IL LAGO DELLA MEMORIA
DOCUMENTI E TESTIMONIANZE DELLA GUERRA NELL’AQUILANO
a cura della classe V
sezione A
Liceo Scientifico "M.O.Andrea
Bafile"
L’Aquila
"L'acqua limacciosa della memoria,
dove tutto ciò che cade
si nasconde.
Se la si muove,
qualcosa torna a galla ".
(Jules Renard, Diario 1887-1910)
UNA BREVE PREMESSA
Il seguente
studio, frutto di una normale esercitazione scolastica, è stato da noi
realizzato allo scopo di ricostruire l’esperienza dell’ultima guerra, in
particolare nel periodo più difficile per l’Italia, dall’armistizio dell’8 settembre ‘43 fino al 25 aprile ‘45, giorno della
definitiva liberazione del nostro paese dal nazifascismo e dall’incubo stesso
della guerra.
Dopo aver
attinto le informazioni necessarie per inquadrare storicamente questo
particolare periodo del Novecento, abbiamo chiuso i libri e abbiamo cominciato
a lavorare "sul campo", alla ricerca di documenti e di testimonianze
dirette.
Per quanto
riguarda i documenti, abbiamo raccolto una mole davvero imprevista di
fotografie, atti ufficiali, lettere private, giornali e riviste, diari
personali, oggetti d’epoca. Questa documentazione - che in parte è venuta ad
arricchire il presente volume - era variamente conservata in abitazioni private,
spesso sepolta sciattamente fra le cose inutili, o talvolta custodita
gelosamente dai proprietari : in ogni caso, comunque,
era destinata a rimanere sconosciuta se - muovendoci in gruppi di due-tre
persone, come in una specie di divertente "caccia al tesoro" - non
l’avessimo aiutata a riemergere da bauli, cassetti, cantine e bassi polverosi.
Per quanto
riguarda le testimonianze orali, le domande che abbiamo rivolto ai nostri
interlocutori sono state formulate essenzialmente allo scopo di comprendere,
muovendoci nell’ambito di un’indagine su scala locale, le connessioni tra macro
e micro-storia : dunque, quali erano le condizioni
generali di vita del tempo, come furono vissuti nel particolare i maggiori
eventi del periodo, quali furono infine i rapporti tra le popolazioni abruzzesi
e gli stranieri, Inglesi ed Americani da una parte e Tedeschi dall’altra.
Abbiamo voluto principalmente far luce su aspetti della realtà bellica
apparentemente marginali e trascurabili, ma che comunque
ci potessero aiutare a ricostruire, se non a "rivivere", quale sia
stata l’autentica esperienza dei civili.
Abbiamo
tentato insomma di acquisire una conoscenza del secondo conflitto mondiale
seguendo la pista originale tracciata dai racconti, davvero sofferti e sentiti
nonostante gli oltre cinquant’anni trascorsi, di persone comuni, di uomini e donne normali il cui vissuto poteva sembrare
privo di interesse storico.
E’ stata
nostra intenzione dar voce a coloro che, pur conservando in sé un ricco patrimonio
di informazioni e di esperienze, non avevano avuto mai
modo di parlarne per il semplice motivo che nessuno si era preoccupato di
ascoltarli.
E facendo questo, abbiamo anche capito un po’ meglio noi stessi.
In
definitiva, questa esperienza didattica ci ha fatto
comprendere fino in fondo quanto scriveva Georges Lefebvre a proposito della
memoria storica : "La storia è, in ogni momento, la memoria del
genere umano, cui dà coscienza di se stesso e della sua identità, posizione nel
tempo e continuità."
Federica
Feliciani :
"Mentre
guardo quel vecchio seduto di fronte a me e vedo i suoi occhi diventare lucidi
per le lacrime che a stento riesce a trattenere, non posso fare a meno di
ammirarlo e di sentirmi in colpa per avergli fatto rivivere quei momenti (...)
Quello che doveva essere un noiosissimo pomeriggio, trascorso in casa per
soddisfare il "sadismo" del mio prof. di storia, si è trasformato in
un momento magico che mi ha visto assistere alla rinascita di un uomo (...)
Posso dire che ora conosco la storia molto più di
quanto l’avrei conosciuta studiandola per una settimana intera sui libri di
testo."
Goffredo Pandolfi :
"Questa volta mi sono imbattuto in un
qualcosa che mi ha segnato. Sono arrivato a provare emozioni
nuove, la storia ha avuto per me un senso diverso. Le vicende lette sui
libri non sono più così lontane. Avevo la storia vicino a me e non lo sapevo
(...) Ci si sente come un anello di congiunzione, come
il portavoce di gente che non ha più la parola. E’ come sentirsi investito di
un compito importante : tirare fuori la vita dalla
morte."
Riccardo
Gizzi :
"Abbiamo
provato l’emozione di cercare e di trovare dei documenti, delle foto, delle
lettere che, molte volte, erano nascoste in fondo a dei bauli polverosi e
logorati dal passare del tempo (...) Attraverso questa ricerca sono riuscito, in un certo senso, ad immedesimarmi e a
vedere attraverso gli occhi della gente quello che loro videro tanti anni fa."
Leda Di Nicola :
"C’è tutta la mia soddisfazione nel
tracciare una storia dei "piccoli uomini" parallelamente alle tante
già narrate dei "grandi."
Matteo
Micozzi :
"Ho
avuto la possibilità di sperimentare quello che prova uno storico quando cerca
di riunire tutti i pezzi di un puzzle infinito e sempre incompleto (...) Ogni
volta che sentiamo parlare i protagonisti del passato, vediamo nei loro occhi
una luce particolare, i loro racconti sono così spontanei che riescono a farci
capire al volo tutti i sacrifici che erano costretti a
fare per un tozzo di pane o un sorso d’acqua. Sanno spiegarci cosa significhi
veramente essere felici (...) Oggi serve ben altro per provocare simili
emozioni."
Alberto Moretti :
"Più leggiamo e cerchiamo di capire,
più la nostra curiosità aumenta (...) Nella nostra stanza adesso non siamo più
soli, siamo circondati da voci e frasi che seppur "vecchie" sembrano
profondere freschezza per rimanere ancora un po’ con noi (...) Quel passato ci
ha sedotti (...) Il bello di una ricerca storica è
proprio questo. Il bello è sentire ancora quegli odori, è vedere ancora quelle
foto, è ascoltare di nuovo quegli occhi che torneranno
a tacere una volta riposti in un cassetto."
Luca Lamanna :
"Attraverso
questa ricerca ho scoperto che molte persone a me vicine, addirittura dei
parenti, hanno dato il loro contributo a vicende che io ho letto solo nei libri
di storia (...) Vorrei ricordare una frase di un signore con cui abbiamo
parlato : "la memoria di un anziano è come un
registratore, ma il registratore non funziona senza pile"; mi sembra
chiaro che noi dobbiamo svolgere la funzione delle pile per poter accendere il
"registratore della memoria"."
Francesco Urbani :
"Una banale ricerca di storia che
forse sarebbe rimasta "seppellita" tra le varie scartoffie di un
professore un po’ troppo esigente o nell’archivio impolverato di un liceo, ha
assunto una funzione magica (...) A volte anche una banale fotografia può
suscitare emozioni e sensazioni."
Simone
Iannucci :
"I
fogli che visioniamo a prima vista sembrano carta morta, invece leggendoli
attentamente mi accorgo quanto potessero esprimere
(...) Guardare il volto trasognante dei nonni che ricordano con amarezza gli
effetti della guerra è un’espressione unica. Verissima è l’affermazione : "Il sapere dei vecchi è la memoria dei giovani."
Matteo Marotta :
"Il piacere sta nel far rivivere
sotto i nostri occhi una foto, un documento o una lettera polverosa ritrovata
in un baule o in un vecchio cassetto, e nel provare a "risentire"
all’interno di noi delle sensazioni già provate da altre persone attraverso un
oggetto che si carica di tutte le nostre emozioni."
L’ITALIA IN GUERRA
10 giugno 1940 - 25 luglio 1943
"Dulce bellum inexpertis"
La guerra è dolce per chi non la conosce
(Erasmo da Rotterdam)
Il 1°
settembre 1939, con l’attacco alla Polonia, la
Germania aprì la rassegna degli orrori della seconda guerra mondiale.
Il 10 giugno
1940, dopo dieci mesi di non belligeranza, Benito Mussolini - convinto della
brevità del conflitto e di una vittoria certa - nel suo noto discorso al popolo
italiano, tra le rituali espressioni retoriche relative alla potenza ed alla
grandezza della nostra nazione, annunciò testualmente :
"Un’ora segnata dal destino, batte il cielo della nostra
Patria, l’ora delle decisioni irrevocabili. La dichiarazione di guerra è già
stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia. Scendiamo in
campo contro le democrazie plutocratiche e reazionarie dell’Occidente, che in
ogni tempo hanno ostacolato la marcia e spesso insidiato l’esistenza medesima
del popolo italiano. (...) La parola d’ordine è una sola, categorica e
impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi
all’Oceano Indiano : Vincere ! E
vinceremo ! "
Il discorso,
tenuto come di consueto dal balcone di Piazza Venezia in Roma, fu ascoltato
anche all’Aquila da una gran massa di persone convocate per il tardo pomeriggio
in Piazza del Duomo, come avveniva per i più importanti avvenimenti che
interessassero il Paese.
In attesa che gli altoparlanti, sistemati sui balconi delle
abitazioni e degli uffici che si affacciano sulla piazza, iniziassero a
diffondere il fatidico discorso della dichiarazione di guerra, i presenti,
molti dei quali in divisa fascista, intonarono inni bellicosi, senza badare né
ai timidi moniti degli oppositori del regime, né all’apprensione di tutte
quelle famiglie che in quel momento avevano uomini in servizio di leva.
Infatti, se
l’atmosfera che regnava tra i ragazzi e tra i fascisti più faziosi
era percorsa da un incosciente entusiasmo, su tutti coloro che avevano vissuto
la tragedia della prima guerra mondiale, e che erano consapevoli degli aspetti
più crudi e terribili della guerra, calò il peso di una profonda angoscia.
Le madri, in
particolare, ben consapevoli degli orrori della guerra già nel ‘39, alle prime
voci di un imminente coinvolgimento dell’Italia nel conflitto mondiale, avevano
cominciato a piangere il triste destino dei figli: molte di loro, infatti, poco
più che ragazze, avevano perso i padri ed i fratelli durante la precedente
Grande Guerra.
E’ dunque
comprensibile che il loro primo istinto fosse quello
di preservare i propri figli da quell’inconcepibile atrocità. Ed è significativa, ad esempio, l’esortazione rivolta da una
madre di Cesaproba alla propria figlia a non fidanzarsi per sfuggire ad un
dolore certo ed amaro.
