertà democratiche concedono ai ricchi di vivere con la consueta agiatezza, mentre agli impiegati e agli operai è concessa solo la libertà di morire di fame.

Purtroppo, a causa di un’alimentazione da anni insufficiente, molti ragazzi in questo periodo si ammalarono di tubercolosi, mentre le carenze nutrizionali (causa anche del rachitismo) furono avvertite da tutti i ragazzi in crescita, facendo sentire i loro effetti specialmente sugli adolescenti.

Ciò che faceva da contraltare alle grosse difficoltà del momento era soprattutto il ritorno della pace, una pace irreale, senza più bombe e sferragliare di carri armati. Persino le scarpe di gomma degli Alleati producevano meno rumore di quelle tedesche, che erano munite di una suola chiodata.

Inoltre un motivo di immensa gioia, per quanto unito a commozione, era il continuo ritorno dei reduci nei vari paesi dell’Aquilano: uomini magrissimi, pallidi, irriconoscibili, segnati da anni di guerra e di prigionia si scioglievano in pianti liberatori o restavano lungamente abbracciati alle madri unendosi a loro in un pianto di felicità e dolore insieme.

I militari italiani sopravvissuti al conflitto e alla prigionia, dopo aver riabbracciato i propri cari, riprendevano i posti di lavoro lasciati anni prima. Si prospettò così nell’immediato il fantasma di una lunga disoccupazione per coloro - soprattutto donne - che li avevano sostituiti durante la guerra, e al riguardo non mancarono pregiudizi ed ingiustizie.

E’ sintomatico, ad esempio, che nella nostra zona fin dal 6 settembre ‘44 una ordinanza del prefetto Aria disponesse che, per ordine del comando alleato, non si dovessero più assumere donne per lavori burocratici d’ufficio. Qualora per un determinato Ente lavorassero già più di dieci donne, se ne sarebbero dovute licenziare due ogni dieci, soprattutto quelle che non necessitavano strettamente del sostegno economico fornito dall’attività lavorativa. Al loro posto si sarebbero dovuti assumere degli uomini, con preferenza per coloro che potessero vantare benemerenze patriottiche.

Con la normalizzazione e con l’epurazione, anche la scuola tornava a lavorare all’educazione dei giovani. Appena dopo la liberazione il nuovo provveditore agli studi Antonio Silveri, fu incaricato dall’ufficio regionale per l’Educazione del Comando Alleato di occuparsi della riorganizzazione del servizio scolastico. Scrive il Provveditore: " Dopo un ventennio di asservimento politico e di infatuazione imperialistica, la scuola, alimentata dallo spirito dei Classici della nostra pedagogia, dai grandi del nostro Risorgimento, sarà ancora una volta presidio di valori umani, dispensiera di concreto sapere, fucina di consapevole libertà, formatrice del carattere. Dalla nuova scuola nascerà il nuovo popolo italiano, che dagli errori e dalle sconfitte del passato trarrà il monito e l’incitamento per la rinascita di domani...".

 


 

LA FINE DEL CONFLITTO

 

"Suor Maria Xavier dissotterrò un bambino di nove anni

la cui voce chiedeva : "per cortesia, aiuto".

Il bambino appena dissotterrato disse cortesemente :"grazie vivissime".

Quindi morì nelle braccia della suora."

(Virgilio Lilli, primo giornalista occidentale a recarsi a Hiroshima).

 

 

La ritirata dei tedeschi verso il nord fu molto rapida, e dopo il giugno ’44 la guerra in Italia si spostò sulla linea "Gotica", sufficientemente lontana da noi per subirne ulteriori riflessi.

Gli anglo-americani, coscienti di avere la popolazione amica e quindi di non dover temere spiacevoli sorprese, forti anche dell’andamento positivo delle azioni belliche, non imposero il coprifuoco e non oppressero in nessun modo i residenti, stanchi della guerra ed anelanti alla pace. L’ansiosa attesa del rientro dei combattenti italiani ancora lontani o in prigionia ed il ritorno graduale alla vita operativa contribuivano inoltre lentamente a mettere a tacere i rancori legati al passato ed a riprendere fiducia nell’avvenire.

Nella sventura della guerra, fu senz’altro una fortuna che nelle nostre zone si sia potuto chiudere il luttuoso capitolo della seconda guerra mondiale in anticipo di circa un anno sul resto dell’Italia e dell’Europa, ancora avvolte dal turbine bellico.

Si dovette attendere il 28 aprile del 1945 per conoscere la fine delle ostilità su tutto il territorio nazionale, allorché Mussolini fu arrestato e giustiziato, e si offrì il macabro spettacolo della sua morte in piazzale Loreto a Milano.

Successivamente, il suicidio di Hitler il 30 aprile ‘45 a Berlino, e l’incontro delle truppe alleate e russe nella stessa capitale tedesca suggellò la fine del conflitto in Europa.

L’8 maggio ‘45 a seguito della vittoria alleata sulla Germania, la Prefettura dell’Aquila dispose che gli edifici pubblici venissero imbandierati e che i giorni 8 e 9 venissero considerati festività nazionali con l’esonero dal lavoro di tutti i pubblici dipendenti (ad eccezione degli ospedalieri e degli addetti ai rifornimenti alimentari).

Il lancio delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki rispettivamente il 6 ed il 9 agosto 1945 fiaccò infine le resistenze dei Giapponesi, e permise di ottenerne la resa incondizionata.

Così, il 1° settembre 1945 l’immane conflitto mondiale ebbe termine, a sei anni esatti dall’inizio delle ostilità.

 

 

 

Alcuni esempi di ricerca sul campo :

informazioni attinte in venti centri minori

del territorio della provincia

Cagnano Amiterno

Molti abitanti del paese, iscritti per necessità al Partito Nazionale Fascista, trovarono impiego presso la miniera di lignite della frazione di S. Cosimo: l’intervistato Cosimo Ruggeri, come molti altri operai impiegati in tale miniera, fu dispensato dal partecipare alla guerra in Sicilia, ma obbligato ad un certo periodo di servizio militare presso il Comando generale della Milizia Fascista a Roma, usufruendo peraltro di privilegi particolari (uso gratuito dei mezzi pubblici e razioni giornaliere di pane maggiorate rispetto a quelle comunemente elargite).

Anche da Cagnano vi fu tuttavia chi fu costretto ad andare a combattere sui vari fronti bellici, come i due giovani morti sul fronte russo la cui scomparsa fu appresa in paese tramite uno dei rari apparecchi radiofonici.

Dopo l’8 settembre, i tedeschi si fermarono nella località di San Giovanni, occupando per oltre un anno il cementificio.

Si dedicarono inizialmente soprattutto alla ricattura degli ex-prigionieri di guerra, obbligando alcuni civili a far loro da guide e controllando le abitazioni dell’intero comune, anche travestiti da prigionieri alleati.

Alcuni prigionieri giunsero in condizioni penose presso la Piana di Cascina e furono riforniti di cibo e scarpe da parte dei civili. Per impedire che si portasse loro aiuto, i tedeschi effettuarono delle sporadiche ed improvvise incursioni in paese. Quando ciò si verificava, prima ancora che le motociclette tedesche facessero il loro ingresso nel centro abitato, il parroco di Termine di Cagnano don Pietro Marrelli suonava le campane a festa, così che tutti fossero informati per tempo del pericolo imminente e i prigionieri potessero rapidamente dileguarsi sulle montagne circostanti..

Le ricerche dei tedeschi non risparmiavano neanche stalle e fienili: i nazisti, per accertarsi che nessuno fosse nascosto sotto la paglia, si munivano di lunghi ed appuntiti forconi, con i quali setacciavano anche in profondità.

E’ interessante anche ricordare che, durante il mese di gennaio del 1944, alcuni paracadutisti americani si lanciarono in prossimità di Colle Mannelli, una piccola località presso Cascina, per effettuare il recupero dei loro P.O.W. (Prisoners of War) e una decina di essi si fermarono per alcuni giorni in un casale abbandonato, presso il quale furono riforniti dalla gente della Piana.

Un curioso particolare riguarda la figura di un paracadutista italo-americano che svolse in quella operazione il ruolo di interprete, e nel quale - a detta dell’intervistato Luigi Raparelli - la gente della piana di Cascina riconobbe qualche anno dopo il tanto famoso Mike Bongiorno !

La notizia della discesa dei paracadutisti americani scatenò la vigilanza tedesca e il rombo delle motociclette risuonò nella piana per un’intera notte. Prima di riprendere la via di casa, in segno di riconoscenza i Prisoners of War consegnavano a chi li aveva accolti una testimonianza del loro passaggio, che alla fine della guerra valse un premio ai coraggiosi paesani.

Sempre nella zona di Cagnano, con particolare riferimento alla frazione di Termine, era attivo un piccolo gruppo di partigiani capeggiato da Pasquale e Vincenzo Mancini. Nell’inverno del ‘43 lo sparuto gruppetto, accresciuto di tre unità, progettò di attaccare la caserma dei Carabinieri per impadronirsi delle armi, ma dovette poi rinunciare in seguito al clamore suscitato in febbraio da un fallito attentato ad alcuni fascisti di Torre, conclusosi peraltro senza successo. Anzi, i fascisti invocarono l’intervento in paese dei tedeschi, i quali catturarono quattro uomini (gli stessi Pasquale e Vincenzo Mancini, Giulio Manueti e Damiano Grimaldi) conducendoli presso il comando di Pizzoli, dove furono interrogati e poi rilasciati grazie all’amicizia del comandante tedesco con un fratello del Grimaldi.

Per quanto riguarda la guerra aerea, ci riferiscono che quando i cieli di Cagnano erano solcati dai velivoli, gli abitanti del paese si rifugiavano in buche larghe cinquanta centimetri e profonde un metro e mezzo, anche quando gli apparecchi avevano insegne italiane e si limitavano a lanciare manifestini propagandistici.

Un triste episodio è quello riguardante tal Carosi di Capitignano, rimasto incautamente all’interno di un autocorriera nel corso di una incursione aerea: proprio in quello che egli reputava il rifugio più sicuro trovò la morte a causa di una bomba.

Durante la ritirata, diverse compagnie tedesche attraversarono la Piana di Cascina dirette a Borbona ed Ascoli Piceno, per cui nei paesi vicini a Cagnano quei giorni furono contraddistinti da un caotico assembramento di armi, camion, soldati e bestie.

Nel corso del ripiegamento tedesco gli abitanti di Cascina e di Termine fecero tesoro dei suggerimenti di un maggiore tedesco di stanza a Pizzoli, che per tempo informò i paesani di nascondere, per quanto fosse possibile, gli animali da soma e di rimanere nelle proprie abitazioni. Proprio in questa circostanza, infatti, le ruberie raggiunsero l’apice e gli abitanti del paese cercarono di difendere alla meglio i loro ultimi pochi averi. Interessante è l’aneddoto di una ragazza che ingegnosamente nascose la biancheria del proprio corredo in una stanza la cui porta fu poi murata e quindi annerita come il resto delle pareti dell’abitazione.

L’ultima violenza consumata nel clima della ritirata tedesca fu quella che portò alla distruzione del ponte della Madonna del Bisogno.

Fossatillo (Cagnano)

 

Aiuti in vitto e alloggio a prigionieri alleati fuggitivi fu fornito in località Fossatillo particolarmente dalle famiglie di Luigi e Berardino Di Donato, e di Francesco Di Paola.