Al
contrario, l’entusiasmo dei giovani per una guerra di cui non si valutava
minimamente la portata era forse l’aspetto più tragico di quella "spensieratezza
idiota" nella quale, come ci ha detto lo storico
Alessandro Clementi, era stata formata la gioventù sotto il fascismo.
In effetti,
la cura che il regime aveva dedicato alla gioventù era stata notevole ed aveva sortito anche effetti positivi riguardo alle attività
sportive, ricreative e culturali. Lo stesso obbligo di indossare una divisa
scolastica uguale per tutti aveva azzerato, almeno esteriormente, le forti
differenze sociali.
Tuttavia, lo
scopo principale perseguito dal fascismo era stato
quello di irreggimentare, spersonalizzare, incasellare la gioventù italiana,
che veniva abituata fin dall’infanzia a seguire con enfasi tutte le
manifestazioni del regime, ed in particolare a confidare nella forza della
propria "giovinezza", come testimonia l’inno più in voga dell’epoca.
E’ evidente
come la popolazione, e soprattutto le nuove generazioni - quelle che avrebbero
dovuto combattere l’eventuale guerra - fossero state sapientemente diseducate
non solo da un punto di vista strettamente politico, ma in generale fossero state manipolate a tal punto da cancellare in loro
ogni parvenza di senso critico.
Da anni la
scuola fascista - particolarmente strumentalizzata dal
regime - si era impegnata in ogni modo a convincere i giovani che il nostro fosse
il migliore sistema politico, il più efficiente, il più solido o addirittura
l’unico possibile, e che le democrazie degli altri paesi erano talmente deboli,
che presto sarebbero crollate miseramente.
Indicativo è il fatto che sulle pagelle scolastiche comparisse la voce
"costume e cultura fascista", e non si tratta certo della sola
manifestazione inneggiante allo strapotere del P.N.F. Il sabato (naturalmente
"sabato fascista") era d’obbligo indossare la divisa fascista, che
aveva caratteristiche diverse a seconda dell’età di chi l’indossava. Il
pomeriggio ci si riuniva in gruppi rionali, e gli studenti venivano
immancabilmente sospesi dalle lezioni (o i lavoratori dal proprio impiego) in
caso di assenza ingiustificata. A fine anno, veniva
organizzato un saggio ginnico cui la popolazione scolastica doveva
necessariamente prender parte: chi non vi fosse ammesso (salvo esonero)
rischiava di essere respinto.
Il tutto era
stato ampiamente condito da quelle che ancora Clementi definisce
le "amplificazioni eroicomiche" della propaganda.
Prima del 10
giugno l’azione di propaganda in favore della guerra era divenuta incessante e
l’ambiente scolastico, in particolare, era stato martellato da slogans contro la Francia, rivendicanti l’italianità di Nizza, della Savoia
e di altre terre confinanti. Era stato contemporaneamente diffuso un profondo
disprezzo nei confronti di tutto ciò che fosse
"inglese", dalla stessa lingua stessa, che non veniva studiata, fino
ad arrivare ai manifesti propagandistici, in cui i soldati inglesi venivano
dipinti senza eccezioni come dei cinici oppressori.
Un altro
illustre storico aquilano, Raffaele Colapietra, aggiunge che grazie a quella
propaganda che spacciava per vera l’immensa potenza italiana sul piano
militare, la guerra veniva presentata ai giovani non
nella sua drammatica autenticità, ma in una vitalistica ottica "sportiva",
cioè in termini di sfida, invincibilità, risorse di energia e così via.
Lo stesso
antifascismo pre-bellico "popolare" mancava, infine, di ogni spessore ideologico ed era stato soprattutto
espressione di un malessere "fisico", di un rigetto per tutte quelle
manifestazioni di regime (adunata del sabato, saggi ginnici, preparazione
militare) obbligatorie e mortalmente noiose. La quasi
totalità dei giovani non era riuscita insomma ad avere quello stimolo, quello
sprazzo di luce critica che avrebbe permesso di cominciare a prendere le
distanze da una realtà che certamente non si faceva garante della loro libertà
di crearsi un laborioso futuro di pace. Afferma ancora il professor
Alessandro Clementi: "Mancavano i canali di raccordo fra quel poco di antifascismo che c’era e noi giovani. Era raro, e del
tutto casuale, che il nostro pensiero potesse
avvicinarsi a quello di chi osteggiava il regime; si trattava di un percorso
molto difficoltoso".
Non stupisce
dunque che all’annuncio della guerra, fiduciosi nelle possibilità di una
guerra-lampo e incoraggiati peraltro dai fulminanti successi tedeschi, quasi
tutti pensassero che il conflitto si sarebbe risolto
vittoriosamente ed in pochissime settimane.
La parola
"guerra" era ormai sulla bocca di tutti, mentre nei cuori cresceva la
convinzione nella mussoliniana parola d’ordine "Vincere ! E vinceremo ! ".
La realtà
bellica cominciò a farsi strada tra la popolazione con l’arrivo delle cartoline
di richiamo alle armi. Ma il primo duro colpo al clima di diffuso ottimismo che
regnava nel Paese fu inferto appena quattro giorni dopo la dichiarazione di
guerra, il 14 giugno, allorché la città di Genova venne
bombardata dal mare dalla flotta anglo-francese. Già in quella
occasione, la guerra moderna svelava per intero il suo nuovo volto,
dimostrando che morte poteva cogliere indifferentemente ed impietosamente tanto
i soldati al fronte quanto i civili, decimati dai bombardamenti.
L’attacco
italiano contro una Francia già agonizzante iniziò il
20 giugno ed ebbe termine il 24 con la replica di un armistizio che Parigi
aveva già firmato due giorni prima con i tedeschi. L’attacco italiano era stato
talmente limitato da essere definito nei diari di Goebbels "non una
guerra, ma uno scontro di pattuglia.".
Eppure,
appena quattro giorni di guerra ci erano costati 631
morti, più di 2.600 feriti, 616 dispersi e oltre 1.100 prigionieri.
E anche
nella nostra città una pur minima coscienza di ciò che stava accadendo al fronte si ebbe allorché giunse, come un macigno, la notizia
della prima vittima aquilana, Lelio Giancarli, partito volontario e caduto
sotto il fuoco nemico lungo i confini italo-francesi.
Purtroppo,
notizie di questo genere divennero sempre più frequenti a partire dall’apertura
del fronte in Africa settentrionale, dal dispiegarsi della guerra sui mari e
soprattutto dalla nostra invasione della Grecia (ottobre 1940) e della
Jugoslavia, disastrose iniziative che comportarono unicamente immani disastri
militari ed innumerevoli vittime. Per non parlare della
campagna di Russia, nella quale scomparvero in circostanze drammatiche altre
migliaia di giovani italiani.
A queste
dissennate avventure militari volute dal fascismo, l’Abruzzo intero e la nostra
città in particolare hanno contribuito notevolmente in termini di caduti e
prigionieri di guerra, di sacrifici e sofferenze d’ogni genere.
Dinanzi a una guerra così disastrosa, non è difficile immedesimarsi
nella gravissima condizione psicologica delle nostre popolazioni, angosciate
peraltro dalla totale mancanza di notizie dei propri cari che erano al fronte o
in prigionia.
Ciò
nonostante, durante il biennio ‘41-’42, a differenza di altre
città italiane fortemente colpite dal cielo, le nostr città abruzzesi godettero
di una relativa tranquillità, non venendo turbate da alcun evento bellico
diretto.
Nella nostra
zona il primo anno di guerra non comportò neppure - come del resto in tutta la
penisola - sensibili disagi in quanto ad alimentazione
ed abbigliamento, poiché si poteva ancora attingere alle scorte dell’ultima
annata agraria ed alle riserve dei magazzini e dei negozi. Ed inoltre già prima
del 10 giugno ‘40 le famiglie si erano preoccupate di mettere da parte provviste di generi alimentari e di altri materiali
di prima necessità.
Con l’andar
dei mesi, però, le forze armate dislocate sui molti fronti apertisi vennero ad
assorbire progressivamente le giacenze dei prodotti, a tutto danno di una
popolazione ormai costretta a versare peraltro agli "ammassi"
obbligatori le eccedenze dei raccolti.
Inevitabilmente
si rese quindi necessario il razionamento dei generi alimentari, disciplinato
dalle ben note "tessere annonarie", mediante le quali gli intestatari
potevano ottenere quantitativi di alimenti, peraltro
scarsi e scadenti, sottoponendosi ad estenuanti e lunghissime file davanti ai
centri di distribuzione.
La guerra
degli Aquilani, come ci ha detto ancora Clementi, è stata essenzialmente una
guerra contro la fame, una lotta per la sopravvivenza per mangiare a malapena
una volta al giorno, una lotta combattuta davanti ai
negozi per l’acquisto dei generi razionati (come il pane) o di quelli a libera
vendita (latte, patate). Ma la ressa era già notevole
alle prime luci dell’alba e spesso si tornava a casa a mani vuote a causa
dell’esaurimento delle merci.
Data la
penuria di alimenti, non stupisce che i genitori,
rinunciando alla propria porzione, si sacrificassero volentieri affinché i
figli avessero un boccone in più da mettere sotto i denti; ma i ragazzi non
sempre ne comprendevano il motivo, e giudicavano sciocchi quei genitori che
mostravano di non saper apprezzare il gusto del cibo...
Inoltre,
nonostante che lo spietato razionamento limitasse in maniera estremamente
rigida i consumi, in ogni famiglia si cercava inoltre di metter da parte
qualcosa da inviare ai propri cari impegnati sui fronti.
Sempre per assecondare lo sforzo bellico, si accentuarono anche
le requisizioni delle stoffe, del bestiame e dei metalli (ferro e rame), che
privarono molti cittadini persino delle pentole per cucinare.
Particolarmente
drammatica, a memoria degli intervistati, fu la campagna per l’"oro
alla Patria", durante la quale si dovettero
consegnare persino le fedi nuziali, ricevendone in cambio un anello di ferro
con incisa la data della donazione. E’ peraltro diffuso il sospetto che l’oro,
il rame, il ferro e la lana raccolti per sostenere l’impegno bellico italiano,
non siano sempre giunti a destinazione, ma che abbiano
talvolta fatto la fortuna di qualche profittatore che se ne impossessò
sfruttando i sentimenti patriottici dei cittadini.
Naturalmente,
col passar del tempo gli eventi bellici portarono ad ulteriori
restrizioni, come il razionamento del consumo di energia elettrica e dei
combustibili.
Su invito
delle stesse autorità, si estese inoltre la prassi "autarchica" di
sfruttare il più piccolo pezzo di terra disponibile che potesse essere adibito a una proficua coltivazione agricola con la quale integrare
le risorse alimentari.