Racconta la signora Nunziata Di Paola: "La prima volta che vidi i tedeschi ebbi molta paura. Dopo aver accerchiato il paese, sono entrati prepotentemente nelle nostre case, in piena notte, per controllare se vi si nascondesse qualche anglo-americano. I miei genitori possedevano l’unico negozio di alimentari della zona: era pertanto strettamente controllato dalle truppe naziste, che vigilavano affinché nessuno portasse via più di quanto gli spettasse. Il comune infatti aveva consegnato ad ogni famiglia una tessera, in cui la quantità di cibo indicata era proporzionale al numero di componenti. In media spettavano 2 kg di pasta, 2 kg di farina, mezzo chilo di zucchero e mezzo di olio: tutto questo veniva consegnato una sola volta al mese. Il mio compito era quello di staccare i bollini alle tessere per poi riconsegnarli al comune da me controfirmati, in modo da garantire la regolarità delle distribuzioni. Anche se qui in paese non vi è stata nessuna esecuzione, abbiamo vissuto ugualmente momenti di forte paura. Dietro il negozio c’era un folto pergolato; lì i tedeschi avevano sistemato dei carichi di bombe, per nasconderli alle perlustrazioni aeree americane. Nessuno sapeva che si trattava di una sistemazione provvisoria, e si vissero alcune ore di grande angoscia, nella convinzione che i nazisti volessero far saltare tutto in aria. Ancor più curiosa fu la vicenda accorsa a Geremia Luciani. Un giorno, mentre parlavo con mia madre fuori del portone di casa, all’improvviso vidi Geremia fuggire con indosso una divisa inglese, inseguito da tre soldati tedeschi. Il poverello s’infilò dentro casa sua: sinceramente pensavo che non l’avremmo rivisto più, ma una speranza si riaccese quando notai che i tre soldati si allontanavano senza di lui. In un secondo momento ascoltai il racconto dello stesso Geremia, il quale narrò di aver trovato una bella uniforme nuova, e di aver voluto provarla. Resosi conto troppo tardi dell’errore che aveva commesso, trovò rifugio nella canna fumaria del camino, ove restò piuttosto a lungo. L’unico scontro armato si ebbe tra un accanito oppositore del Fascio, Teseo D. P., e un repubblichino, Sante L.. Il primo, approfittando del forte scompiglio provocato dalla ritirata tedesca lanciò, per rancori personali, una bomba a mano contro l’altro. Sante fu ferito, ma non gravemente.

Ricordo che, dopo la fine della guerra, cominciarono a tornare i primi reduci, esausti per le centinaia di chilometri percorsi a piedi. Tutti i paesani si facevano loro incontro suonando e ballando, e molte furono le feste organizzate in loro onore."

Calascio

Come per la maggior parte dei centri minori della provincia, per Calascio non è mai passato un vero e proprio fronte: tuttavia successivamente all’8 settembre ‘43 si registrò la presenza di un consistente distaccamento militare tedesco, costituito all’incirca da una cinquantina di soldati.

Questi provvidero quasi immediatamente a sospendere l’erogazione della corrente elettrica, attraverso l’abbattimento dei tralicci e ad interrompere, con lo stesso procedimento, la linea del telegrafo. Vennero inoltre sequestrati tutti gli apparecchi radio, tranne quello in possesso della famiglia degli intervistati Silvio e Rosina Zara.

I tedeschi risiedevano presso il convento dei frati francescani (corrisponde all’odierno convento dei Gesuiti, che nel dopoguerra fu adibito, in parte, a scuola elementare).

Lo scopo primario dei nazisti giunti in paese era quello di creare una linea di difesa (un segmento della linea fortificata "Hitler", che passava tra Calascio e Castelvecchio) per realizzare la quale reclutarono civili coi quali integrare la propria manodopera. Il lavoro obbligatorio veniva svolto sotto scorta tedesca e persino il parroco, don Giovanni Gianlonardo, fu costretto a lavorare per alcuni giorni.

I lavori di fortificazione erano eseguiti per lo più sul colle Cocozzo, antistante il paese: qui veniva scavata una lunga e profonda trincea, protetta nella parte frontale da un reticolato costituito da rotoli di filo spinato stesi tra paletti metallici piantati ogni quindici metri (ancora oggi è possibile scorgere sul versante nascosto del paese le buche che ospitavano i paletti).

Nonostante la nutrita presenza tedesca, alcuni prigionieri di guerra anglo-americani provenienti dall’Aquila e da Sulmona ebbero la possibilità di nascondersi nelle abitazioni dei civili, altri nelle grotte in campagne, altri ancora nelle case disabitate del paese vecchio, Rocca Calascio.

Cominciò così una serie di rastrellamenti del paese da parte dei nazisti, allo scopo di impedirne quantomeno la fuga. Le pattuglie, muovendosi anche sugli sci, effettuavano i loro controlli anche la sera, all’incirca verso le nove, quando cioè nessuno si sarebbe dovuto più allontanare dalle abitazioni senza giustificati motivi.

Le disposizioni al riguardo erano tuttavia solo orali, ed in ogni caso abbastanza flessibili. Nel "dopolavoro" del paese, infatti, tutti i giovani erano soliti riunirsi, dopo l’ora di cena, per giocare (a passatella e a morra), bere e divertirsi in compagnia. Il 4 marzo ‘44, proprio presso questo dopolavoro, sopraggiunsero improvvisamente a bordo di un camion (che fu lasciato col motore acceso lungo la strada provinciale che attraversa il paese) alcuni soldati tedeschi armati, che seminarono il panico tra i presenti.

Alcuni giovani fuggirono lungo la suddetta strada, ma due ragazzi (Manfredo Rubeis e Giorgio Gentile) furono raggiunti da alcune raffiche di mitra: probabilmente furono scambiati per inglesi o americani, della cui presenza i nazisti erano stati quasi certamente informati da alcuni collaborazionisti locali.

Un altro giovane, Nunzio Gentile, ebbe il cappello trapassato da un colpo e anche la madre di Giorgio Gentile, sopraggiunta per soccorrere il figlio, rischiò di venire colpita. Il numero delle vittime avrebbe potuto essere più alto se, alcuni minuti prima dell’irruzione tedesca, parte dei presenti non si fosse avviata verso casa. Fra questi, c’era lo stesso intervistato, il signor Silvio Zara, assieme ad un certo Romeo, personaggio piuttosto ambiguo nella trama di questa breve storia di Calascio: costui infatti, conoscendo discretamente il tedesco, senza tanti scrupoli mercanteggiava utili "soffiate" in cambio di qualche favore.

Altra figura molto ambigua, a detta dei testimoni, era quella di Aladino Moscardelli, un uomo che aveva organizzato un vero e proprio commercio di informazioni sia per i tedeschi che per gli inglesi: un doppio gioco che gli fruttò notevoli vantaggi per un certo tempo, ma che probabilmente più avanti gli costò la vita. Si dice infatti che fu impiccato nella provincia di Pescara, vicino Penne.

Sempre la sera del 4 marzo altri ebbero salva la vita in quanto, con non poco coraggio, si gettarono al di là del parapetto del belvedere che costeggia la strada provinciale, e per un caso fortuito alcuni cumuli di neve non ancora disciolti ne attutirono la caduta.

In seguito a questo episodio, poiché i tedeschi avevano praticamente la certezza della presenza di alcuni gruppi di inglesi, venne attuato di sorpresa un vero accerchiamento del paese: le truppe penetrarono in Calascio da varie zone, ossia dalla parte di S. Stefano di Sessanio e da quella di Castel del Monte. Pezzi di artiglieria vennero inoltre piazzati appena al di fuori del centro abitato, nella zona cosiddetta "Forcella", ai piedi del colle Cocozzo, e numerosi colpi di mortaio vennero sparati verso Rocca Calascio. L’accerchiamento, realizzato nelle prime ore del mattino, fu molto efficace perché quasi tutti gli inglesi e gli americani tenuti nascosti nel paese furono catturati.

E insieme a costoro vennero arrestati anche quaranta civili che avevano tentato, spinti dalla paura, di forzare l’accerchiamento. Legati l’uno all’altro, questi vennero condotti a Barisciano, dove furono fortunatamente rilasciati dopo il controllo dei loro documenti.

Certamente qualche prigioniero sfuggì al rastrellamento, essendo riuscito ad occultarsi particolarmente bene in grotte o stalle. Addirittura, in alcuni casi, dei prigionieri furono tenuti nascosti dietro fascine di legna o tra cumuli di letame e benchè feriti dai forconi che i tedeschi affondavano in ogni angolo per snidarli, non uno si lasciò sfuggire un gemito, tutti seppero mantenere il silenzio ed avere, in tal modo, salva la vita oltre che salvare quella dei loro protettori.

Un gruppetto di cinque prigionieri rifugiatisi presso la chiesa parrocchiale fu purtroppo scoperto per colpa di uno di loro che incautamente si affacciò dal campanile.

Il rastrellamento non risparmiò nessuna abitazione, e anche grazie a segnalazioni di spie o ad indizi lasciati in giro dagli inglesi (vari loro oggetti rinvenuti in alcune case), fu possibile risalire ai luoghi in cui erano stati tenuti nascosti.

Per rappresaglia, vennero fatti esplodere i fabbricati in cui tali oggetti erano stati rinvenuti. Questa misura punitiva colpì due case, una presso la chiesa di S. Antonio, appartenente a Nicola Vespa ed abitata dai nipoti, l’altra di proprietà di Pasquale Cicciarelli, presso la piazzetta dell’Altera. Quest’ultima non fu abbattuta del tutto: un lato di essa restò in piedi poiché una delle mine non esplose. L’attuale proprietario della costruzione, infatti, Renzo Antonacci, afferma che durante i lavori di ristrutturazione ha rinvenuto presso un angolo dell’edificio, appena sotto la terra, un consistente cumulo di cenere (probabilmente quanto era rimasto dell’ordigno).

La crudeltà dei tedeschi era tale che essi costringevano i proprietari degli edifici ad assistere alla loro distruzione ("...e con parecchie mine fecero saltare tutto in aria, spargendo ogni cosa, mobili, suppellettili e le poche provviste alimentari che avevamo raccolto...", da una dichiarazione dell’usufruttuaria dell’abitazione in S. Antonio, Nunzia Vespa).

Dopo che gli alleati ebbero sfondato la linea presso Cassino, furono accentuati gli attacchi aerei contro le colonne militari tedesche, attacchi durante i quali furono fatti esplodere numerosi automezzi. Anche il paese fu bombardato nell’intento di colpire il convento, sede, come già è stato ricordato, del comando nazista; fortunatamente l’attacco non fu preciso, e le bombe colpirono i terreni prossimi al laghetto di Calascio. Solo un ordigno esplose, mentre gli altri vennero fatte brillare dall’ingegnere Italo Frasca, anch’egli calascino.

Anche durante la ritirata vi furono diversi mitragliamenti aerei contro autocolonne tedesche, con la distruzione di numerosi automezzi.

Andando via, dopo aver avvertito la popolazione di aprire le finestre, i tedeschi fecero saltare i pali della luce e pretesero che si consegnassero loro cibo, muli, maiali senza ovviamente rendere nulla in cambio. In proposito, tra gli atti comunali di Calascio, ne abbiamo rinvenuto uno in cui il podestà notificava che l’8 giugno ‘44 i soldati tedeschi stanziati presso S. Stefano di Sessanio, sotto la minaccia delle armi spianate, avevano requisito forzatamente, per trasporto bagagli, cinque muli e quattro asini appartenenti a Celestino Frasca, Nicola Intinarelli, Alessandro Gentile e Laura Di Marco.

 

Campotosto

Fin dal 1941 nel territorio di Campotosto i prigionieri catturati dagli Italiani venivano segregati in una zona adiacente al lago, in prossimità della frazione di Poggio Cancelli, ai piedi di una collinetta facilmente controllabile, ed un nutrito gruppo di prigionieri montenegrini, costituito da circa 300 elementi, venne impiegato, sotto la dirigenza del tecnico di Campotosto Nello Deli, nella realizzazione del progetto "Lago". Essi costruirono in particolare quello che oggi è l’edificio sede di tutti i meccanismi di misurazione e controllo relativi alla diga di Poggio Cancelli.

Già in passato gli abitanti di Campotosto e delle sue frazioni avevano tentato invano (tramite Serena, Rivera o Lopardi) di ottenere dal regime l’interruzione dei lavori per la realizzazione del lago artificiale, ancora di dimensioni limitate, poiché esso nella sua massima estensione avrebbe sommerso molte terre coltivabili, nonché le cave di torba e di lignite, creando una forte disoccupazione. Ma poiché Mussolini non poteva contrastare la società "Terni" produttrice di armi (interessata a fare il lago per poi sfruttare una centrale idroelettrica), promise che il lago sarebbe stato prosciugato all’indomani della guerra.

Ora, con l’impiego dei prigionieri di guerra, la popolazione si sentiva doppiamente "derubata": inutile dire, infatti, che la manodopera offerta dai prigionieri aveva un costo minore rispetto a quella locale.

I prigionieri, provenenti tutti dalla regione dei Balcani, erano affidati al controllo di un corpo militare con a capo l’ufficiale tenente Gino Ponzi di Campotosto. Erano malnutriti e malvestiti e non potevano essere avvicinati da nessuno : la domenica, ad esempio, i cattolici venivano accompagnati in chiesa e subito dopo ricondotti al campo. Condizioni e i ritmi di lavoro erano durissimi e almeno uno dei prigionieri morì e fu sepolto fuori dal cimitero di Poggio Cancelli.

In seguito all’armistizio, i prigionieri evasero, approfittando della confusione; e coloro che vennero ospitati in paese, si prodigarono nel sostenere quelle famiglie che la guerra aveva privato delle braccia più forti. Tra i POW giunti in zona, vi fu anche un ufficiale medico inglese (certo Jhonny) che si rese molto utile nella cura di alcuni abitanti.

In riferimento alla guerra aerea, va detto che il centro di Campotosto fu mitragliato da sei aerei inglesi, provenienti dalla direzione di Poggio Cancelli, la cui attenzione fu probabilmente attratta, come si racconta, da un camion civile utilizzato per lavori edili, e scambiato per un mezzo militare. La scarica di proiettili fortunatamente non provocò vittime: soltanto la giovane Annunziata Calendrella, intenta a giocare con alcune amiche, venne ferita, e peraltro in forma lieve. Ancora oggi restano visibili i fori delle pallottole su di un muro.

In base alle disposizioni entrate in vigore con l’avvento della Repubblica di Salò, più volte tedeschi e fascisti si impegnarono nel reclutare quanti fossero idonei a prestare il servizio militare. A Campotosto venne fatto prigioniero fra gli altri Fabio Pandolfi, futuro sindaco, poi rilasciato grazie all’intervento del parroco. Diversa sorte toccò ad Amedeo Vertolli, preso dai fascisti, condotto all’Aquila, costretto ad arruolarsi per non compromettere i familiari e morto in Germania probabilmente nel corso di un bombardamento.

Minorello Simoni sorprese invece l’intero paese per la sua abilità: catturato in casa dai tedeschi, aveva chiesto di potersi cambiare d’abito prima di seguirli ed era riuscito a fuggire da una finestra ed a trovare la salvezza tra le montagne. Purtroppo il ventenne Simoni morirà in seguito allo scoppio di una mina l’8 dicembre ‘44, durante le operazioni condotte dalla brigata "Maiella" nei pressi di Brisighella (in provincia di Ravenna).

Molti erano i giovani che, in quegli anni erano soliti trovar rifugio tra i monti della Laga ("dietro l’angolo" eppure così lontani), che i campotostani conoscevano alla perfezione e che i tedeschi temevano.

A Campotosto operava una piccola squadra di partigiani composta da sette elementi, tra cui Settimio e Giovanni Ciambotti e Vincenzo Pandolfi. Ogni membro della banda aveva un suo particolare soprannome: Vincenzo Pandolfi era "Serpente", Giovanni Ciambotti "Giovanni Bosco", Settimio Ciambotti "Tigre".

Il caposquadra, tal Erminio Castelli (originario del Teramano), guidò uno scontro diretto tra la sua formazione ed una colonna di tedeschi che, in ritirata da Roma, attraversò la zona compresa tra i centri di Leonessa e Visso, per proseguire quindi verso Macerata. Lo schieramento tedesco venne bloccato per ben due ore dall’energica iniziativa partigiana, condotta con l’impiego di mitra e fucili (il nucleo partigiano di Campotosto era ben armato: il signor Giovanni Ciambotti narra che aveva con sé un fucile, una baionetta nello zaino e due bombe a mano in tasca).

Successivamente i partigiani, cresciuti di numero, costituirono due gruppi, uno composto da dodici e l’altro da sei elementi: si trattò di una scelta strategica che avrebbe permesso di proseguire le azioni anche nel caso in cui una delle due bande fosse stata bloccata. Ciononostante, le precauzioni non furono sufficienti : una giovane donna figlia del farmacista di Leonessa, in seguito a minacce, rivelò i nomi di circa sessanta collaboratori dei partigiani; e così molti di loro, tra cui Settimio Ciambotti, furono fucilati il 2 aprile ’44 a Villa Carmine di Leonessa (Rieti). Molti ricordano la scena pietosa del corpo del Ciambotti riportato a dorso d’asino dal padre fino a Campotosto.

Pur se impossibilitati nel raggiungimento di più ambiziose iniziative, i partigiani di Campotosto riuscirono comunque il 3 aprile ’44 a disarmare la locale stazione dei Carabinieri. Se ne occuparono sette partigiani, cinque dei quali circondarono l’edificio, mentre gli altri due bussavano alla porta. Dall’interno i carabinieri presenti (tre militi, un appuntato e un brigadiere), riconoscendo dei loro paesani, aprirono l’uscio in buona fede e l’immediata irruzione li colse di sorpresa. Ma la delusione dei partigiani fu grande quando dovettero constatare che i fascisti avevano già provveduto a portar via tutte le armi disponibili. La mattina successiva i sette si recarono alla casa del fascio, la misero a soqquadro e ne distrussero tutto il carteggio, prima di scomparire verso il Teramano.

I conseguenti rastrellamenti tedeschi e fascisti portarono l’8 aprile alla cattura nella frazione Altavilla di Montorio al Vomano (Teramo) dei partigiani responsabili dell’azione di Campotosto, fucilandone tre, fra cui il Castelli. Giovanni Ciambotti, tradotto nelle carceri dell’Aquila il 20 aprile ‘44 e processato ad Aquila dal Tribunale Provvisorio Territoriale fascista, il 25 aprile fu condannato all’ergastolo, ma tornò in libertà grazie all’evasione in massa dal carcere di S.Domenico avvenuta il 10 giugno.

Intanto, Vincenzo Pandolfi era tornato in paese molto malato ed era stato nascosto dai fratelli in una piccola grotta mimetizzata con dello "stabbio", ma l’aria viziata ne aveva peggiorato le condizioni, fino a causarne la morte.

La ritirata dei tedeschi non causò incidenti di sorta (come sappiamo, Monsignor Confalonieri intervenne a favore del paese affinché i guastatori nazisti non distruggessero la diga). Solo qualche bestia "cambiò proprietario" durante il transito delle colonne in ripiegamento dirette verso Teramo o Amatrice.

Mascioni (Campotosto)

La sera del 5 maggio ’44, verso le 21, la guardia campestre comunale Valentino Adriani (detto "Valente"), cinquantanovenne invalido di guerra residente a Mascioni, venne raggiunto da "pseudo-partigiani" reduci da una cena e da una partita a carte presso il forno di Aquilio Aniceti. Lo steso Aniceti ricorda che quella sera i partigiani erano sovreccitati e un po’ ubriachi e che a stento davano ascolto ai loro stessi capi. Usciti dal locale, dopo aver lanciato delle bombe a mano in strada per costringere la gente a starsene in casa, intimarono all’Adriani di uscire e quando fu sull’uscio di casa lo abbatterono con alcuni colpi di pistola. Le successive indagini porteranno all’incriminazione dell’ex-carabiniere ciociaro Attilio Maola e di altri cinque presunti partigiani, tutti assolti nel maggio ‘50 dalla Corte d'Assise dell’Aquila perché il fatto fu giudicato un’azione di guerra non perseguibile dalla giustizia.

Il signor Aquilio Aniceti ci racconta che lo stesso ex-carabiniere Maola organizzò qualche giorno dopo un’azione di sabotaggio ai danni dei tedeschi lungo la s.s. 80., episodio che porterà, il 17 maggio ’44, al barbaro omicidio di Giovanni Antonelli.

Questi era un giovane orfano di madre (morta in seguito al parto del fratello) ed aveva il padre in precarie condizioni di salute, per cui era stato allevato dalla nonna e viveva aiutando gli zii a custodire i cavalli.

Come ogni giorno, era appunto nascosto con dei cavalli in un bosco adiacente la strada statale presso Porcinaro quando assistette all’agguato teso da alcuni partigiani, appostati anch’essi nella boscaglia, ad una motocarrozzetta tedesca (un portaordini tedesco restò ucciso, mentre l’altro, benchè ferito, riuscì a dare l’allarme).

Le truppe tedesche prontamente intervenute, catturarono il partigiano slavo Blagoja Popovic, ferito e poi impiccato a un pilone della teleferica di Provvidenza (usata dai boscaioli per il trasporto della legna) dove fu lasciato esposto come monito per circa una settimana.

Giovanni Antonelli, scambiato per un altro partigiano benché fosse disarmato, fu ferito ad una gamba, catturato dai tedeschi con l’aiuto di un cane, picchiato sulla strada, legato ad una camionetta e trascinato fino a Mascioni, vicino a casa sua. Qui, dopo averlo ancora picchiato, lo costrinsero ad impiccarsi ad una ringhiera mettendosi da solo un cappio di ferro filato intorno al collo e lo lasciarono lì a titolo di tremendo monito per la popolazione. Come se non bastasse, la sua casa fu saccheggiata della biancheria e poi devastata dallo scoppio di alcune bombe a mano che provocarono il crollo del pavimento. La nonna di Giovanni, Maria Silvestri, che aveva tentato di opporsi a tanto scempio fu picchiata col calcio dei fucili (morirà per le percosse e per il dolore di lì a poco). Solo più tardi, alcune donne tirarono giù Giovanni, lo rivestirono e lo ricomposero in una parte della casa ancora integra, prima di procedere alla sua sepoltura. Durante le esequie, la nonna recitò una sorta di nenia improvvisata: "Mancu se fussi stato, / Giovanni mè, lu capu ladru /Prima t’hanno acciso / E po’ t’hanno appiccato."

Riguardo a questa vicenda, lo zio del malcapitato, Daniele Antonelli, sostiene che il giovane, persona onesta e laboriosa noto come uno dei partigiani di Mascioni, in realtà, non fosse meritevole di questa qualifica. Riportiamo qui di seguito la sua testimonianza :"Mi trovavo con il gregge nascosto nel bosco per paura delle razzie dei tedeschi, mentre mio nipote (Giovanni Antonelli) era solito rifugiarsi con i cavalli nella macchia prossima alla s.s. 80. Sventura volle che, scoperto dai tedeschi, quest’ultimo fosse fatto prigioniero con l’accusa di partigianeria, e condotto a Mascioni su di un camion. Certo non immaginavo il funesto esito di una vicenda all’apparenza banale: venni più tardi a sapere, con orrore, che mio nipote era stato condotto nei pressi della propria abitazione, dove fu costretto ad infilare il capo nel cappio maledetto che gli strappò la vita. Nel luogo dell’impiccagione oggi una lapide ricorda quell’esecuzione inumana ed insensata. Pietrificato, me ne stavo immobile nella macchia silenziosa, che sembrava amplificare in maniera innaturale le grida ed il rombo delle auto che provenivano dal paese. Quando un’oretta dopo giunsi a Mascioni, trovai il corpo del povero Giovanni ancora lì, come un fantoccio abbandonato. La mia casa era stata distrutta, mia madre picchiata con il calcio del fucile. Le bombe a mano gettate sul pavimento della nostra abitazione avevano provocato il crollo del solaio sulla stanza sottostante, in cui trovavano rifugio i nostri animali. Il dolore di quel nefasto giorno non è mai sprofondato del tutto nel lago della memoria."

Da notare, come aggiunge il signor Mario Di Tommaso, che in seguito all’uccisione del loro soldato presso Porcinaro, i tedeschi accerchiarono per due volte il paese, allo scopo di catturare altri partigiani e minacciarono di attuare una rappresaglia contro dieci civili e di incendiare il paese, ma fortunatamente gli ordini della ritirata evitarono il compimento della strage.

Il giorno stesso in cui venne impiccato a Mascioni Giovanni Antonelli, i tedeschi uccisero in località Fonte Mattone un altro uomo (tale Augusto Manili detto "Ciciu"). L’anziano si era recato col suo asino a fare la legna, ma fu scambiato anch’esso per un partigiano e freddato da lunga distanza con un colpo di fucile da un tiratore tedesco.

 

Castel di Sangro

 I tedeschi si accantonarono a Castel di Sangro prendendo possesso di molte case, e istituendo il loro quartier generale nella cosiddetta "Casa del principe", al centro del paese, di fronte alla chiesa di S.Giovanni. Diverse pattuglie furono inviate nelle campagne circostanti, e non mancarono di sparare a vista anche su innocenti civili che tentavano di lavorare i campi. Per timore degli occupanti, gran parte della popolazione si trasferì nella parte alta del paese, abbandonando progressivamente il piano.