Si diffusero
ovunque i cosiddetti "orti di guerra", da realizzarsi, secondo
le disposizioni statali (da noi rinvenute in un documento del Comune di
Calascio), nelle "aree fabbricabili in attesa
di utilizzazione, nelle aree di demanio pubblico, nelle superfici libere di
parchi o di giardini, anche appartenenti a privati, ed in generale nei relitti
di terreni situati entro il perimetro dei centri abitati e nelle loro immediate
vicinanze".
Gli orti venivano distinti in orti "di famiglia",
"collettivi" e "aziendali" e la loro importanza veniva
enfatizzata anche da una canzonetta dell’epoca intitolata proprio "L’orticello
di guerra" e spesso ripetuta nei programmi radiofonici.
Una grande aiuola coltivata a grano fu organizzata all’Aquila
nei pressi della Fontana Luminosa, dove oggi sorge l’hotel
"Castello". Sui balconi e sulle terrazze venivano
inoltre allevati polli, piccioni, conigli, racchiusi in apposite stie.
E mentre gli
Italiani riscoprivano la loro secolare "arte di arrangiarsi", non tardò a diffondersi, purtroppo, anche il triste fenomeno
del mercato nero, presso il quale si acquistavano prodotti non altrimenti
reperibili e non ottenibili col tesseramento. I prezzi imposti dai profittatori
erano ovviamente assai elevati, perché stabiliti facendo leva sul generale
stato di assoluta necessità. In tal
modo, come ci ha detto qualcuno, "la guerra chi ha arricchito e chi ha
spiantato".
Naturalmente
le merci vendute al mercato clandestino (preferibilmente con pagamento in
oggetti di valore come oro o vestiario) non erano alla portata di tutti e
quindi, per una popolazione prevalentemente ridotta allo stremo neppure esse potevano rappresentare una via di scampo alla fame.
A ciò si
aggiunga che le continue partenze di uomini per il
fronte, riducendo redditi e manodopera disponibili, accrebbero i problemi di
sostentamento delle famiglie, già oppresse dal costante innalzamento dei prezzi
al consumo sia sul mercato regolare sia e soprattutto sul mercato nero.
Va precisato
tuttavia che, poiché l’Italia basava all’epoca la propria economia
essenzialmente sull’agricoltura, le ristrettezze furono di maggiore entità nei
grandi e medi agglomerati urbani. Al contrario, i piccoli centri, pur essendo
ostacolati nel commercio dei loro prodotti dalla riduzione o addirittura dalla
totale scomparsa dei mezzi di trasporto, avevano tuttavia maggiori possibilità di autosostentamento alimentare, mentre restava per loro
difficoltoso procurarsi i capi di abbigliamento e gli utensili, più facilmente
reperibili nelle botteghe cittadine.
Si diffuse
così con naturalezza l’atavica pratica del baratto, anche per la diffidenza di
parecchi produttori nei confronti del denaro, non garantito dalla precaria
situazione politica e spesso inutilizzabile anche per la scarsezza di beni in
commercio.
E così
divenne quotidiano anche il via vai di residenti dai
grandi centri verso la periferia agricola, a piedi o sfruttando ogni mezzo
sfuggito alle requisizioni : le bibiclette innanzitutto, ma anche mezzi di
fortuna come le carrozzine per i bambini, che fungevano da veri e propri
carretti per il "trasporto merci". Naturalmente, poiché la fame non
conosce riposo, si dovettero affrontare tali spostamenti sia nella bella sia
nella brutta stagione, ed è immaginabile quanto potesse
essere disagevole raggiungere in pieno inverno paesi montani come Camarda o
Collebrincioni.
I generi
alimentari venivano scambiati soprattutto con
vestiario, oggetti di arredamento e simili, ma le ricche famiglie aquilane
offrivano anche pentolame, posate ed altre suppellettili propriamente
"casalinghe" in cambio di farina o carne. Anche
molti artigiani (come sarti o falegnami) presero a scambiare le loro
prestazioni con qualche genere alimentare.
In tal modo,
con un’incredibile sovvertimento sociologico, i
contadini diventavano i "nuovi ricchi" e il baratto veniva a
rappresentare in qualche modo la vendetta della campagna contro la città. Nè
mancarono contadini che non volendo vendere nulla, nonostante le implorazioni,
minacciarono con asce o forconi cittadini troppo insistenti.
Altra significativa rivoluzione sociale dovuta alla guerra fu una
progressiva e marcata femminilizzazione del lavoro. Infatti, il richiamo alle
armi degli uomini di molte classi di età aveva fatto
sì che i posti di lavoro da essi occupati restassero liberi, rendendo
necessario l’impiego di manodopera femminile negli uffici e nelle aziende. Ed anche molti giovani studenti, non ancora in età di leva,
preferirono interrompere gli studi per essere assunti in servizio al posto dei
lavoratori più anziani impegnati nel conflitto.
Così come la
fame, anche il freddo fu davvero intenso negli anni di guerra, a causa delle
ristrettezze economiche e della scarsezza di combustibili. Nelle fredde sere
d’inverno si usava porre sotto le coperte il braciere nel "prete",
per riscaldare le lenzuola o, in alternativa, si
adagiava per brevi periodi lo "scaldaletto" sulle coperte. Nei paesi
si trascorrevano le giornate nelle stalle, sfruttando il calore emanato dagli
animali.
Spesso
neanche i vestiti erano adatti ai rigidi climi invernali,
benchè ci si arrangiasse a cucire abiti utilizzando la stoffa delle
coperte militari, col filo ricavato sfilando i preziosi merletti dei corredi
nuziali. In generale, l’abbigliamento era quanto di più misero si possa immaginare : le calze si realizzavano con la lana
di pecora, giacche e cappotti ormai logori venivano "rigirati", le
scarpe erano di pezza e sughero o addirittura di legno (si realizzavano scarpe
anche usando la pelle delle borse o il tessuto di vecchi tappeti).
Ricordano
alcuni intervistati come, allora giovinetti, venissero
invitati dagli adulti a sopportare i disagi pensando ai soldati al fronte e a
tutti quei civili, come sfollati e sinistrati di guerra, che versavano in
condizioni ancora peggiori. Da notare in proposito che molti sfollati
provenienti dai paesi dell’Alto Sangro, da Napoli e persino da Livorno erano
ospitati all’Aquila nei locali della scuola "De Amicis" e assistiti
da giovani volontari.
Trascorsero
così gli anni 1941 e 1942, tra le ristrettezze delle popolazioni e la perdite di vite umane e di territori. I disagi crescevano
di giorno in giorno, in relazione al perdurare della
guerra e al suo andamento negativo, nonché alle crescenti esigenze
dell’esercito.
Benché i bollettini di guerra ufficiali trasmessi dalla radio
annunciassero ancora alla fine del 1942 continui successi delle nostre truppe,
ascoltando la clandestina "Radio Londra" si poteva ormai
apprendere come realmente andassero le cose. Per questo, chiunque fosse sorpreso all’ascolto rischiava l’arresto.
Il professor
Colapietra ci ha fatto notare in proposito che all’epoca ci si teneva informati
molto più di oggi (attraverso notiziari radiofonici,
bollettini di guerra, giornali), proprio perché per anni il fascismo aveva
educato a questa sensibilità. Lo stesso ascolto clandestino di radio Londra
(che smentiva tutte le notizie di vittoria diffuse dalla radio ufficiale)
nasceva quindi paradossalmente proprio da questa educazione
all’informazione voluta dal regime.
In una vera battaglia di controinformazione (come suol dirsi, "in
guerra la prima vittima è la verità"), la propaganda bellica
continuava intanto ad imperversare con vigore.
E’ significativo, ad esempio, un documento da noi
reperito : un comunicato dell’Istituto Nazionale della Propaganda
pervenuto al podestà di Calascio all’inizio del ‘43 : " Camerati,
mentre i nostri valorosi soldati su vari fronti della nostra guerra combattono
per il trionfo della giustizia sulla barbarie, è una necessità del momento
conoscere le cause del nostro intervento attraverso le forbite parole di Maria
Tuminetti nel suo libro "Incontro di due popoli - Mussolini ed Hitler
" (...) Ogni pagina farà conoscere a tutti gli italiani i vitali interessi
dell’Italia, le ragioni di questa nostra sacra crociata (...) In attesa di un
cortese riscontro che valga quale prenotazione - poiché la disponibilità di
copie è limitata - fascisticamente vi saluto. Vinceremo! "
LA GUERRA GIUNGE IN ITALIA
25 luglio 1943 - 8 dicembre 1943
Il modo più veloce di
finire una guerra è perderla.
(George Orwell)
Il
disastroso andamento della guerra, con la perdita dell’Africa e il successivo
sbarco degli Alleati in Sicilia, provocò il 25 luglio 1943 la caduta del
fascismo e l’arresto di Benito Mussolini, nonché la
successione del Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio alla guida del governo.
Non si
trattava di una vittoria dell’antifascismo: "Il voto decisivo per la
caduta di Mussolini - ha notato fra gli altri Mario
Cervi - l’avevano dato, prima di Grandi, di Ciano, di Bottai e degli altri,
gli sviluppi della guerra".
In effetti,
la maggior parte della popolazione auspicava che il fascismo cadesse non in quanto tale, ma in quanto causa di quella guerra
sciagurata. E infatti, alla notizia del crollo del
regime, la felicità della gente era legata soprattutto alla sensazione che con
la caduta di Mussolini la guerra fosse finita.
Ma si
trattava solo di un’illusione, perché quello
stesso 25 luglio il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio rivolgeva agli
Italiani parole che spegnevano ogni entusiasmo legato alla speranza di una
rapida fine della guerra: "La guerra continua. L’Italia, duramente
colpita nelle sue province invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede
alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni. Si serrino le
file attorno a Sua Maestà il re imperatore, immagine vivente della patria,
esempio per tutti".
La reazione
della popolazione civile alla notizia della caduta del fascismo fu la medesima
ad Aquila così come in tutta Italia: ebbero luogo limitate manifestazioni per
festeggiare l’avvenimento; scomparvero camicie nere, distintivi,
immagini, divise; vennero abbattute insegne e monumenti del regime. E mentre si cancellava tutto ciò che facesse riferimento al
fascismo, nessuno si dichiarava più fascista, anzi molti si affannavano a
dimostrare, contrariamente al vero, di non esserlo mai stati.
Nel
frattempo Mussolini, dopo qualche giorno di segregazione sulle isole di Ponza e
della Maddalena, venne trasferito a Campo Imperatore,
sul Gran Sasso d’Italia : per la verità dapprima soggiornò nell’albergo
"La Villetta" alla base della funivia, quindi, per un maggior
isolamento, si preferì relegarlo presso l’albergo di Campo Imperatore.