Agli inizi di ottobre l’aviazione alleata sganciò nottetempo otto bombe attorno a Castel di Sangro, nel tentativo di colpire una grossa colonna di automezzi tedeschi e il 1° novembre un nuovo attacco aereo colpì il palazzo del Principe di Santobuono, sotto le cui macerie restarono 13 tedeschi.

Quasi ogni giorno i tedeschi procedevano a rastrellamenti di uomini (il 17 ottobre furono in 170) per utilizzarli fuori del paese in lavori di trinceramento. Nel novembre ’43 i tedeschi cominciarono a fare razzia di ogni cosa (cibo, vestiario, biancheria, animali), terrorizzando la popolazione.

Il 2 novembre i tedeschi dettero l’ordine di evacuazione totale, dando appena quattro giorni di tempo alla popolazione per trasferirsi a Sulmona.

Molte donne e bambini, portando con loro tutto ciò che erano riusciti a salvare, si rifugiarono nelle masserie e nei paesi vicini, altri decisero di sfollare più lontano, persino fuori d’Abruzzo. La maggior parte degli uomini furono invece catturati per essere impiegati, dopo essere stati sottoposti a visita medica, nella costruzione di nuove trincee nei pressi di Rivisondoli.

Evacuato dagli abitanti, Castel di Sangro veniva saccheggiato dai tedeschi e poi in tre giorni, dal 7 al 9 novembre, sistematicamente distrutto con le mine e col fuoco.

A partire dall'11 novembre, i tedeschi iniziarono anche a distruggere le masserie (ne incendiano una ventina), costringendo gli sfollati a cercarsi nuovi, precari rifugi, in piena zona di guerra.

Dopo la distruzione, il territorio comunale divenne terra di nessuno per lo scontro delle pattuglie contrapposte : il 22 novembre un’avanguardia canadese tentò di prendere Castel di Sangro, ma venne respinta con forti perdite. Il paese (o quel che ne restava) fu quindi sottoposto per due giorni a pesanti bombardamenti di artiglieria e liberato il 24 novembre '43.

In dicembre l’arrivo degli Alleati e la fuga dei tedeschi dal paese fu annunciato dal un suono delle campane, anche affinché i cittadini sfollati nei dintorni comprendessero che potevano ora riprendere possesso delle loro case, in gran parte danneggiate dai bombardamenti.

Scrive Pasquale Scarpitti :

" La fiumana immensa della guerra, che ci ha colpiti nel cuore, nella morte e in quello che avendo di più caro ci univa con piacevoli ricordi al passato, ha lasciato incancellabili tracce dei suoi vortici. Del passato non restano che cumuli di rovine, camini abbarbicati su qualche pietraia, ossessionati nel loro negro colore, e infiniti stendardi asimmetrici, stalagmiti erette dalla furia tedesca, mozziconi di muri e di colonne che la civiltà alemanna passando ha voluto edificarvi. Castello giace in silenzio. Sul suo corpo derelitto il piombo tedesco si è accanito per sette mesi di fronte, e le terribili mine hanno squarciato le case, le raffiche rabbiose hanno infierito contro un morto, recidendo sulla sua tomba molti fiori. (...) Poi il fronte si spostò al nord, togliendoci il sudario sul quale rimasero impresse le sofferenze di prima linea, dove la fame e la neve ci furono compagne, la morte e l’angoscia amiche generose. Alle truppe della vittoria apparve l’ossario insepolto di Pietransieri, l’eccidio di 200 persone... Questo sangue grida dall’immensità cupa della tomba: è stato vano il sacrificio? La speranza e la volontà che ci sorressero moriranno con noi inascoltate? "

L’AQUILA - Arischia

Sin dal 23 settembre ’43 nel paese si costituì un gruppo di partigiani, costituito prevalentemente da militari tornati a casa in seguito all’armistizio e da reduci dal fronte. Li comandava un nostro intervistato, il signor Antonio D’Ascenzo, all’epoca caporale degli Alpini reduce dal fronte jugoslavo.

Inizialmente il nucleo partigiano era formato da 18 persone, che in seguito crebbero fino a 43. Ne facevano parte, tra gli altri, tre ufficiali inglesi, degli slavi, il procuratore aquilano Mario Tradardi ed anche alcuni disertori tedeschi (il paracadutista disertore ventunenne Arthur Glaser ed un suo connazionale detto "il Berlinese"). Il gruppo risiedeva ad Arischia, ed aveva un punto di appoggio nel bosco di Chiarino.

Poiché la prima necessità fu quella di procurarsi armi e munizioni, una decina di partigiani ebbe il compito di rubarle da un grosso deposito che si trovava proprio in paese. Una volta prelevati, i fucili, le pallottole e le pistole vennero nascoste sottoterra nelle vicinanze del magazzino, per poi essere recuperate di notte, col favore delle tenebre.In seguito, non ci si fece scrupolo neanche di sottrarre l’equipaggiamento ai nemici caduti sul campo di battaglia.

La prima azione del nucleo di resistenza avvenne al km 23 della s.s.80, ove vennero uccisi dei portaordini che dall’Aquila si recavano in motosidecar a Teramo.

Il D’Ascenzo ci rivela che l’attività partigiana fu tacitamente tollerata dal maggiore tedesco che risiedeva nel palazzo Dragonetti di Pizzoli, in quanto egli non approvava più i metodi dei nazisti. Fu per questo, a suo dire, che in Arischia non si registrò peraltro alcuna rappresaglia.

Nessun membro del gruppo morì nel periodo in cui esso restò operativo, sebbene l’impiego di ogni elemento fosse continuo e non mancassero situazioni estremamente pericolose, come sparatorie e attentati dinamitardi (in uno scontro a fuoco presso Porcinaro fu ferito al volto Giovanni Ciano).Venne fatto esplodere, fra l’altro, il ponte di Arischia, anche se le pietre che di cui era costituito finirono con ledere la struttura di numerose abitazioni circostanti, tra cui quella della signora Giulia Ragone.

Il circondario di Arischia subì un duro bombardamento il 2 novembre 1943 ed inoltre, dopo il bombardamento della stazione dell’Aquila, diversi POW superstiti si nascosero in casali di campagna o in caverne di montagna e, in caso di maltempo, anche in paese, presso alcune abitazioni private.

Durante la ritirata pernottarono in paese per molti giorni diverse compagnie tedesche, dotate di carri trainati da cavalli. I tedeschi requisirono mucche, galline, cavalli e tutto ciò che potesse esser loro utile.

L’AQUILA - Coppito

Il presidio tedesco, comandato da un maresciallo e dotato di telefoni e ponti radio, si impadronì di palazzo Gigotti e di varie altre case, stalle, cantine e forni. I tedeschi non intralciarono eccessivamente le normali attività degli abitanti e furono anzi molto permissivi. Significativo è al riguardo il racconto fattoci dalla signora Luigina De Meo, la quale narra di quattro giovani soldati tedeschi che, dinanzi a casa sua, montavano la guardia ad alcuni camion nascosti in uno stretto vicolo e coperti di rami e fogliame, affinché potessero essere celati alla vista degli aerei nemici. Ella ricorda come questi soldati fossero spesso ospiti a casa sua, e come con essi si intrattenessero discussioni garbate.

Ciò non significava, però, piena libertà di azione : anche qui fu infatti imposto il coprifuoco dal tramonto fino al sorgere del sole, e violare tale disposizione poteva costare l’arresto e la detenzione nel cosiddetto carcere di "Santa Maria", ricavato in una cantina di palazzo Gigotti (nei pressi dell’attuale ristorante delle "Salette aquilane"). Non si trattava per la verità di una vera e propria prigione (come, ad esempio, quella di S.Domenico dell’Aquila) ma di un luogo in cui erano trattenute per brevi periodi persone che si erano rese colpevoli di "reati lievi": di conseguenza, la preoccupazione non sfiorava l’animo né degli arrestati né dei loro parenti, che attendeva il rilascio quasi ridendo alle spalle dei tedeschi, ormai appagati per aver punito coloro che non avevano osservato la legge.

In generale, comunque, le condizioni di vita non erano migliori che in altre zone: la fame era tanta ed i generi alimentari scarsissimi.

I tedeschi si dimostrarono maniaci della pulizia, costringendo gli abitanti a spazzare strade e vicoli. Una donna, Rita Gianfelice, fu persino costretta a raccogliere alcune foglie di granturco essiccato cadute in strada mentre sbatteva alla finestra il suo materasso. Sapendo ciò, alcuni abitanti sventarono la requisizione delle loro abitazioni ponendo dietro le porte d’ingresso anfore piene di urine e feci, in modo tale che, rovesciandosi all’apertura delle porte, riempissero i locali di odori sgradevoli.

Nei pressi del paese, in stalle e pagliai, furono assisti alcuni prigionieri di guerra ai quali, in gran segreto, il dottor Pompeo Spennati era solito prestare le sue cure in caso di bisogno. Alcune famiglie che avevano ospitato POW furono tuttavia scoperte e le loro case furono devastate a causa di delazioni di fascisti locali.

Oltre ai camion già citati, se ne potevano trovare molti affilati lungo la strada principale, ed adibiti al trasporto della benzina. Ci fu chi, tra gli abitanti di Coppito, tentò di rubare un po’ di quella benzina, rischiando per questo la fucilazione, e scampando alla pena capitale solo grazie alla benevolenza di un comandante piuttosto indulgente entrato in amicizia con dei suoi parenti. Tuttavia la medesima persona, (nota come compare Nello), non facendo tesoro della prima esperienza, rubò nuovamente ai tedeschi, sottraendo loro una cassetta di medicinali per il pronto soccorso. In questa seconda occasione egli non venne scoperto, ma la sua azione provocò la reazione indignata dei militari, che minacciarono l’intera popolazione. Fortunatamente la temuta rappresaglia non ebbe luogo, grazie ad alcune giovani donne, che riuscirono a far liberare i prigionieri in cambio delle loro "attenzioni".

Un altro rischio di rappresaglia fu corso in occasione del furto di una motocicletta tedesca compiuto da un certo Luciano, il quale riuscì a volatilizzarsi nei campi con la refurtiva, suscitando le ire degli occupanti.

In seguito allo sfondamento del fronte di Cassino da parte degli alleati, la ritirata dei tedeschi, cominciata verso sera, fu rapidissima. In direzione di Teramo, per sfuggire ad inglesi ed americani, furono visti transitare molti giovani tedeschi che afferravano la coda dei muli trafugati e si lasciavano trasportare, stremati dalle marce e dalla battaglia al punto di non poter più neanche camminare.

Altrettanto rapide furono le azioni dei guastatori, i quali tuttavia risparmiarono al paese gli spargimenti di sangue e di rovine riservati ad altri centri. La loro opera funesta fu volta solo a minare tutte le possibili vie di accesso all’Aquila (quindi anche dalla parte di Coppito), così da rallentare l’avanzata delle truppe alleate. Lo sfondamento della linea aggravò le condizioni dei civili, che dovettero patire una ancor più grave scarsezza di generi alimentari e che, per precauzione verso razzie e violenze, si rifugiarono temporaneamente nelle campagne, terrorizzati anche dalle numerose schegge proiettate dall’esplosione del deposito di munizioni di Genzano di Sassa.

 

L’AQUILA - Filetto

Come in molti altri centri dell’Aquilano, nelle grotte intorno al paese si nascosero molti prigionieri inglesi fuggiti dalle Casermette dell’Aquila e il 25 settembre vi fu un primo rastrellamento tedesco nel corso del quale furono catturati molti prigionieri. Durante questa operazione, una pattuglia catturò in località "Fugnette" cinque giovanotti del posto e li condusse verso Assergi per accertamenti. Il località "Capolaforca" il giovane Franco Gambacurta (nato a Roma nel 1927, ma residente a Filetto) venne separato dagli altri, che sarebbero stati poi rilasciati, e fucilato come franco-tiratore perché sospettato di essersi liberato di una pistola.

I patrioti locali continuarono tuttavia ad aiutare prigionieri e sbandati che intendevano raggiungere le linee, accompagnandoli fino alle montagne di Barisciano.

Il 1° dicembre ‘43 vi fu un secondo rastrellamento tedesco in grande stile effettuato da Barisciano, da Campo Imperatore e da Assergi. In questa occasione furono ricatturati, tra gli altri, tre prigionieri che erano ospitati in una legnaia appartenente alla famiglia di Angelo Cupillari : un paracadutista di nome Douglas, il soldato David Sweetman e l’infermiere Walter Walley (tutti poi deceduti, probabilmente nel bombardamento della stazione dell’Aquila dell’8 dicembre).

Nel gennaio ‘44 il fratello di Angelo Cupillari, Silvio, fu contattato dal partigiano di San Demetrio Cesare Vecchioli nell’ipotesi di stabilire un distaccamento partigiano sulla montagna di Filetto, ma poi i contatti si persero. In marzo un nuovo contatto fu stabilito con lui da Carlo Liberatore, Dante Carosi e Fulvio Tecca, che egli accompagnò in montagna presso i rifugi già utilizzati dai prigionieri.

Inoltre, grazie all’amicizia che aveva con il radiotelegrafista tirolese Ruppert, Silvio Cupillari fornì molte informazioni all’amico partigiano Giorgio Agnetti.

In seguito alla diserzione di Angelo Cupillari, in base a qualche denuncia anonima la famiglia subì in maggio delle perquisizioni, probabilmente compiute da fascisti in divisa tedesca giacché non vollero o non seppero rispondere ad alcune domande rivolte loro in un tedesco scolastico dal fratello Silvio.

Le iniziative tedesche e fasciste erano dovute soprattutto alla recente uccisione da parte dei partigiani di Augusto Rossi di Paganica e di Ermanno Innocenzi ("Armandino") di Camarda.

Come si è già detto, le violenze subite da questo piccolo paese di montagna culminarono nell’eccidio di 17 abitanti commesso il 7 giugno 1944.

 

L’AQUILA - Onna

In una tenuta dei Pica Alfieri, la sussistenza tedesca aveva installato un importante panificio sotto degli alberi che ne impedivano la vista agli aerei nemici. I forni venivano alimentati in continuazione dalla legna trasportata e spaccata da squadre onnesi, appositamente predisposte dai tedeschi. Quindi, il pane veniva caricato sui mezzi che lo portavano al fronte del Sangro o di Cassino.

Indotti dalla paura a non opporre resistenza, i contadini, oltre a fornire lavoro, venivano costretti a portare cibo che veniva poi cucinato e consumato nel palazzo Pica Alfieri. Tuttavia, anche a causa della loro lunga permanenza, i soldati della sussistenza tedesca intavolarono buoni rapporti con la popolazione, frequentando le case, mangiando assieme ai civili, fornendo alimenti ed altri generi di consumo. Furono loro stessi, con l’approssimarsi della ritirata, a mettere in guardia i paesani verso le truppe operative di passaggio.

Durante il ripiegamento, il paese divenne un punto di appoggio per le abbrutite colonne di alpini tedeschi che risalivano in fretta l’Appennino. I contingenti si fermavano durante il giorno e ripartivano la notte, sostituiti dallo scaglione successivo.

La sera del 2 giugno, dopo una sosta di una quindicina di ore, una compagnia si accingeva a lasciare il paese, ma tre soldati si attardavano col proposito di razziare qualche cavallo. La prima ad essere derubata fu Bartolina De Paulis (vedova Ludovici), originaria di Paganica, che ad Onna gestiva un’osteria frequentata dai tedeschi e che con loro aveva fatto parecchi soldi. Appena ella vide la sua giumenta portata via per la cavezza, chiamò con grida disperate il figlio Giovanni (aveva anche una figlia di nome Rosmunda), all’arrivo del quale nacque un alterco piuttosto violento con un tedesco che, vistosi minacciato, estrasse la pistola e ferì lievemente il Ludovici ad un braccio. Questi, infuriato, disarmò il tedesco, gli sparò qualche colpo andato a vuoto e fuggì via.

Subito dopo la diciottenne Cristina Papola fu catturata dagli altri due tedeschi, forzata a rivelare il nascondiglio del giovane e uccisa con una scarica di oltre dieci colpi di pistola, pare dopo essere stata violentata.

Come si è detto, questo fu solo il prologo dell’eccidio compiuto dai tedeschi la sera dell’11 giugno 1944.

L’AQUILA - Paganica

 I tedeschi, installatisi nel palazzo Dragonetti, si comportarono prepotentemente con la popolazione, pretendendo di ottenere qualunque cosa chiedessero. Ai ragazzi del luogo i tedeschi concedevano spesso qualcosa da mangiare, ma quando dovevano scaricare dai camion viveri o indumenti, pretendevano di essere aiutati, mettendo mano alla frusta in caso di rifiuto o di svogliatezza. Uno di loro, il signor Dino Palmerini da noi intervistato, si ribellò violentemente e per fu questo arrestato e condannato a morte. Nei giorni della ritirata, grazie alla partenza dei tedeschi e alla complicità di vari cittadini, egli riuscì fortunosamente a sottrarsi ad una morte sicura.

Soldati tedeschi si resero anche responsabili dell’uccisione, nella notte tra l'11 e il 12 marzo 1944, dell'operaio settantenne Berardino Cocciolone, e, il 18 maggio 1944, dell’uccisione dei coniugi Anselmo ed Elena Rossi.

Il paese fu anche teatro di un interessante episodio di resistenza collettiva : dopo un’ennesima razzia da parte dei tedeschi, un camion carico di orzo, pane e uova era pronto a partire per L’Aquila, dove il cibo sarebbe stato consegnato ai capi tedeschi. Le donne del paese tuttavia, stanche dei soprusi, decisero di reagire e si distesero davanti a un camion tedesco impedendone il movimento. In questo modo i cittadini poterono letteralmente "assalire" l’automezzo, recuperando ciascuno i viveri che gli erano stati sottratti.

 

L’AQUILA - S. Gregorio

Tutta la zona fino a Fontecchio era intensamente pattugliata dai tedeschi, che organizzavano battute per stanare i renitenti e i soldati disertori che, dopo l’armistizio, non si erano ripresentati ai rispettivi comandi.

Verso S.Gregorio, in località Le Pastine (dove oggi sorge un distributore di gas) i tedeschi installarono un loro deposito di munizioni nascosto sotto alberi di noci.

La signora Costanza Copat Lusi ci racconta la triste vicenda di un ragazzo dodicenne che trovò una morte ingiusta lungo la s.s.17, all’altezza della biforcazione per Poggio Picenze. Più volte egli aveva usufruito di passaggi a bordo di camion tedeschi per raggiungere L’Aquila; sfortunatamente, proprio nel giorno in cui aveva bisogno di recarsi in città per un’operazione alle tonsille, un aereo alleato mitragliò l’automezzo sul quale aveva preso posto, incendiandolo. Il ragazzo, cercando di sfuggire alle fiamme attraverso il portellone posteriore del rimorchio, vi restò incastrato con la testa. E non ci fu nulla da fare per strapparlo ad una morte tanto orribile.

Nella medesima occasione, l’intervistata ebbe modo si trarsi in salvo, trovando rifugio sotto un ponte prossimo al luogo dell’incidente.

L’AQUILA - Sassa

 

La zona era frequentata da partigiani non sufficientemente armati e dunque non particolarmente attivi contro i tedeschi. Abili nel confondersi tra la macchia, erano per lo più disertori appartenenti alle classi comprese fra il 1915 e il 1925 che non si erano ripresentati al richiamo in guerra alla fine del ‘43.

I paesani garantirono loro ospitalità e protezione, mentre medici e farmacisti antifascisti accettavano di curare i fuggitivi nelle macchie, pur sapendo che per questo sarebbero stati perseguitati da fascisti e tedeschi e anche dai loro colleghi medici condotti, particolarmente riconoscenti al regime.

Inoltre, in cascinali e sotto mucchi di fieno furono nascosti vari prigionieri alleati, ai quali la popolazione portava da mangiare.

I nazisti irrompevano a loro piacimento nelle abitazioni private, rubando formaggio, prosciutto ed altri generi, nonostante che le risorse alimentari fossero già scarse.

Durante la ritirata, nel pomeriggio dell’11 giugno ’44, due soldati tedeschi riscendevano con un camion da Colle Sassa verso Sassa scalo, dopo aver tentato invano di vendere o barattare con i civili, nella piazza della chiesetta di S.Antonio, diverse paia di scarpe prelevate da un loro deposito vicino alla stazione.

Lungo la strada, nei pressi della parrocchia di Santa Giusta, alcuni partigiani (Luigi Carnicelli, in compagnia di Matteo Perricone e di altri giovani), posto un tronco di quercia in mezzo alla strada per costringere il mezzo a fermarsi, esplodevano un colpo di fucile da caccia i cui pallini frantumavano il parabrezza e ferivano lievemente uno dei soldati che era sceso a terra per rimuovere l’ostacolo. Scampati all’agguato, i due tedeschi raggiunsero a tutta velocità il fondo valle e tentarono di trovare dei commilitoni con i quali tornare in paese per compiere una dura rappresaglia, ma il grosso dell’esercito era già partito o intento a minare i ponti della ferrovia.

Tornarono così a Colle Sassa con due soli commilitoni ed iniziarono a piazzare le mitragliatrici, provocando un fuggi-fuggi generale. I tedeschi infuriati furono dissuasi dal provocare danni all’abitato dal parroco don Vincenzo Giannangeli e da un certo Ianni che, avendo vissuto in Germania, conosceva la loro lingua. Venne detto loro che gli abitanti del paese erano tranquilli agricoltori e che non c’entravano nulla con l’attentato; ed inoltre venne portato loro del cibo affinché si calmassero.

A questo punto, quando i quattro soldati stavano già accingendosi ad andare via, con la zappa sulle spalle si avvicinò alla piazza, per rientrare nella sua abitazione dopo una dura giornata di lavoro nei campi, il contadino quarantanovenne Mosè Pace. Contro di lui, pur di vendicarsi in qualche modo, i quattro esplosero senza alcun motivo alcune raffiche di mitragliatrice, freddandolo e tornandosene subito dopo a Sassa scalo.

Sempre nell’ambito della ritirata, affinchè non cadesse in mano degli Alleati, i nazisti fecero saltare in aria un deposito di munizioni che avevano tenuto per tutta la durata dell’occupazione nei pressi di Genzano. A causa delle esplosioni il cielo si riempì di fumo e si oscurò come fosse notte e, colpita da un proiettile, una donna incinta restò purtroppo uccisa.

 

Lucoli

 

Il paese fu teatro di uno dei primi atti di forza compiuti dai tedeschi nell’Aquilano, quando il 27 settembre nei pressi di Pratolonaro furono avvistati e freddamente soppressi i giovani Benedetto Di Carlo e Ugo Ammanniti.

Nella zona furono anche ospitati numerosi militari sbandati e prigionieri alleati in fuga.

Il 2 febbraio 1944 in località Tartaglione di S.Andrea il pastore Benedetto Francavilla, alla vista dei tedeschi, si rifugiò nella stalla facendo pressione con la schiena sulla porta. Non avendo risposto all’intimazione di aprire, i tedeschi spararono contro la porta colpi di pistola che lo colpirono mortalmente. La salma fu rinvenuta la mattina seguente da un giovane che abitualmente si prestava per accudire il bestiame.

Più volte abbiamo avuto occasione di ripetere come Lucoli rappresentasse un’importante base logistica per i tedeschi: qui erano stati allestiti alcuni magazzini di armi e munizioni, che tuttavia vennero fatti esplodere dagli stessi nazisti poco prima della loro ritirata. In quel frangente non vi furono miracolosamente vittime, anche perché la popolazione era stata avvertita e si rifugiò prudentemente sulle alture circostanti.

Dopo la guerra, tuttavia, gli ordigni inesplosi che ancora si trovavano nel terreno provocarono parecchi morti, soprattutto tra i contadini intenti a lavorare la terra.

 

Montereale

 

Durante l’occupazione, Montereale fu una base abbastanza importante per i tedeschi, che da lì controllavano tutta la zona dell’Alto Aterno che collega con Ascoli Piceno e con l’Adriatico.

I tedeschi arrivarono in paese con quattro camion seguiti da alcune camionette, installandosi fin dai primi giorni nell’albergo di Dino Polidori. Quando l’albergatore chiese loro di lasciare i nominativi, si sentì rispondere che quella consueta formalità non serviva più, dal momento che ormai le stanze erano di loro proprietà.