Già in
precedenza l’albergo era stato utilizzato dalla Milizia fascista: racconta
un’intervistata che, nel luglio del ‘43, mentre partecipava a Campo Imperatore
ad un "campeggio" della G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio), un
gruppo di feriti italiani e tedeschi reduci dal fronte organizzarono
nell’albergo un piccolo spettacolo di varietà. L’atmosfera cordiale e serena fu
naturalmente raggelata dalla "assurda" notizia della caduta del
regime che di fatto portava gli italiani a considerare
i tedeschi non più come alleati ma come possibili nemici.
Ancora più
traumatica soprattutto per chi, a vario titolo, aveva a che fare con i tedeschi
fu però la notizia dell’armistizio, ufficializzata dallo stesso Badoglio alle
19.42 dell’8 settembre ’43 col seguente messaggio
radiofonico : "Il Governo italiano, riconosciuta l’impossibilità
di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria,
nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha
chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle Forze
alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni
atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve
cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse, però, reagiranno ad
eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza."
Le reazioni
dei civili alla notizia dell’armistizio furono contrastanti :
racconta il signor Silvio Cupillari che l’8 settembre si trovava presso il luna
park del Castello : "Vi era una gran folla di militari; verso le
19.30 giunse un tizio gridando a gran voce che "era arrivata la
pace". Tutti si precipitarono per il Corso, riversandosi nei bar che
possedevano un apparecchio radio. Si apprese così la notizia
dell’armistizio: alcuni erano contenti, altri si sentivano dei traditori, ma in
generale la massa era perplessa: si avvertiva che sarebbe dovuto succedere
qualcosa".
Anche
stavolta l’impressione dell’opinione pubblica che l’armistizio segnasse la fine
delle ostilità fu del tutto illusoria. La fuga del re
a Brindisi e l’immediata invasione tedesca (i tedeschi avevano giudicato
l’armistizio come un gravissimo atto di tradimento da parte dell’Italia verso la Germania) determinarono infatti tutt’altro che la fine
della guerra, ma l’inizio di durissimi scontri di eserciti stranieri nel nostro
Paese.
L’aspetto
più vistoso del disfacimento dello Stato italiano fu
ovunque lo sbandamento dell’esercito, lasciato senza ordini precisi e senza un
solido punto di riferimento.
Così, per
responsabilità dei vertici dello Stato, la resistenza militare all’occupazione
tedesca fu minima e gran parte del territorio italiano, privo ormai di qualunque
difesa militare, fu repentinamente occupato da parte
delle truppe tedesche, le quali come prima cosa provvidero - anche fuori
d’Italia - a disarmare e a deportare in Germania circa 600.000 soldati
italiani.
Per quanto
riguarda L’Aquila, ex militari del glorioso 18° Reggimento di
Artiglieria (come Balduino Di Marzio) ci hanno riferito che con
l’approssimarsi dell’armistizio il colonnello comandante fece esplorare le zone
del Vetoio e della Piazza d’armi per verificare la presenza di tedeschi e ordinò
di schierare a difesa della città una batteria di cannoni. Ma l’azione non fu
autorizzata dal comandante del presidio, per cui
qualche giorno dopo appena dodici tedeschi disarmarono 2.500 artiglieri, cui
non restò che darsi alla fuga per evitare di essere deportati.
E mentre i
soldati si misero convulsamente alla ricerca di abiti
civili coi quali tornare a casa inosservati, le caserme vennero abbandonate al
saccheggio "da parte - ci è stato detto - di persone svelte che
ne fecero bottino, e ci fu chi veramente ne ricavò quattrini".
Da quel
momento, si ripercossero anche sulle popolazioni civili italiane tutte le
nefaste conseguenze dell’applicazione delle leggi di guerra tedesche, e il
quadro delle ostilità tra tedeschi e Alleati sul nostro suolo nazionale
coinvolse naturalmente anche la zona dell’Aquilano, ove tuttavia non si ebbe un
contatto diretto con la guerra operativa, per via della nostra collocazione geografica.
Il 12
settembre 1943, con un’azione militare veramente impressionante per
organizzazione, disciplina e determinazione, Mussolini veniva
liberato dai tedeschi dalla sua prigionia sul Gran Sasso d’Italia.
Testimoni
oculari di tale azione ci hanno riferito che intorno alle ore 14 tutto il
territorio della parte Sud del Gran Sasso si trovò invaso
da truppe tedesche mimetizzate, modernamente armate e motorizzate: ciò era
dovuto al fatto che il comando tedesco era convinto che a guardia di Mussolini
vi fossero effettivi ben più numerosi dei circa cento carabinieri e poliziotti
che vi erano in realtà.
Ad esempio,
il comandante di una compagnia tedesca che aveva occupato la zona di Paganica,
non potè nascondere la propria meraviglia quando venne a
conoscenza dell’esigua entità della scorta mussoliniana, convinto
dell’esistenza di almeno mille armati italiani nella zona del Gran Sasso!
Proprio a
Paganica vi fu una nutrita scarica di mitragliatrici tedesche nel largo
antistante la chiesa parrocchiale (sono ancora visibili nel muro i fori dei
proiettili) perché gli attaccanti scambiarono per un cannone posto a difesa
della prigionia di Mussolini una innocua bombarda
risalente alla prima guerra mondiale, simbolo bellico di complemento al
monumento eretto in memoria dei caduti paganichesi.
L’azione
tedesca del 12 settembre fu talmente ben combinata che le truppe di terra -
impiegando la funivia del Gran Sasso - giunsero sulla piana di Campo Imperatore
contemporaneamente all’apparizione degli alianti che, trascinati da aerei a
motore, furono sganciati in modo da poter atterrare nello spazio antistante l’albergo
in cui era relegato Mussolini.
Questi fu
facilmente prelevato dall’albergo perché la guarnigione italiana non reagì
all’azione tedesca, giudicando vana e suicida ogni reazione contro una tanto
nutrita forza armata.
Quando il
piccolo aereo con a bordo Mussolini sorvolò la citata
ampia zona in cui erano dislocate le truppe attaccanti, i militari tedeschi
intonarono inni di guerra, concessero colloqui ai civili italiani ed aprirono,
con intento dimostrativo, i cofani dei loro autocarri.
Intanto
all’Aquila, alla notizia dell’avvenuta operazione aero-terrestre si era creata
una gran confusione : tutti correvano affannati per i vicoli, i negozi di
turno abbassavano le serrande, e cominciava a serpeggiare la paura di vendette
dei fascisti, alcuni dei quali, seppur timidamente, brindarono
in qualche bar alla liberazione del duce.
La clamorosa
liberazione di Mussolini dal Gran Sasso rese possibile di lì a poco - il 18
ottobre ’43 - la nascita della Repubblica Sociale Italiana (la R.S.I.), la
ricostituzione del Partito Nazionale Fascista (P.N.F.) come Partito Fascista
Repubblicano (P.F.R.) e la fondazione di una Guardia Nazionale Repubblicana
(G.N.R.) che scaturiva dalla fusione di Milizia, Carabinieri e Polizia
dell’Africa Italiana (P.A.I.).
Nella prima
riunione del governo fascista repubblicano, Mussolini afferma
che la perdita di un terzo del territorio nazionale e di tutte le posizioni di
oltremare è dovuta ad "un armistizio durissimo, quale non vi fu mai
nella storia, concluso all’insaputa degli alleati e quindi attraverso ad un
tradimento senza precedenti che basta a disonorare per sempre la monarchia e i
suoi complici.(...) Data questa situazione di fatto - continua
Mussolini - le direttive che guidano l’azione del Governo non possono essere
che le seguenti. Tener fede all’alleanza con le
Nazioni del Tripartito, e per questo riprendere il nostro posto di
combattimento accanto alle unità tedesche, attraverso la più sollecita
riorganizzazione delle nostre forze militari, a cominciare da quelle della
difesa contraerea e costiera. Nell’attesa della preparazione di queste forze,
che è già cominciata, dare cordiale e pratica collaborazione alle autorità
militari tedesche che operano sul fronte italiano."
Di
conseguenza, emanando bandi che minacciavano durissime sanzioni, come prima
cosa il fascismo repubblicano richiamò alle armi i militari sbandatisi dopo l’8 settembre per procedere alla riorganizzazione
dell’esercito.
In questo contesto, alcuni ufficiali italiani (come il maggiore
Ermanno Properzi) furono catturati dai tedeschi all’Aquila, concentrati alle
Casermette e poi trasferiti a Norimberga per ricostruirvi i quadri delle
divisioni italiane in preparazione per combattere a fianco del Reich. Tuttavia
il Properzi fuggì dalla Germania, tornò in Italia
unendosi ad alcuni partigiani della provincia di Cuneo e rientrò infine
all’Aquila.
La R.S.I.
tentò di attingere i propri soldati anche fra i numerosissimi militari italiani
deportati dai tedeschi in Germania. Ma il rifiuto di quasi tutti quei 600.000
militari internati ebbe quasi dell’incredibile :
educati dalla scuola fascista al culto dell’obbedienza, allettati dalla
promessa tedesca di poter tornare a casa combattendo al loro fianco, abituati
ad arrangiarsi e magari ad imboscarsi nelle retrovie, uno per uno, senza
colonnelli e suggeritori, ebbero il coraggio di dire no, rinunciando alla casa
e alla famiglia, affrontando sofferenze, fame, fatiche e violenza. E per venti mesi continuarono ogni giorno a dire no,
nonostante le intimidazioni e la coscienza della morte che colpiva di continuo
i loro compagni. Alla fine furono circa 50.000 a lasciare la vita (metà per
fame e tubercolosi) nei lager, nei cantieri del fronte orientale, sotto i
bombardamenti a tappeto delle città tedesche dove sgomberavano le macerie.
E non si trattava solo di un’opposizione "ideologica",
quanto piuttosto dell’orgoglioso rispetto di un giuramento che ogni militare
italiano aveva fatto nei confronti del re e non nei confronti del duce.
"Il
giuramento - abbiamo trovato scritto su un Libretto Personale del Regio
Esercito Italiano - è la solenne promessa innanzi a Dio, che ogni militare
fa sul proprio onore entrando nelle file del regio esercito di mantenersi
fedele al Re, di osservare lealmente le patrie leggi, e di adempiere
a tutti i suoi doveri di disciplina e di servizio finché rimane sotto le
bandiere. Il militare che infrange il giuramento, oltre ad incorrere nelle pene
stabilite dal Codice penale per l’esercito, si macchia d’infamia e viene in
obbrobrio a’ suoi compagni d’armi e a’ suoi
concittadini."
Con
l’occupazione tedesca, spalleggiata dal risorto fascismo repubblicano di Salò,
nuovi problemi si abbatterono sulle popolazioni di ogni
centro dell’Aquilano. Anche perché, nel frattempo, il fronte
di guerra - conteso da due agguerriti eserciti contrapposti, impegnati nella
prima risolutiva battaglia per il controllo della "fortezza Europa" -
si era stabilizzato lungo la cosiddetta linea "Gustav", che
correva dal Garigliano a Cassino e di lì fino alla foce del Sangro.