Un’armeria fu istituita presso il Comune (il cui podestà era Fernando Cialfi), mentre sotto una pineta lungo la strada di Porta Marana alcune postazioni di mitragliatrici pesanti antiaeree furono mimetizzate con fogliame e sterpaglie che alcuni civili erano stati costretti a procurare.

I tedeschi non compirono veri e propri atti di violenza sui cittadini, ma ebbero un atteggiamento tracotante, entrando nelle case senza chiedere permesso e prelevando qualsiasi cosa (oggetti, cibo, animali), oppure ubriacandosi quasi ogni sera e dando fastidio a tutti. Quando dovevano compiere lavori (come scaricare camion o altro) puntavano il fucile contro i passanti, obbligandoli a dare una mano.

Come in quasi tutti i centri dell’Aquilano, i paesani dettero ampie prove di solidarietà umana : innumerevoli infatti sono i casi in cui fuggiaschi inglesi ed americani ricevettero asilo ed accoglienza (soprattutto nelle frazioni di Marana e Cabbia), proseguendo poi per le macchie muniti di proprie carte topografiche e di bussole. A chi li aiutò rilasciarono delle dichiarazioni, sulla base delle quali alcuni abitanti ricevettero delle ricompense dopo la fine dell’occupazione. Alla ricerca dei POW alleati, i tedeschi compirono minuziose perquisizioni nei fienili, setacciando la paglia in profondità mediante lunghi e appuntiti forconi.

Il paese fu fatto anche oggetto di ripetuti bombardamenti : nella frazione di Marana, rione di Contrici, le schegge di un ordigno ferirono al ventre una donna che si era recata alla fonte.

Il 19 novembre ‘43 due caccia americani mitragliarono con proiettili da 20mm dei carri trainati da asini sulla strada tra S.Pelino e Marana. Domenico Soccorsi e Angelo Beretta furono feriti e ricoverati prontamente presso l’Ospedale Militare tedesco dell’Aquila, dove restarono una decina di giorni.

Gli sventurati rimasti senza casa in seguito alle ripetute incursioni trovarono ospitalità presso compaesani che disponevano di stanze libere nelle loro abitazioni.

Emergenze di questo tipo tuttavia non modificavano le modalità di distribuzione dei viveri, che venivano elargiti sempre nella stessa misura, per cui si andava irrimediabilmente incontro a ristrettezze e sacrifici notevoli.

Fece scalpore in proposito un’ordinanza in cui si prescriveva ai paesani di consegnare le proprie bestie da soma presso la caserma già appartenuta al 18° Reggimento di Artiglieria, ora occupata dai tedeschi. Per assicurarsi che tutte le famiglie adempissero a quanto si richiedeva nella circolare, i nazisti presero in ostaggio otto persone facenti parte di altrettante famiglie di Marana, e le condussero nel carcere di Montereale con la promessa di liberarle qualora la consegna del bestiame fosse avvenuta regolarmente. La riscossione di ogni singolo capo veniva registrata e notificata per mezzo di una ricevuta, sufficiente per il rilascio dell’ostaggio.

Ciononostante, i tedeschi si resero più volte colpevoli di furti di bestiame e chi opponeva resistenza a questo ladrocinio ingiustificato si esponeva a gravi ritorsioni: ad esempio, il cinquantenne di Marana Domenico Di Gregorio, avendo tardato ad aprire la porta di casa, anche a causa della sua sordità, venne picchiato a morte dai tedeschi che avevano interpretato il suo comportamento come un atto di resistenza.

 

Cesaproba

Molti furono i giovani di Cesaproba che incontrarono la morte sui campi di battaglia, ma almeno le loro case vennero risparmiate dalla violenza della guerra.

Quando i tedeschi giunsero in paese trovarono la collaborazione di molti italiani aderenti al fascio, i quali facevano capo al capitano Domenico Ceci, medaglia d’argento, "marciatore su Roma" e temuto squadrista distintosi sin dall’avvento di Mussolini ( con la sua squadra aveva fatto irruzione in molte abitazioni, con l’intento di "convincere" i paesani ad aderire al P.N.F. ed aveva costretto i recalcitranti a bere olio di ricino e a subire percosse e maltrattamenti).

Grazie della considerazione di cui il Ceci godeva, ovunque gli era portato rispetto, e dunque gli stessi tedeschi gli affidarono il compito di tenere la situazione sotto controllo con la squadra che aveva ancora ai suoi ordini, composta da uomini e donne a lui fedelissimi.

Sebbene fosse un intransigente portavoce dell’ideologia del regime, più volte tuttavia il Ceci difese compaesani che venivano accusati dai tedeschi dichiarandoli suoi amici. Inoltre, molte ragazze vennero preservate dalle molestie dei tedeschi grazie all’intervento del Ceci, il quale - conoscendo molto bene la loro lingua - li convinse del fatto che le giovani del luogo erano a servizio presso potenti famiglie romane che non era conveniente indispettire. Nonostante ciò, le donne trascorrevano la maggior parte della giornata in campagna, e facevano ritorno nelle loro abitazioni soltanto al tramonto, percorrendo per prudenza le strade più impervie e meno frequentate.

Il terrore dilagava tra la popolazione a tal punto che ogni qualvolta si annunciasse la presenza di squadre di SS nel circondario, si era soliti allontanarsi dal centro abitato e trascorrere diverse notti in aperta campagna, finché il pericolo non fosse passato.

Nemmeno a Cesaproba i prigionieri alleati fuggiti dai campi avevano vita facile: chi decideva di difenderne le sorti, a suo rischio e pericolo, doveva affidare la sua iniziativa ad espedienti molto ingegnosi.

Durante la ritirata i tedeschi, incattiviti dall’esito dell’occupazione, razziarono biancheria e animali, opponendo alla disperazione degli abitanti il grido di scherno: "Paga Badoglio!". Molti abitanti, per sottrarsi alle razzie e agli atti di vandalismo, si ritirarono in montagna, nascondendosi per una decina di giorni nei boschi assieme ai loro animali. Ciò nonostante, alcuni tedeschi armati e a cavallo continuarono a girovagare per le alture, sequestrando ancora altre bestie.

Navelli

  

La via di Navelli era molto trafficata dai mezzi tedeschi e quindi molto battuta anche dall’aviazione alleata. Una postazione contraerea, situata in piazza Murarotte, diresse spesso il tiro contro velivoli nemici, insidiati pure dalle mitragliere antiaeree dei mezzi che transitavano sulla strada nazionale.

Negli ultimi mesi del ’43, un aereo inglese, che in formazione con altri intendeva mitragliare una colonna di camionette tedesche dirette verso L’Aquila, fu abbattuto dalla contraerea tedesca e si schiantò nella pineta di S. Nicola con il pilota a bordo.

Alcuni paesani si portarono sul luogo dell’impatto e, come spesso accaddeva in questi casi, sottrassero parti del velivolo, forse per possedere un ricordo tangibile dell’accaduto. Ma i tedeschi, accorsi anch’essi, nella confusione generale aprirono il fuoco alla cieca sui civili, fortunatamente senza fare vittime ma rischiando di colpire alcune donne (fra cui Piera D’Innocenzo, moglie del nostro intervistato Antonio Marcantonio) recatesi alla fonte che distava all’incirca un chilometro dal centro abitato.

Intanto, in preda ad un moto d’ira, un soldato tedesco aveva colpito col calcio del fucile il capo del pilota inglese che era già morto. Questo gesto di inutile ferocia suscitò l’indignazione di un carabiniere, che picchiò duramente quel soldato tedesco (il quale fu poi peraltro severamente punito dai suoi stessi superiori).

Questo fu uno sporadico episodio in cui i tedeschi di presidio (cioè non di passaggio) si mostrarono ostili alla popolazione. Di norma, infatti, i rapporti dei tedeschi con i civili furono abbastanza amichevoli.

Civitaretenga (Navelli)

 

Sebbene gli effetti diretti della guerra fossero alquanto blandi, le condizioni di vita erano comunque molto dure, al punto che molti giovani disoccupati si arruolarono volontariamente nell’esercito della R.S.I. solo per sfuggire alla fame.

Racconta in proposito il signor Marcantonio di Civitaretenga che i più fortunati si nutrivano di legumi e polenta. Se si era in possesso di un gregge era preferibile vendere gli agnelli per ricavare qualche lira in più. E così il sapore della carne venne ben presto dimenticato...

Durante le lunghe giornate d’inverno ci si riscaldava rimanendo nella stalla, seduti tra oche e galline su lunghe panche di legno, ad ascoltare fino a sera il chiacchiericcio delle donne intente nella pratica della filatura. Finalmente, dopo il tramonto, si rientrava in casa, dove spesso ci si concedeva il lusso di un fuocherello.

In tempo di guerra, e già prima dell’occupazione tedesca, l’attività commerciale si svolgeva prevalentemente a credito : nell’unica bottega del paese, quella di don Enrico Marcantonio, che si riforniva ogni settimana di merci a Popoli, i contadini saldavano i conti prevalentemente in settembre, in concomitanza con il raccolto delle mandorle e dello zafferano.

Nel periodo in cui il paese conobbe l’occupazione, la maggiore preoccupazione dei tedeschi fu quella di portare avanti la realizzazione di una linea fortificata di difesa che interessava l’intera zona, sino a Castel del Monte ed a Calascio. Molti civili (chiamati anche a riparare i danni provocati dagli aerei nemici lungo la strada nazionale), furono pertanto costretti al lavoro, ricevendo una misera paga. Chi si rifiutava, pur adducendo motivazioni legittime e reali, veniva percosso e costretto a subire varie ritorsioni. Solo in certi casi particolarmente gravi e vistosi si riusciva ad ottenere l’esenzione dai lavori.      

La popolazione non offrì alcuna resistenza alla presenza tedesca poichè la paura era alimentata dall’estrema severità dei soldati occupanti, che più volte rasentò la crudeltà.

Il contadino cinquantasettenne Domenico Garofalo, ad esempio, ritenuto colpevole di aver trafugato le scarpe ad un militare, venne ucciso con un colpo di pistola da un soldato tedesco probabilmente ubriaco. Per ironia della sorte il malcapitato era padre di uno scarpaio e perse la vita proprio nella bottega del figlio.

D’altra parte la fame costrinse diverse volte gli abitanti del luogo a compiere piccoli furti a danno dei tedeschi: un episodio simile ebbe per protagonisti Ciro ed Olghetto D’Innocenzo, sfuggiti provvidenzialmente alle prevedibili ritorsioni fuggendo attraverso una finestra della loro abitazione.

Sfuggirono per miracolo al mitra nazista anche i patrioti Marcello Napoleone, Nicola Di Luzio ed Alberto Rosa, sorpresi dai tedeschi nell’atto di osservare furtivamente la costruzione in aperta campagna di un deposito di proiettili e cannoni, una sorta di bunker mimetizzato con del fogliame. I tre vennero condotti presso il Comando di San Demetrio ne’ Vestini e quindi liberati dopo un breve interrogatorio.

Per un certo periodo trovarono asilo in una grotta appena fuori del centro abitato due ex-prigionieri inglesi, che si tenevano in contatto con i loro compagni attraverso una radiotrasmittente.

L’annuncio della liberazione fu preceduto da un’ultima, grande ondata di terrore, quando i pastori furono costretti a rifugiarsi in alta montagna con i loro armenti per sottrarli alla razzia tedesca. I nazisti, senza alcuna pietà, prima di ritirarsi saccheggiarono le abitazioni, trafugando numerose vettovaglie, ma anche oggetti d’altro genere. In particolare moltissime furono le casse di biancheria caricate sui camion tedeschi. Grazie al tradimento di chi, in paese, conosceva qualche vocabolo tedesco, furono spogliati del loro contenuto anche i nascondigli di merci istituiti dai paesani in aperta campagna.

Pizzoli

 

Come nel resto d’Italia, alla notizia dell’armistizio anche i militari italiani di stanza a Pizzoli fuggirono, lasciando munizioni e fucili. Alcuni uomini (il militare Giuseppe Di Carlo, assieme a Tito Rosica, Vittorio Pela e Vittorio Palombo) prelevarono le armi abbandonate dall’esiguo presidio italiano che sorvegliava in paese una piccola comunità di internati slavi. Il piccolo gruppo si predispose quindi a difendersi contro eventuali attacchi o soprusi, ma i tedeschi cercavano prevalentemente gli ex-prigionieri (nascosti e assistiti in alcuni pagliai di Marruci) e non badavano granché ai movimenti dei civili. Gli antifascisti dovevano badare a difendersi soprattutto dai locali fascisti repubblichini, per lo più ragazzi che, costituita nella zona dell’Alto Aterno una banda comandata da vecchi gerarchi, volevano conquistarsi la "simpatia" dei tedeschi.

I tedeschi, appena giunti in paese, stabilirono il loro quartier generale presso il castello del marchese Dragonetti. Il loro comandante era il maggiore di cui ci ha già parlato Antonio D’Ascenzo, un ufficiale di sentimenti antinazisti che cercò di aiutare in ogni modo la popolazione pizzolana, utilizzando ad esempio gli automezzi militari per trasporti d’ogni genere. Molti civili furono impiegati nello scavo di una galleria che dal castello penetrava sotto la montagna fungendo da rifugio antiaereo. E il lavoro fu regolarmente pagato con denaro ed anche con distrtibuzioni gratuite di pane, sigarette e margarina.

Spesso i soldati tedeschi, in libera uscita, si univano ai paesani per bere del vino : provati anch’essi dalla guerra, si sfogavano criticando la ragion d’essere di un conflitto assurdo, che procurava solo la morte di centinaia di migliaia di giovani.

Non tutti i soldati teutonici tuttavia si mostrarono così accomodanti con la popolazione civile: impartivano i loro ordini e guai a chi si fosse rifiutato di obbedire. E così, un po’ per paura, un po’ per gratitudine, la gran parte dei pizzolani cercò sempre di assecondare la volontà dei tedeschi, come quando, dopo un’abbondante nevicata, fu ordinato loro di pulire le strade per consentire il transito. Tutto ciò che i tedeschi richiedevano, fosse manodopera, cibo o semplicemente un letto asciutto in cui dormire, veniva concesso senza opporre alcun tipo di resistenza.

I tedeschi sottraevano dalle abitazioni qualunque cosa di cui avessero bisogno, ma quasi per un controsenso erano soliti ringraziare calorosamente qualora avessero ottenuto ciò che chiedevano. La loro gratitudine trovò a volte riscontro in atti concreti, come quando un pizzolano malato di polmonite venne assistito dal medico tedesco di stanza al castello Dragonetti.

Finalmente nel giugno del ‘44 si cominciò a parlare della ritirata dei tedeschi e molti giovani, preoccupati delle conseguenze che ne potevano scaturire, si nascosero nei rifugi che in precedenza essi stessi avevano scavato tra i boschi.

Di lì presero ad osservare di nascosto ogni mossa dei nazisti, il frenetico via vai di automezzi e motociclette, ed anche i molti soldati appiedati che transitavano con carri requisiti alla popolazione, portando con loro cavalli, asini, muli e mucche.

Esauritosi il fluire delle truppe, i guastatori tedeschi distrussero linee elettriche, telefoniche, ponti, strade e persino i binari della vecchia ferrovia per Capitignano, che da anni era in disuso.

Quindi il silenzio, rotto solo dalle grandi detonazioni delle poderose riserve di munizioni accumulate presso Lucoli, che altri reparti di guastatori facevano saltare in aria con il tritolo.

Partiti i tedeschi, il paese si ritrovò nel caos, privo di alcun controllo da parte di qualsivoglia autorità, in quanto la stessa caserma dei carabinieri era stata abbandonata dai pochi militi che la gestivano. Venne pertanto organizzato dal locale C.L.N. un gruppo di uomini, tra cui il maresciallo dei carabinieri Ernesto Sabatini, incaricati temporaneamente di proteggere la popolazione. Questo stato di cose durò per circa due mesi, finché non venne ristabilito l’ordine e la normalità.

Riportiamo ora integralmente l’intervista rilasciata dall’on. Vittorio Giorgi su Natalia Ginzburg, moglie di Leone Ginzburg, letterato ed esponente dell’antifascismo e della resistenza, che durante la guerra fu confinato a Pizzoli:

"Avevo conosciuto Natalia in tempi lontani, quando non era ancora un personaggio pubblico ed una scrittrice di successo, ma solo una giovane madre di famiglia che, con due creature in tenera età, viveva accanto ad un personaggio pericoloso per quei tempi, quale era appunto Leone Ginzburg. Avevo stabilito con lei un rapporto di amicizia mantenuto e coltivato con grande discrezione, come era nella sua indole, ed al quale mi ero adeguato senza fatica, nonostante la mia diversa e, per certi aspetti, opposta propensione. L’ho seguita sempre, in tutti questi anni. Ho partecipato intimamente e con gioia ai suoi grandi successi letterari. Ho continuato a vederla e a pensarla sempre come una volta: discreta, tranquilla, quasi malinconica. Ma il nome di Natalia, in me è indissolubilmente legato a quello di Ginzburg, del marito Leone Ginzburg, alla cui memoria continuo a considerarmi debitore per gli insegnamenti politici ed umani ricevuti, nel corso del breve ma intenso rapporto stabilito durante gli anni della sua forzata permanenza a Pizzoli.

Ero giovane allora, e come molti giovani dell’alta valle dell’Aterno lavoravo a Roma, e solo periodicamente tornavo a Pizzoli. Era l’estate del 1940 ed avevo fatto ritorno in paese per trascorrere il breve periodo di ferragosto. La guerra era scoppiata da appena due mesi, e la maggioranza dei giovani era già stata chiamata alle armi. Pizzoli, come gran parte dei nostri paesi, a quel tempo, non offriva molte occasioni di svago ai giovani. Unico ritrovo era quello costituito dal caffè dell’albergo, dove in un caldo e afoso pomeriggio feci la conoscenza di Leone Ginzburg. A presentarmelo fu un parente dell’albergatore, il quale, in puro dialetto pizzolano, disse rivolto a Ginzburg: "Professo’, viè qqua che te faccio conosce uno che la pensa come te. E’ un comunista!". Ricordo che Leone mi venne incontro, mi guardò fisso negli occhi, mi strinse fortemente la mano, come se avesse rivisto un amico lungamente atteso. Leone alloggiava in quell’unico albergo e vi rimase sino alla venuta di Natalia, che aveva sposato nel 1938, e dei due figlioletti Carlo ed Andrea. La maggioranza dei pizzolani, liberatasi di quella tradizionale ed atavica diffidenza nei confronti dei forestieri, cominciò ad immedesimarsi nel dramma di quella povera gente, portata a vivere in condizioni difficili in un paese di montagna.

Dopo quel primo incontro il rapporto con lui e Natalia si fece sempre più intenso. Trascorrevamo lunghe serate a discutere della guerra e delle sue terribili conseguenze. Mi raccontava le motivazioni con le quali era stato trascinato dinanzi al tribunale speciale e del disgusto provato per quelle marionette in camicia nera che si atteggiavano a giudici severi. Mi parlava della condanna che aveva accolto con serenità, e del carcere di Civitavecchia nel quale era stato rinchiuso. Una sera, pur prevedendo quale poteva essere la sua risposta, lo informai del fatto che i compagni di Pizzoli, riuniti in cellula, con i quali mi incontravo clandestinamente, avevano preso le misure per mettere al sicuro lui e la sua famiglia di fronte a possibili e ulteriori provvedimenti restrittivi da parte dei fascisti. Mi ringraziò caldamente per la sensibilità dimostrata nei suoi confronti. Dopo il 25 luglio Ginzburg rientrò a Roma lasciando a Pizzoli la moglie e i figlioli. Io, che ero stato trasferito a Sulmona il 31 agosto, tornai a Pizzoli definitivamente il 22 settembre. Mi resi subito conto della difficoltà della situazione. I tedeschi vi avevano istallato un comando militare mentre dall’Aquila arrivavano scorribande di repubblichini. Una parte dei confinati aveva lasciato Pizzoli, un’altra parte ci chiedeva, tramite Natalia, la possibilità di lasciare il paese, per sfuggire alle eventuali deportazioni verso la Germania. Intanto Leone, da Roma, verso la fine di ottobre, mi fece sapere, tramite Natalia, che la permanenza dei suoi familiari a Pizzoli era diventata pericolosa, e pertanto bisognava pensare subito al modo di allontanarli dal paese e possibilmente riportarli a Roma. Ci riunimmo subito a casa di Natalia assieme al professor Mura, un ex ufficiale e membro del Comitato di Liberazione comunale, con l’obiettivo di mettere in atto le direttive di Leone. Come prima cosa prendemmo le misure necessarie per impedire a chiunque, esclusa Natalia, di conoscere la residenza romana di Ginzburg. La situazione si presentava preoccupante. Eravamo vicini alla linea del fronte: controlli e posti di blocco si incontravano dovunque, ed era difficile superarli senza correre seri rischi. Alla fine concordammo all’unanimità che non vi era altra soluzione se non quella di tentare di farla in barba ai tedeschi, servendosi del loro automezzo che da Pizzoli, ogni giorno, raggiungeva Roma. Il piano riuscì perfettamente grazie ad un amico impiegato presso il comune, ed in modo particolare al coraggio di una giovane donna pizzolana legata da amicizia sincera e profonda con la famiglia Ginzburg, in particolare con Natalia. Fu lei infatti a farsi carico di avvicinare i tedeschi facendo passare, quella di Natalia, come una famiglia di sfollati bisognosi di raggiungere Roma. L’operazione riuscì perfettamente.

La parentesi pizzolana della famiglia Ginzburg poteva dirsi conclusa, e tutti noi tirammo un sospiro di sollievo. Non erano finite invece le tribolazioni dei Ginzburg, anzi, di lì a poco una grande tragedia si sarebbe abbattuta su di loro, prima con l’arresto, e poi con l’assassinio di Leone, avvenuto nel carcere di Regina Coeli i primi giorni del febbraio 1944. Scrive Natalia Ginzburg: "Sollevasti il lenzuolo per guardare il suo viso, ti chinasti a baciarlo con un gesto consueto. Ma era l’ultima volta. Era il viso consueto, solo un po’ più stanco. Il vestito era quello di sempre. E le scarpe erano quelle di sempre. E le mani erano quelle che spezzavano il pane e versavano il vino. Oggi ancora nel tempo che passa sollevi il lenzuolo a guardare il suo viso per l’ultima volta."

Si può immaginare l’ira e lo sconforto di cui fummo preda quando apprendemmo la tragica fine del nostro caro amico, senza aver avuto la possibilità di fare niente per poterla evitare. A tutto ciò si aggiungeva l’angoscia per la sorte di Natalia, rimasta sola con i suoi bambini: Andrea, Carlo ed Alessandra, nata a L’Aquila il 20 marzo 1943. Scrivemmo sulla lapide, che ancora oggi spicca nella piazza del paese: "Qui dimorò Leone Ginzburg, che nel pensiero, nell’azione e nel martirio consacrò la sua vita per un avvenire di libertà e di giustizia".

Natalia Ginzburg viene ricordata dagli abitanti di Pizzoli come una donna estremamente gentile, che aveva imparato ad amare l’intera popolazione del paese. La signora Delfina Faina ci racconta: "A quel tempo io possedevo, gestendolo personalmente, un negozio di generi alimentari nella parte centrale del paese. Natalia, molto di frequente, si recava da noi per acquistare i generi di prima necessità, ed ogni qual volta entrasse nel mio minimarket, domandava se avevo da darle frutta o cibi di altro genere che nessuno voleva più comperare, e che quindi sarebbero stati gettati. Molto spesso mi è capitato di ascoltarla elogiare il paese e la popolazione pizzolana, di cui ammirava la discrezione e la generosità, e a cui si sentiva, giorno dopo giorno, sempre maggiormente legata. Sono al corrente della sua particolare amicizia con Vittorio Giorgi e con Pia Fabrizi, proprietaria di un ristorante in corso Sallustio, presso cui Natalia era solita recarsi. Aveva tre figli ai quali ha dedicato ogni giornata della sua breve permanenza a Pizzoli. Nel delicato compito di madre, veniva aiutata da una donna, Rosa, moglie di Giuseppe Di Carlo. La famiglia Ginzburg abitava in una casa al centro del paese presa in affitto da un tal Pierino Pieragostino. Ricordo Natalia come una donna molto semplice e sincera, una donna che sicuramente è entrata a far parte della storia del paese".