Per nove
lunghi mesi, l’Abruzzo e soprattutto la zona dell’Abruzzo Aquilano divenne così
un’autentica retrovia per le truppe tedesche operanti sul fronte. Di
conseguenza, ogni centro piccolo o grande del nostro comprensorio, fu
presidiato da soldati tedeschi, i quali requisirono i migliori fabbricati per i
loro alloggiamenti, nonchè spazi coperti da vegetazione dove disporre i loro
automezzi e i loro magazzini di armi, munizioni e
carburanti.
Essendo
questo schieramento posto a rincalzo della prima linea, nel nostro territorio
furono dislocati molti depositi di munizioni, il più consistente dei quali, il
deposito "Manfred", fu allestito sul
territorio dell’allora delegazione di Lucoli lungo i canaloni della strada che
porta verso Campo Felice: qui furono stipate migliaia di mine e di bombe per
artiglieria e un numero imprecisato di proiettili per le armi minute.
Una volta
radicatisi sul territorio, i tedeschi iniziarono inoltre a rastrellare i vari
paesi e città alla ricerca di italiani renitenti alla
leva (che non volevano cioè arruolarsi nel costituendo esercito della R.S.I.) e
soprattutto di prigionieri di guerra Alleati allontanatisi dai campi di
detenzione italiani dopo lo sfascio dell’8 settembre.
In effetti,
centinaia di giovani renitenti (o comunque minacciati
a qualunque titolo di cattura da parte dei tedeschi) affollavano le soffitte
delle case aquilane, oppure erano nascosti in cantine, grotte, cunicoli
sotterranei. Nei paesi, i giovani si nascondevano nei pagliai, nelle stalle,
nelle grotte, negli anfratti più inaccessibili. Scatenando il proprio ingegno,
ci fu chi pensò di sottrarsi ai rastrellamenti nascondendosi nelle canne
fumarie dei camini, nelle culle, nelle ceste dei panni sporchi, sotto mucchi di
letame e persino nei piloni in cui si raccoglieva l’uva al momento della
torchiatura.
Ci fu però
anche chi, pur accettando l’arruolamento, seppe tenersi lontano dal fronte con
artifici all’apparenza perfettamente legali. Un nostro intervistato, il signor
Silvio Cupillari, si sottopose ad esempio ad un intervento di
appendicectomia presso l’ospedale civile S. Salvatore, ottenendo così un
lungo periodo di licenza, durante il quale, con l’amico Luigi Bruno, si adoperò
clandestinamente per sostenere la nascente lotta partigiana.
Anche gli
ex-prigionieri alleati, ampiamente aiutati dalla nostra gente nonostante
l’enorme rischio che ciò comportava e di cui tutti erano stati informati, venivano nascosti in rifugi isolati, in grotte o stalle,
dentro anfratti, legnaie e altri luoghi inaccessibili. E
in molti casi i soccorritori dei militari alleati li camuffavano facendo loro
crescere baffi e barbe lunghe, facendo loro indossare abiti da contadini,
insegnando loro qualche parola in dialetto e portandoli a lavorare nei campi.
Contro
questa massa di uomini nascosti, la tecnica dei
rastrellamenti era sempre la stessa : i tedeschi circondavano i paesi di notte,
posizionavano delle mitragliatrici e all’alba sparavano qualche colpo per
annunciare il loro arrivo, prima di procedere all’ispezione delle case.
Oltre ai
rastrellamenti, i tedeschi compirono anche frequenti
"retate" di cittadini di sesso maschile, soprattutto allo scopo di
procurarsi manodopera gratuita. Ogni tanto, senza alcun preavviso, gruppi di uomini di ogni età venivano rastrellati per strada e
forzatamente reclutati nella TODT, l’organizzazione tedesca del lavoro creata
appunto dall’ingegnere Fritz Todt. Costretti ad indossare un bracciale come
distintivo, essi venivano poi impiegati in lavori di
fortificazione, nello spalamento della neve e in ogni altra attività manuale
utile agli interessi dell’armata occupante.
Nel periodo
in questione vennero anche prelevati alcuni nostri concittadini (talora di fede
ebraica) che finirono la loro vita nei famigerati campi di sterminio tedeschi. Tra di essi, è stato ricordato nelle nostre interviste il
professor Francesco Vacca, un ingegnere con il pallino della fisica che
venne deportato in Germania dai nazisti per effettuare studi sulla bomba
atomica e del quale si perse ogni traccia.
Naturalmente,
data la situazione, soprattutto i primi mesi di occupazione
furono pericolosissimi e pieni di insidie : nelle nostre contrade si aggiravano
infatti renitenti, soldati sbandati, ex-prigionieri in fuga, partigiani,
fascisti repubblichini vestiti da partigiani, tedeschi travestiti da
prigionieri, delinquenti vestiti da tedeschi per poter meglio saccheggiare le
case. Insomma, c’era ben poco da fidarsi : basti dire che fra i militari
tedeschi vi erano numerosi giovani altoatesini che conoscevano bene la nostra
lingua, sebbene fingessero di ignorarla, e che erano pertanto in grado di
comprendere il significato di eventuali frasi ostili
pronunciate contro di loro dai civili.
Intanto, per
poter provvedere al sostentamento del proprio esercito, i tedeschi avevano
inaugurato l’odiosa pratica della razzia, arrogandosi il dirito di requisire ai
civili tutto ciò di cui avevano bisogno. Le razzie avvenivano
soprattutto nelle abitazioni di campagna, dov’erano le maggiori provviste
alimentari, ma anche in città venivano prelevati dalle
case oggetti di valore, oro, mobili, abiti, biancheria.
Anche in questo caso, i civili risposero tentando di sottrarre
alle ruberie i loro averi, nascondendoli in luoghi inaccessibili o
perfettamente camuffati.
L’effetto di
queste razzie fu che il cibo a disposizione dei civili divenne ancora più
scarso e scadente.
Pasti molto
diffusi durante l’occupazione tedesca furono : pasta
nera con lardo soffritto, pasta e fagioli, pasta e ceci, pasta e patate,
minestra di farro, fagioli e lardo, polenta in bianco, fave, frittate, patate
lesse, involtini di cotica, e raramente carne arrosto o castrato aromatizzata
con rosmarino ed altre erbe.
Il pane e la
pasta venivano prodotti mescolando farina nera e
crusca. Il pane era poco e per giunta di cattivo sapore, tanto che, anche per
la sua strana forma, pareva somigliare a del sapone.
La carne veniva consumata raramente perché, piuttosto che macellare
gli animali, si preferiva servirsene - quando naturalmente non fossero
requisiti dai tedeschi con lo scopo di sfamare l’esercito - per produrre più a
lungo possibile degli alimenti : mucche e galline, ad esempio, servivano
prevalentemente a produrre il latte (ed i suoi derivati) e le uova.
I pasti venivano infine integrati (e spesso sostituiti) con i frutti
spontanei raccolti nei boschi : castagne, funghi, bacche per marmellate ed
erbe per minestre.
Con tutto ciò, abbiamo rilevato con una certa sorpresa che
la convivenza tra la popolazione e le truppe di presidio (in genere composte da
soldati non giovanissimi, sposati e non appartenenti a reparti operativi) fu
generalmente buona.
Come Epicuro sosteneva nella formulazione del suo
"tetrafarmaco", se un dolore è persistente l’uomo impara a
sopportarlo: e così gli Abruzzesi impararono col tempo a convivere con i tedeschi,
instaurando con loro un rapporto almeno di sopportazione e di rispetto
reciproco, se non in qualche modo di "amicizia".
Non deve
stupire più di tanto come in alcuni casi si arrivasse
ad una sorta di scambio di "gentilezze" : i civili invitavano i soldati
in casa a prendere del tè o del latte, ricevendone in cambio sigarette, sale,
zucchero, cioccolato, caffè, caramelle, pane, gallette, margarina e altri
generi alimentari di non facile reperimento.
Questi
articoli, soprattutto il sale, venivano forniti dai
tedeschi anche in cambio di piccoli servizi, come il lavaggio del vestiario o
la fornitura di pezzi di sapone. I tedeschi, a loro volta,
specialmente nei paesi, scambiavano conserva di pomodoro, scarpe o
pastrani militari con un piatto caldo o con cibi locali (uova, salami,
prosciutto, formaggio, etc.).
Fra le altre
cose, le molte guarnigioni stazionanti nella conca aquilana avevano la consegna
di dare il cambio con continuità ai commilitoni del vicino fronte, e di
provvedere alla cura e alla convalescenza dei militari feriti. Ogni giorno,
infatti, sul far della sera per evitare gli attacchi aerei nemici, vari reparti
partivano per il fronte (via Valle Subequa per il
Sangro e via Altopiano delle Rocche per Cassino) e tutte le mattine
sopraggiungevano reparti sostituiti ed ambulanze cariche di feriti dirette agli
ospedali locali disponibili, fra cui l’importante Ospedale Militare tedesco
delle Casermette dell’Aquila.
Per far
fronte all’emergenza sanitaria, il Comando tedesco si rivolse alla Croce Rossa
Italiana, chiedendo infermiere o comunque personale
volontario che potesse essere impiegato particolarmente accanto ai feriti non
in grado di nutrirsi da soli.
Abbiamo
appreso che molti episodi di umanità si consumarono
nel pur ristretto ambito di quell’Ospedale Militare, e ci sembra giusto
rimarcare che chi si offrì di prestare questo servizio pesante e rischioso, lo
fece a titolo completamente gratuito, in nome di una solidarietà che si poneva
al di sopra ed al di fuori di ogni pregiudizio di nazionalità, stirpe ed
ideologia politica.
A memoria di
chi lavorò nell’Ospedale Militare tedesco dell’Aquila, i suoi sventurati ospiti
erano tutti giovanissimi: alcuni non avevano più né braccia né gambe, tranciate
dalle bombe, altri avevano perso anche la vista. Colpisce molto la storia
narrataci dalla signora Elena Cardigno, la quale fece parte di questo piccolo
corpo di crocerossine: con evidente commozione lei ricorda, fra l’altro, che un
cappellano militare cattolico la pregò di recapitargli segretamente un pacchetto
contenente ostie per la Comunione dei feriti cattolici. Questo sacerdote, padre
Ercolano Oberkalmsteiner, precisò che il pacchetto le sarebbe stato consegnato
all’imbrunire nei pressi della sua abitazione, il che avvenne puntualmente. La
signora racconta che sistemò il pacchetto nella camicetta, per consegnarlo poi
al cappellano. La grande segretezza con cui si dovette
agire era dettata dalla diffidenza dei tedeschi verso i loro militari cattolici
(per lo più austriaci e di altri territori annessi).
A proposito
della "diversità" degli austriaci, è importante precisare che la
terribile fama dell’esercito tedesco (macchina da guerra efficiente, feroce,
priva di scrupoli e di pietà) si addiceva soprattutto agli ufficiali prussiani,
mentre più volte i soldati semplici - soprattutto austriaci - si mostrarono
molto "umani" e comprensivi.
Le
condizioni della popolazione, già angosciose per le restrizioni di carattere
generale, furono aggravate dall’imposizione del coprifuoco, cioè
dal divieto di circolare durante la notte, pena la fucilazione a vista da parte
delle pattuglie di ronda. In verità, l’orario fu piuttosto flessibile e specie
nei piccoli centri potè essere suscettibile di ampie
oscillazioni.
Permessi di
circolazione durante il coprifuoco erano concessi,
oltre che ai tutori della pubblica sicurezza (forze armate, polizia, vigili del
fuoco), a tutti coloro che per lavoro dovevano spostarsi durante la
notte : alcuni impiegati postali, i ferrotranviari, gli addetti alla
lavorazione del pane, i rivenditori di giornali, alcuni sacerdoti, i medici,
gli infermieri e le ostetriche.
Interessante
notare che a causa del coprifuoco e della mancanza di energia
elettrica, il "tempo di vita" di tutti i giorni venne a ridursi di
molto. Paradossalmente, però, i contatti personali risultarono
molto rafforzati proprio dalla mancanza di mezzi di comunicazione :
pochissimi avevano il telefono, la radio non sempre funzionava per mancanza di
corrente elettrica, la televisione non esisteva.
Tale era -
per quanto ci risulta - il clima nel quale si visse
durante i nove mesi che precedettero l’arrivo delle truppe alleate il 13 giugno
1944.
I NOVE MARTIRI AQUILANI
23 settembre 1943
"Sventurata la terra che ha bisogno
d'eroi".
(Bertolt Brecht)
Appena dopo l’8 settembre 1943 e l’occupazione della nostra zona
da parte delle truppe tedesche, cominciarono ad avvertirsi aneliti di libertà
in molti giovani, che si organizzarono in piccoli gruppi allo scopo di
sottrarsi ai rastrellamenti non semplicemente nascondendosi, ma mettendo in
atto azioni contrarie ai reparti nemici.
Uno di
questi gruppi, composta da una quarantina di giovani
aquilani, si procurò delle armi e lasciò la città con l’intento, così pare, di
raggiungere i militari italiani arroccatisi a Bosco Martese, nel Teramano. Si
trattava di giovani coraggiosi, euforici, forse anche ingenuamente convinti di
poter affrontare la guerra da soli, sottovalutando le potenzialità del ben
collaudato contingente tedesco.
Si è sempre
sostenuto che fu il colonnello Gaetano D’Inzillo a
spingere il figlio Bruno a prendere le armi con i suoi compagni e ad andare
alla macchia. Altri sostengono tuttavia che lo stesso colonnello fu spinto dal
figlio, infervoratosi alla lotta anti-tedesca, a procurare le armi per lui e
per il gruppo dei suoi amici.
Sta di
fatto, che a differenza di tanti coetanei che preferirono solo nascondersi,
quei ragazzi andarono in montagna con le armi in mano.
Testimoni
che li videro transitare per via delle Spighe verso la Fontana Luminosa,
affermano che avevano volti spaventati, e che alcuni piangevano, e le loro
mamme con loro. E riferiscono anche che gli abitanti
del quartiere li protessero, stando di guardia nei dintorni per segnalare
eventuali presenze di fascisti o tedeschi. Non erano rari, infatti, episodi di
delazioni, anche fra intimi o amici, con conseguenze tragiche per mano tedesca,
il che imponeva di essere veramente cauti nell’agire o anche nell’esprimere le
proprie opinioni.
Gli abitanti
di Collebrincioni, un piccolo centro alle falde del Gran Sasso, ricordano
l’arrivo di questi giovani che si mostravano euforici ed esaltati forse solo
per darsi reciprocamente coraggio.
Purtroppo,
alcuni irriducibili sostenitori del vecchio regime avvisarono i tedeschi della
loro presenza e la sera stessa della loro partenza, il 22 settembre, li
guidarono in paese fino al loro rifugio, nel bosco sopra al cimitero,
nascondendosi in un casolare sino al termine dell’operazione di rastrellamento.
Esperti
paracadutisti tedeschi circondarono la zona con un serrato cordone di uomini; in questo modo poterono letteralmente
intrappolare il gruppo di giovani, insieme con alcuni prigionieri inglesi
fuggiti in precedenza dal campo delle Casermette.
Un certo numero
di loro venne tuttavia "graziato" poiché non oppose resistenza né
imbracciava armi all’atto della cattura : costoro furono
infatti condotti presso il Grande Albergo dell’Aquila, dove non ebbero
da sopportare nulla più di un ammonimento verbale.
Ma altri
nove, presi con le armi in pugno, la mattina del 23 settembre vennero invece
subito condotti presso le Casermette dell’Aquila, costretti a scavare due
grandi fosse e qui spietatamente fucilati.
A nulla
valsero le suppliche dei familiari e neanche l’intervento dell’arcivescovo
dell’Aquila Carlo Confalonieri, divenuto poi cardinale, riuscì a salvare quelle
giovani vite.
Inoltre,
poiché i comandi preferirono non divulgare la notizia dell’avvenuta esecuzione,
in città si ignorò a lungo la sorte toccata ai giovani
: alcuni sospettavano che fossero stati fucilati, altri invece pensavano che
fossero stati trasferiti in Germania. Quasi quotidianamente vi erano persone
che raccontavano di aver visto alcuni dei ragazzi da qualche parte, o
addirittura che qualcuno di essi avesse scritto una
cartolina a casa; ma per lo più erano notizie fatte circolare dai fascisti
repubblichini per nascondere la realtà dei fatti e non suscitare lo sdegno dei
cittadini.
Si dette
credito a quelle voci rassicuranti perché nessuno voleva credere alla morte di
quei ragazzi, e infatti quando dopo la Liberazione fu
scoperta la verità, il dolore fu lacerante, un dolore che si conserva ancora
nella memoria della città e che il tempo ha solo in parte lenito. Per una
nostra intervistata "i nomi dei giovani e il loro ricordo sono cose
sacre".
Rinvenute il 13 giugno ’44 preso le Casermette, le salme dei Nove
Martiri furono ricomposte presso la scuola elementare "De Amicis",
dove ricevettero l’omaggio di un vero pellegrinaggio cittadino, svoltosi tra un
aspro odore di creolina.
Al passaggio
del sobrio funerale, tutta la città fu in ginocchio dinanzi alle bare portate a
spalla dai coetanei dei caduti, mentre mesti canti
venivano intonati dalla ricostruita centuria corale. Si trattò - sottolinea Alessandro Clementi - di un momento di commozione
intensissima, di un prezioso momento unitario vissuto da una città normalmente
ritenuta apatica e cinica.
IL BOMBARDAMENTO DELL’AQUILA
8 dicembre 1943
"Vincere con la violenza, significa
creare dolori.
Dove si scontrano gli eserciti vince solo la
pietà".
(Lao Tze, VI sec. a.C.)
Gli intensi
movimenti di mezzi ed uomini che avvenivano nell’Aquilano non sfuggivano agli
Alleati, i quali tenevano l’intera zona sotto costante
controllo con le loro forze aeree, particolarmente con gli agili
bimotori inglesi.
L’obiettivo
delle incursioni era quello di colpire i mezzi motorizzati tedeschi e gli
obiettivi d’interesse strategico, quali strade, ferrovie, stazioni ferroviarie
e depositi di munizioni, la cui posizione veniva
spesso segnalata agli Alleati da collaboratori italiani ostili alla Germania.
Tutto ciò
costituiva ovviamente un continuo pericolo per i civili, soprattutto per coloro che erano costretti a muoversi da un centro all’altro
per motivi di lavoro o per impegni inderogabili.
Nella nostra
provincia, i bombardamenti alleati comportarono fra l’altro la distruzione
totale degli importanti impianti ferroviari di Sulmona e di Avezzano, oltre che
di quelli dell’Aquila e di Paganica.
La stazione
ferroviaria del Capoluogo fu oggetto del più disastroso fra gli attacchi aerei
avvenuti nel nostro comprensorio.
L’8 dicembre
’43, festa dell’Immacolata Concezione, era una limpida giornata senza nubi e
con un sole tiepido, ma la cosa paradossalmente procurava una strana ansia
nella popolazione, poiché il bel tempo consentiva una maggiore visibilità di eventuali obiettivi da bombardare.
Intorno alle
ore 11, tre squadriglie di bombardieri americani B-25, annunciandosi con un
rombo cupo ed assordante, apparvero nei cieli della città dirigendosi in
formazione a cuneo verso la stazione ferroviaria e l’attigua Officina Carte e
Valori della Banca d’Italia (la Zecca).
Racconta una
testimone oculare che, non appena superata la zona di S. Maria Paganica in
direzione Piazza d’Armi, i primi aerei cominciarono a sganciare un grappolo di
grosse bombe che vennero giù scintillando al sole come fossero state d’argento,
e immediatamente seguirono violente e terrorizzanti
esplosioni.
Altri testimoni
oculari ci riferiscono che le formazioni americane, dopo aver colpito una prima
volta i loro obiettivi, virarono e sganciarono altre bombe per una seconda
volta. Quindi, continuarono per un po’ a sorvolare la
zona, forse per verificare gli effetti dell’attacco.
Benchè non
ve ne siano prove documentate, è convinzione diffusa e verosimile che il
bombardamento poté essere effettuato dagli Americani
poiché alcuni elementi della partigianeria locale avevano segnalato la presenza
in stazione di un grosso convoglio ferroviario carico di armi e munizioni
tedesche.
La notizia
era vera, ma forse si ignorava che i tedeschi, allo
scopo di farsi scudo con degli ostaggi, avevano composto il suddetto convoglio
alternando vagoni carichi di munizioni con altri zeppi di prigionieri alleati
in via di trasferimento dall’Aquila verso nuovi campi di detenzione.
Ciò provocò
una vera carneficina : quando iniziò il via vai
dei mezzi di soccorso che trasportavano i feriti all’Ospedale civile, il
piazzale della stazione, pieno di morti orrendamente mutilati, mostrava uno
spettacolo allucinantementre mentre grida e lamenti ancora provenivano dai
vagoni colpiti.
Tuttavia
alcuni prigionieri inglesi, rimasti illesi o lievemente feriti, riuscirono a
fuggire tra le lamiere contorte dei vagoni e a
nascondersi, dirigendosi prevalentemente verso l’abitato di Roio.