San Pio delle Camere

 

Data la posizione strategica del paese nella vasta piana di Navelli, la presenza tedesca in San Pio delle Camere fu piuttosto consistente.

Le tende dei militari trovarono collocazione nella parte bassa del centro abitato, vicino alla strada nazionale, sotto un noceto che ne ostruiva completamente la vista agli aerei alleati. Appena al di qua del noceto, molte abitazioni furono requisite ed adibite a magazzini o a mense, spesso demolendo gli interni per trasformare più camere in un unico grande ambiente.

I rapporti tra la popolazione e gli occupanti furono normalmente amichevoli e i giovani, in particolare, andavano dai tedeschi per ottenerne sigarette o stecche di cioccolata. Gravi contrasti sorgevano però talvolta a causa dei rastrellamenti e delle confische. Significativo è un episodio che nacque da una "banale" requisizione di un cavallo. Allorché il padrone dell’animale reclamò il maltolto presso il comando tedesco, gli fu seccamente risposto: "Che vada da Badoglio a farsi ripagare il cavallo!".

Ci è stato riferito che i tedeschi rivolgevano pressanti attenzioni alle ragazze del paese le quali, sia a causa della incomprensibile lingua degli occupanti, sia per i loro rudi metodi di "approccio", ne erano intimorite. Non mancarono alcuni atti di violenza gratuita, come quando per strada alcuni tedeschi strapparono dalle braccia della madre Maria Sirolli il piccolo Loreto, portandoselo via senza alcun motivo e tenendolo sequestrato fino al giorno successivo.

Si dice inoltre che un abitante abbia ucciso un soldato tedesco che aveva cercato di abusare di sua figlia e che per questo abbia scontato alcuni anni di prigione. Si parla anche di un altro tedesco ucciso da alcuni paesani a colpi di bastone durante una rissa, il cui corpo sarebbe stato accuratamente occultato per evitare rappresaglie.

Come in molti altri centri, anche in San Pio i tedeschi costrinsero gli abitanti a lavorare per tracciare linee di fortificazione : in breve tempo, vennero scavate lungo la Nazionale numerose trincee, con lo scopo di offrire protezione soprattutto contro le numerose incursioni aeree (ancora oggi è possibile osservare la particolare forma ad "elle" delle menzionate costruzioni difensive, che le rendeva efficaci qualunque fosse la direzione dell’attacco nemico). Alla fine del ’43 due aerei alleati distrussero nei pressi del bivio di San Pio (nelle vicinanze dell’attuale cabina ENEL) due camion che trasportavano carburante ed altri rifornimenti. Tre mesi più tardi, nella stessa zona altri aerei mitragliarono un’autocolonna che viaggiava in direzione di Sulmona. Nel marzo ‘44 un aereo alleato attaccò anche l’abitato, ferendo diverse persone, alcune anche in maniera grave.

Un aereo tedesco, abbattuto durante un combattimento contro velivoli alleati precipitò presso il tratturo che passa tra San Pio e Caporciano. Il pilota riuscì a salvarsi lanciandosi col paracadute e fu prontamente soccorso e recuperato da soldati accorsi in motocicletta. Molta gente incuriosita sopraggiunse sul luogo, e qualcuno sottrasse alcune parti dell’aereo. Il nostro intervistato Elio Lalli, ad esempio, ne raccolse le ruote, ed insieme con altri pezzi asportati da camion tedeschi, costruì una sorta di "carrozza" a motore.

Anche a San Pio alcuni fuggiaschi inglesi furono nascosti per lungo tempo in grotte poste al di sotto del castello e persino presso le Suore Francescane di Gesù Bambino (che abitavano l’edificio che oggi ospita l’asilo), stabilendo con loro rapporti di profonda amicizia.

La presenza tedesca venne attivamente osteggiata da un nutrito gruppo di partigiani: i membri "ufficiali" della banda erano quindici, tutti di età inferiore ai trent’anni, ai quali si affiancava una considerabile schiera di ragazzi tra i 10 e i 16 anni, col cui appoggio (per lo più venivano impiegati come "pali", cioè come copertura di azioni portate avanti dai membri adulti) il numero dei patrioti attivi nel paese saliva intorno a quaranta.

L’ex partigiano Pinterpe Fioravante, da noi intervistato, ricorda i nomi di alcuni suoi compagni (Gino Aloisio, Elio Lalli, Domenico Leone, Pasquale Di Cesare, Antonio D’Andrea) e quelli dei due comandanti : Giovanni Aloisio e Adelio Di Censo. Tredici elementi della banda erano nativi del paese; degli altri due, uno era di origine slava, l’altro proveniva dalla Calabria.

I partigiani si nascondevano in pagliai e grotte sparse qua e là nelle campagne circostanti e in alcune chiesette fuori dal centro abitato, come quella di S.Antonio e quella di Cintorelli, situata tra San Pio e Civitaretenga.

Data l’esiguità delle forze e degli armamenti, la resistenza opposta ai nazisti si traduceva soprattutto nell’occultamento di materiali metallici e in varie azioni di disturbo, mai in veri e propri scontri a fuoco. Fu escogitata, ad esempio, una trappola tanto ingegnosa quanto subdola: presso il bivio del paese, poiché la strada era costeggiata su entrambi i lati da alberi, venivano tese tra le piante delle robuste corde metalliche, in modo da poter rovinosamente disarcionare i motociclisti tedeschi.

Altro sistema era quello di modificare artigianalmente i proiettili d’artiglieria che venivano prelevati dai camion tedeschi distrutti nelle incursioni aeree degli Alleati. Delle mine così ottenute vennero utilizzate dagli stessi partigiani contro le colonne tedesche : durante uno di questi agguati perirono quattro soldati, e dai resti dei camion e degli automezzi danneggiati la banda trafugò nuovi armamenti ed ogni altra cosa che risultasse utile.

D’altra parte, tutte le armi che si avevano a disposizione erano tedesche: complessivamente i patrioti possedevano 14 fucili, dei quali quattro furono prelevati dai tedeschi uccisi sopra citati, e gli altri dieci trafugati dai magazzini nazisti con un’ardita azione notturna. L’incarico di compierla fu assunto da Gino Aloisio e Domenico Leone. Per potersi muovere indisturbati, i medesimi ricorsero alla collaborazione delle proprie sorelle, le quali seppero abilmente distrarre la sentinella posta di guardia al deposito. I due penetrarono nel magazzino, rubando i dieci fucili da una cassa di armi ed ebbero anche l’accortezza di occultare il furto sostituendo, alle due file di fucili mancanti, dei supporti che garantivano l’equilibrio delle file sovrastanti.

Alcuni partigiani, fra cui il nostro intervistato, erano discreti conoscitori della lingua tedesca, il che fu molto utile per intercedere all’occorrenza in favore dei civili. Di sera, ad esempio, allo scattare del coprifuoco, era possibile quantomeno spiegare i motivi di una uscita non autorizzata.

Molto significativo ci sembra l’episodio di una sentinella che, dopo aver intimato l’altolà con la solita aria minacciosa, scambiando alcune parole in tedesco col Pinterpe, confessò di essere da lungo tempo digiuno, e di poter "chiudere un occhio" in cambio di un po’ di cibo.

Importanti atti di resistenza disarmata furono compiuti anche dall’impiegato comunale Galeno Pinterpe (l’unico in paese a possedere una radio), il quale curò sempre di avvertire i compaesani in coincidenza di rastrellamenti o requisizioni preannunciati al Comune, affinché i soggetti a rischio potessero mettersi in salvo.

La liberazione del paese fu un’operazione rocambolesca poiché, nonostante la partenza dei tedeschi (che era stata costellata di distruzioni di tralicci, casolari ed altro) gli Alleati attestati presso Popoli sembravano aver "dimenticato" la zona della Piana di Navelli. Fu necessario che qualcuno si recasse da loro, e l’impegno fu assunto da Giovanni Aloisio (omonimo del capo partigiano), che coraggiosamente si avviò in sella ad una bicicletta.

Dopo la liberazione, la banda partigiana di San Pio si adoperò anche in operazioni di "bonifica" dei terreni minati. Nella parte alta del paese, ad esempio, dai campi limitrofi alla strada di accesso al centro abitato, con un lavoro lungo e rischioso vennero estratte circa 280 mine anticarro, di diversa specie : "a pressione", oppure munite di una sorta di cappio di ferro filato che, trascinato con forza, faceva scattare il detonatore.

Maneggiando per lungo tempo questi ordigni, i partigiani di San Pio erano divenuti piuttosto esperti nel disattivarli e per questo ricevettero delle richieste di aiuto anche da altri paesi. Tutti gli ordigni recuperati vennero infine immagazzinati in un casolare, ove tuttavia non furono certo al sicuro, dal momento che alcuni uomini privi di scrupoli riuscirono ad appropriarsi di alcune di queste mine, da cui estrassero il tritolo per rivenderlo in piccole quantità ai ragazzini. A loro volte, ignari della pericolosità dei loro giochi, questi si costruivano piccole bombe utilizzando bossoli vuoti di fucile o di mitragliatrice. Così, mentre alcuni uomini a rischio della vita eliminavano gli ordigni di guerra, altri uomini li rimettevano in circolazione allungando lo strascico di lutti e di dolori lasciato dalla guerra.

 


 

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G.F.VENE', Coprifuoco. Vita quotidiana degli italiani nella guerra civile 1943-1945, Mondadori, Milano, 1991.

 

 


 

Gli autori

Andrea Ceci, Francesca Ceci, Daniele Chiaperotti, Andrea Cupillari, Chiara D’Angelo, Fabrizio Di Mario, Sara Di Marzio, Leda Di Nicola, Federica Di Pompeo, Laura Di Stefano, Federica Feliciani, Luca Florio, Riccardo Gizzi, Simone Iannucci, Raffaele Iovenitti, Luca Lamanna, Serena Marcantonio, Matteo Marotta, Thomas Marziani, Matteo Micozzi, Alberto Moretti, Armando Nanni, Goffredo Pandofi, Moira Ruggeri, Simona Stipa e Francesco Urbani

 

 ringraziano

 

Osvaldo Aloisio, Giovanni Altobelli, Aquilio Aniceti, Renzo Antonacci, Daniele Antonelli, Giacomo Baldini, Pietro Barbati, Benito Barbieri, Libera Barozzi, Santina Berrettini, Vittoria Buzzi, Elena Cardigno, Maria Carissimi, Filindo Ceci, Velia Ceci, Mario Cerutti, Italo Ciuffetelli, Alessandro Clementi, Raffaele Colapietra, Costanza Copat Lusi, Esterina Cordeschi, Clara Cotellessa, Giovanni Cotellessa, Silvio Cupillari, Antonio D’Ascenzo, Francesco De Bartolo, Lucia Del Grande, Delvisio Deli, Luigina De Meo, Osvaldo De Meo, Filippo De Simone, Giuseppe De Simone, Giuseppe Di Carlo, Balduino Di Marzio, Pierina D’Innocenzo, Nunziata Di Paola, Mario Di Tommaso, Palmerina Eliseo, Amedeo Esposito, Delfina Faina, Maria Feliciani, Giovanni Fiordigigli, Ennio Fischione, Rita Gianfelice, Flora Gianvincenzo, Vittorio Giorgi, Mario Gizzi, Ugo Gizzi, Elvira Graziani, Lina Iovenitti, Elio Lalli, Maria Lattanzi, Giacomo Liberatore, Marcello Liberatore, Antonio Marcantonio, Luigi Marchetti, Elisa Marziani, Manola Masciocchi, Antonio Matarelli, Giovannina Mazza, Iride Olivieri, Dino Palmerini, Giovanni Pasqua, Fioravante Pinterpe, Valerio Pinzari, Venturina Ponzi, Maria Properzi Gizzi, Giulia Ragone, Luigi Raparelli, Clelia Ricci, Maria Roscetti, Cosimo Ruggeri, Claudia Santilli, Anna Sbroglia, Agnese Sebastiani, Ottorino Simeoni, Paolantonio Sirolli, Cesare Soldati, Bruno Stagni, A. Maria Vargas Maciucca, Anna Verde, Rosina Zara, Silvio Zara, Armando Zilli.