Anche presso
le Officine Carte e Valori della Banca d’Italia vi furono una ventina di morti
e molti feriti (in prevalenza donne), in quanto alcuni
reparti erano in piena attività, nonostante la giornata festiva, e per i
lavoratori non vi fu via di scampo essendo le uscite chiuse a chiave
dall’esterno per motivi di sicurezza.
Pur di
abbandonare i locali invasi dal fumo e dai calcinacci, alcune operaie cercarono
di trarsi in salvo gettandosi dalle finestre nel fiume Aterno.
Purtroppo
non mancò, tra tanto disastro, chi cercò di approfittare della situazione con
indegni atti di sciacallaggio, alla ricerca del denaro
appena stampato che era stato disperso dalle esplosioni (era stato colpito, tra
gli altri, il reparto "verifica e controllo" dove appunto si
controllavano le risme già stampate, si contavano le banconote, si poneva il
contrassegno e la firma).
Per noi Aquilani tale azione bellica, purtroppo militarmente ben
riuscita, fu una vera e propria sciagura per almeno due aspetti : da una parte,
ovviamente, per la perdita di vite umane (per le vittime del massacro dell’8
dicembre la città sconvolta e piangente celebrò dei solenni funerali) ;
dall’altra per la parziale distruzione di fabbricati e specifici macchinari
della Zecca, prestigioso opificio ottenuto per interessamento di Adelchi Serena
(podestà del capoluogo fino al 1934, successivamente vice segretario del
P.N.F., ministro dei lavori pubblici fino al 1941, segretario nazionale del
P.N.F. nel biennio ‘41-’42) e completato poco prima dello scoppio della guerra
con la costruzione del villaggio della Banca d’Italia, realizzato per le
esigenze abitative delle maestranze. A causa dei rilevanti danni subiti dalla
Zecca, l’impianto venne riportato a Roma e L’Aquila
perse in tal modo un’attività che aveva dato prestigio, occupazione e ricchezza
all’intera zona.
Prima e dopo
del devastante bombardamento dell’8 dicembre (comunque
non paragonabile a quelli ben più gravi subiti da Sulmona, Avezzano o Pescara),
L’Aquila fu interessata da altri episodi di guerra aerea che generarono grande
panico nella popolazione.
Tra questi
si ricorda lo spezzonamento notturno che in piazza
Palazzo costò la vita a due tedeschi ed una donna che si accompagnava con loro.
Si sostiene in proposito che l’aereo nemico sarebbe stato
attirato dalle luci accese nel piano alto di una casa nei pressi della piazza.
Nella medesima occasione uno spezzone colpì anche il tetto dell’abitazione di
un noto avvocato in via Roma, senza tuttavia provocare
vittime.
Molto spettacolare pare essere stato, il 19 aprile ’44, un
mitragliamento condotto lungo l’intero asse stradale principale che taglia in
due il centro storico aquilano. Ci si dice infatti
che, dopo aver attaccato e colpito presso lo Stadio tre camion tedeschi
provenienti dalla via del cimitero, un aereo inglese abbia continuato ad
inseguire e bersagliare per tutto il Corso un altro mezzo che dalla Fontana
Luminosa aveva velocemente imboccato il centro abitato. Le pallottole ferirono
gravemente il giovane Roberto Mattioli ed uccisero nel suo ufficio il
comandante della Milizia Pasquale Festa, colpito a morte all’arteria femorale.
A memoria
degli intervistati, il funerale del gerarca fu indimenticabile. La sua bara,
annunciata dal suono di numerosi tamburi, attraversò strade letteralmente
deserte perché la gente si nascose nei vicoli quasi a dimostrare la sua
ostilità verso la Milizia. Inoltre, poiché i fascisti avevano dovuto affiggere
il manifesto funebre per "Festa Pasquale" proprio durante il periodo
di Pasqua, tutti gli aquilani risero sarcasticamente per questa forma di umorismo involontario...
LA RESISTENZA NELL’AQUILANO
"L'albero della libertà di tanto in
tanto va innaffiato
col sangue dei patrioti
e dei tiranni.
E' il suo concime naturale."
(Thomas Jefferson )
Forse per
paura o per quieto vivere, la città dell’Aquila (città di per sé conservatrice
e ampiamente beneficiata dal fascismo) preferì chinare il capo dinanzi
all’occupazione tedesca.
Episodi di
ribellione come quello dei Nove Martiri rappresentano infatti
un’eccezione ed è fuor di dubbio che i partigiani e coloro che li aiutarono
furono una sparuta minoranza.
Fu
soprattutto per iniziativa di ex-militari che,
all’inizio del 1944, si costituì una modesta formazione di partigiani (la banda
"Giovanni Di Vincenzo"), composta da una trentina di elementi
nascosti sui monti circostanti ed operante, con sporadiche iniziative, su un
territorio pedemontano molto ampio che va da Arischia fino a Barisciano.
Altra
formazione di una certa consistenza fu la banda della "Duchessa",
operante invece sul territorio di Lucoli, Tornimparte, Campo Felice.
Diversi
piccolissimi nuclei armati agirono inoltre intorno ai centri minori.
Come in
molte altre parti del Paese, anche la resistenza aquilana fu animata
principalmente da elementi filo-comunisti, i quali si batterono contro il
nazifascismo anche per realizzare il loro sogno di poter contestualmente
cambiare l’assetto della società.
Tutta questa
realtà resistenziale ebbe carattere strettamente locale, mancò di un seppur
minimo coordinamento e non sempre seppe conquistarsi
le simpatie della popolazione, senza il cui appoggio il partigiano ha scarse
possibilità di sopravvivenza e nessuna capacità di iniziativa.
Nel corso della
ricerca, abbiamo più volte rilevato giudizi non lusinghieri verso i partigiani
locali, giudizi non dettati da valutazioni politiche ma sostenuti su concreti
dati di fatto. Talvolta i partigiani sono considerati degli opportunisti, degli
esibizionisti sempre pronti alla fuga, dei predatori più avidi degli stessi
tedeschi.
Senza voler
trarre noi delle conclusioni, ci limitiamo a riflettere sulle parole scritte da
Enzo Biagi : "Certo, la Resistenza ha delle pagine altissime e
delle pagine miserabili. Era fatta da uomini (...) La Resistenza fu determinata
soprattutto dalla chiamata alle armi da parte della repubblica sociale, perché
per gli italiani la guerra era finita l’8 settembre.
Quella fu la grande illusione. Perché la guerra continuava e
c’è stato un momento in cui uno doveva scegliere. Da una parte o
dall’altra. Qualcuno ha fatto il partigiano per convenienza ? Può darsi.
Altri lo hanno fatto per seguire un ideale. (...) E’ vero,
alla resistenza partecipò una minoranza esigua della popolazione. Ma anche il Risorgimento fu fatto da una minoranza, se
ricordo bene. E anche la marcia su Roma. E anche la
Rivoluzione russa : non mi pare che Lenin avesse
attorno una grande compagnia. "
Ci sembra
tuttavia importante sottolineare che insieme ad una
sparuta e contestata resistenza armata, ci fu nella nostra zona anche un’ampia
resistenza anti-tedesca non violenta.
Essa fu
espressa ad esempio dalle iniziative sorte negli ambienti cattolici che
facevano capo al citato arcivescovo Confalonieri, che il professor Colapietra
ci descrive come "l’unico arcivescovo di eccezione
avuto dall’Aquila in tutto il Novecento". Basterebbe citare in
proposito l’ospitalità che fu concessa da conventi,
come quello cappuccino di San Giuliano, a militari in fuga, perseguitati
politici, ex-prigionieri di guerra alleati.
Il rapporto
della città con il clero è stato particolarmente importante negli anni del
conflitto, poiché ha influito su svariati aspetti della realtà bellica, nonché su numerose vicende di ordine umano e morale.
Rispettivamente
nel ‘28 e nel ’30-’31 giunsero a L’Aquila i due ordini
dei Gesuiti e dei Salesiani: l’attività che svolsero, gli uni da una parte, e
gli altri dall’altra, può definirsi complementare e concorrenziale ad un tempo.
I Gesuiti si occuparono prevalentemente dell’educazione della progenie delle
classi dirigenti, mostrandosi pertanto spiccatamente di tendenza conservatrice;
i Salesiani volsero invece la loro opera prevalentemente a vantaggio delle
classi popolari, curandosi, in un certo senso, di quello che oggi chiameremmo l’"avviamento professionale" dei
giovani, oltre che del loro divertimento (davano vita, infatti, a molte
attività sportive). Non è un caso, d’altra parte, che i Gesuiti avessero la loro sede in pieno centro cittadino, mentre i
Salesiani si trovassero ai margini della città, proiettati verso quella nuova
realtà di periferia che si estendeva fino al quartiere di Valle Pretara.
Momento
fondamentale della vita religiosa aquilana fu l’arrivo in città di Monsignor
Carlo Confalonieri, già uomo di fiducia di papa Pio XI (milanese come lui), la
cui permanenza a L’Aquila si protrasse per circa un
decennio (1941-1950), finchè non fu nominato cardinale e tornò a Roma. Egli
stesso ha scritto un libro intitolato "Un decennio aquilano".
Ebbene, la
presenza di questo eccezionale personaggio dal grande
fascino anche esteriore, durante i difficili anni della guerra salvò più volte
la nostra città da immani ed inutili tragedie.
Senza
dubbio, però, il caso più clamoroso di resistenza non violenta nella nostra
zona (e nell’intero Meridione) fu quello dell’aiuto prestato da centinaia di
civili agli ex-prigionieri di guerra alleati.
Nonostante
la sua pericolosità, questo aiuto - come vedremo anche
analizzando in dettaglio la guerra nei centri minori - fu estremamente diffuso.
Perché ? Forse per opportunismo o per paura (gli Alleati erano ormai a
ridosso della nostra provincia), forse per convinzione politica, ma
soprattutto, è fuor di dubbio, per un profondo senso di umana
solidarietà e di carità cristiana radicato nelle nostre comunità.
Concludendo sulla Resistenza, diremo che ciò che ci ha
lasciato molto amareggiati e sorpresi è il pessimismo con cui ne parlano oggi i
suoi stessi testimoni e protagonisti.
"Il
mondo è solo peggiorato - ci dice un’intervistata - E’ assai amaro
dirlo, ma ritengo che coloro che sono morti in guerra
siano stati, da un certo punto di vista, fortunati, perché sono caduti con la
speranza nel cuore, e non l’hanno vista sgretolarsi giorno per giorno come
abbiamo fatto noi."
Ancora più
esplicito è Antonio D’Ascenzo, già comandante del nucleo partigiano di Arischia : "Se potessi tornare indietro, non
rifarei ciò che ho fatto perché non riesco a non provare disgusto per ciò che
l’Italia è diventata e mi sono ormai convinto che questa gente non merita tutti
i sacrifici cui ci siamo sottoposti."
L’ECCIDIO DI PIETRANSIERI
21 novembre 1943
"La crudeltà, come tutti i vizi, non
richiede altro motivo che se stessa:
ha bisogno soltanto di
un'occasione ".
(George Eliot)
La terribile
vicenda della barbara strage consumata nel piccolo centro della provincia
dell’Aquila ci è stata rievocata con viva commozione
dall’ex-deputato comunista Vittorio Giorgi :
"Cinquantaquattro
anni fa, il 21 novembre 1943, in un povero e sperduto villaggio della montagna
abruzzese, Pietransieri di Roccaraso, la truppe naziste
compirono uno dei più terribili delitti che la storia ricordi, trucidando 130
dei 485 abitanti, tra i quali 50 donne e 31 bambini, compreso il piccolo
Giancarlo Iarussi, di appena tre mesi, lanciato in aria da un soldato tedesco e
infilzato con la baionetta del fucile.
Tutto
ebbe inizio a fine ottobre ‘43, quando i nazisti decisero di fissare la loro
linea di difesa lungo il fiume Sangro ed affissero sui muri di Pietransieri un
ordine di sfollamento. Si era alle soglie dell’inverno: in un paese che è
situato a 1359 metri sul livello del mare, il primo problema che si presentò fu
quello di dove poter fare rifugiare i vecchi, le donne, i bambini, il bestiame.
Si improvvisarono rifugi di fortuna, si ebbe la
possibilità di portar via dalle case solo pochi arnesi. Appena la popolazione
si fu allontanata, i nazisti si abbandonarono al saccheggio, prendendo
qualsiasi cosa capitasse loro fra le mani e facendo saltare in aria le abitazioni
con la dinamite. Si ebbe così la prima vittima,
Barbara Oddis, che morì bruciata fra le fiamme della sua casa, essendo
costretta a letto da una paralisi.
Frattanto
i tedeschi, dovendo approntare le loro opere di difesa, necessitavano
di molta manodopera, che fu reclutata tra la popolazione locale con ogni mezzo:
bandi, minacce e le prime fucilazioni. Il 16 novembre una
pattuglia tedesca prelevò sei uomini: Vincenzo Oddis di 33 anni, Antonio Guido
(di 35), Vincenzo Guido (31), Vincenzo Macerelli (31), Costantino Iarussi (37),
e tre giovani: Arnaldo Oddis (15), Sinibaldo Macerelli (18) e Alfonso Macerelli
(20). Durante il cammino i prigionieri
tentarono di fuggire per raggiungere le famiglie, ma vennero abbattuti dal
fuoco tedesco. Sinisbaldo Macerelli non fuggì, poiché non era a conoscenza
dell’intenzione dei compagni, ma anch’egli fu ucciso a colpi di mitra, dopo
esser stato costretto dai tedeschi a scavare la sua fossa.
Il 17
novembre un’anziana signora di 77 anni, Maria Bucci, stava preparando per sé e per
il marito Giuseppe Macerelli (83) un pasto caldo; un soldato nazista, senza
nessun motivo, li pugnalò entrambi.
Il 18
novembre una giovane madre, Maria Cordisco (28), mentre accendeva il fuoco per
cuocere del pane, venne travolta e uccisa dal crollo
della casa, provocata da una bomba lanciata dai tedeschi. Lo
stesso giorno Rina Di Cristofaro, intenta a ricercare le sue pecore nel
bosco, fu raggiunta alle gambe da alcune pallottole; morì dissanguata dopo
alcuni giorni. La stessa sorte toccò a suo padre Achille, che in giro per il
bosco alla ricerca della figlia, si imbatté nei
tedeschi.
Il 19
novembre Annibale Di Florio (74), il figlio Antonio (38) ed il giovane Di Paola
(18), vennero assassinati mentre erano alla ricerca di
bestiame razziato dai tedeschi. Il 20 novembre Tommaso Di Gregorio venne ucciso mentre cercava di tenere unito il suo bestiame.
Infine,
il 21 novembre un drappello di paracadutisti nazisti, che operava sotto il
comando del tenente colonnello Schulemburg, ricevette l’ordine di recarsi nella
"Valle della vita", precisamente in contrada "Limmari", e
di uccidere tutti coloro che vi si trovavano. I
paracadutisti si divisero in vari gruppi; irruppero nelle stamberghe e nei
rifugi improvvisati ove, raccolti vicino al fuoco, si trovavano donne, vecchi e bambini. Nessuno poté scampare alla loro
furia omicida. Nella "Valle della vita", con inizio alle ore nove del
mattino del 21 novembre 1943, ebbe luogo quell’episodio che tutti ricordano come "la strage di Pietransieri". Oltre
110 persone vennero trucidate in modo orrendo. La giovane Laura Calabrese, trovandosi nelle vicinanze,
riuscì a nascondersi e a sfuggire al massacro; allontanatisi i tedeschi,
aggirandosi terrorizzata tra i cadaveri, udì il lamento dell’unica superstite,
la nipotina Virginia Macerelli (7 anni), salvata dalla madre che le aveva fatto
scudo con il proprio corpo. Nella notte, al ritorno degli uomini a Limmari, si
presentò ai loro occhi uno spettacolo orribile. Impietriti dal dolore,
consapevoli del pericolo che correvano, essi raccolsero le poche forze che
restavano loro; ricomposero le carni straziate dei loro bambini, delle loro
donne, dei loro genitori, seppellirono i morti come poterono e attraversarono
il fiume Sangro per continuare la grande battaglia per
la libertà, per la quale i loro cari avevano pagato un così nobile ed elevato
tributo di sangue."
I GIORNI DELLA LIBERAZIONE
giugno 1944
"La libertà soppressa e poi
riconquistata
è più dolce della
libertà mai messa in pericolo".
(Marco Tullio Cicerone)
Nei primi
giorni del giugno ‘44 gli Alleati ebbero il sopravvento lungo il fronte
Sangro-Cassino e l’esercito tedesco, sbaragliato, iniziò una rapida ritirata
dalla nostra zona che, come è già stato detto, fungeva
da retrovia.
Per giorni e
giorni, migliaia di soldati tedeschi esausti per le marce forzate, sporchi e
malandati, con le divise strappate, la barba incolta e i volti amereggiati, presero a transitare in assoluto silenzio lungo le strade
bianche, confortati solo da quei cittadini che di tanto in tanto, mossi dalla
pietà, offrivano loro qualcosa da bere o da mangiare.
In
particolare, lungo l’alta valle dell’Aterno sfilarono
lunghe colonne di automezzi e motociclette, assieme a centinaia di camion,
soldati e bestie precedentemente razziate.
Poiché
l’aviazione alleata incalzava i nemici in ritirata con
continui attacchi, si cominciò a temere che da un momento all’altro L’Aquila
potesse subire un devastante bombardamento, ma l’evacuazione della città
compiuta dai tedeschi nella notte del 12 giugno fece sì che americani ed
inglesi desistessero dal loro progetto.
Il peggio
sembrava dunque passato, ma quei tedeschi che avevano familiarizzato con i
civili durante i lunghi mesi dell’occupazione, misero
in guardia gli abitanti, consigliandoli di rinchiudersi in casa durante il
ripiegamento dei reparti, di evitare atteggiamenti di scherno al passaggio
delle truppe in ritirata e soprattutto di nascondere gli animali da soma.
Infatti,
incattiviti dall’avanzata nemica e bisognosi di
attrezzarsi prima di affrontare il viaggio verso il Nord, le truppe tedesche di
transito si dimostrarono particolarmente violente, accentuando le razzie di
ogni genere (in particolare, animali da macello, cavalli da tiro e oggetti di
valore) e prendendo a infastidire e spaventare le donne al punto che anche le
nubili misero al dito la fede nuziale per sentirsi in qualche modo protette
contro eventuali violenze.
E purtroppo
fu proprio nei giorni che videro compiersi la liberazione dell’Aquilano che si verificarono gli episodi più tragici dell’occupazione,
soprattutto a causa dei tristemente famosi "guastatori", corpo di
retrovia dell’esercito, incaricato di fare "terra bruciata" davanti
ai nemici che sopraggiungevano.
Furono i "guastatori" a distruggere un po’ dappertutto
le strutture ferroviarie e i ponti ; ad abbattere le linee elettriche e
telefoniche; a minare gli edifici pubblici e i monumenti ; a sabotare
qualunque manufatto che avesse un minimo interesse bellico (come, ad esempio,
le apparecchiature delle officine e dei laboratori artigiani e meccanici
aquilani).
Fra le
distruzioni più clamorose, vi furono quelle dei depositi di munizioni (come
quello di Lucoli), le cui fiamme e i cui scoppi furono
visibili ed udibili da molti chilometri di distanza.
Nelle ultime
ore dell’occupazione tedesca l’arcivescovo Monsignor Confalonieri indusse il
comando tedesco ad evitare la prevista distruzione di importanti
monumenti cittadini, di edifici di rilevo e di impianti tecnologici come la
diga di Campotosto, il cui danneggiamento avrebbe causato la sommersione dei
centri abitati a valle della diga stessa, nel versante teramano L’arcivescovo
sarebbe riuscito a compiere questo "miracolo" convincendo un
ufficiale superiore dell’esercito tedesco di nazionalità austriaca, fervente e
praticante cattolico, con il quale era in confidenza già da qualche mese.
Secondo altre versioni, sarebbero stati invece i partigiani di
Arischia, guidati da Antonio D’Ascenzo, ad impedire la distruzione della
diga di Campotosto.
Gli ultimi reparti
tedeschi rimasti nell’Aquilano, non più preoccupati di mantenere buoni rapporti
con le popolazioni e interessati a sventare azioni partigiane di disturbo,
compirono anche cruente azioni di rappresaglia delle quali furono
esclusivamente vittime dei civili inermi. Alle spietate azioni di tali reparti
di retroguardia vanno attribuiti i massacri di Filetto e di Onna,
che avvennero quasi contemporaneamente.
L’eccidio
di Filetto
Il 7 giugno
1944 la piccola guarnigione tedesca di base a Filetto (un paesino di montagna a
pochi chilometri dall’Aquila), in vista della ritirata, era intenta a vendere
ai civili alcuni oggetti trafugati in precedenza in altri paesi. In questo contesto, un abitante, non avendo ottenuto di poter
acquistare una macchina da scrivere (venduta invece ad un compaesano), avrebbe
invitato alcuni partigiani nascosti nelle vicinanze ad intervenire con
un’azione di guerriglia contro i tedeschi.
I
partigiani, ritenendo opportuno accogliere quella richiesta, portarono a segno
un attacco a fuoco che uccise un soldato tedesco, ma il maresciallo che
comandava la guarnigione e che aveva in qualche modo legato con la popolazione
locale nel periodo dell’occupazione, riuscì a fuggire su una moto dirigendosi a
tutta velocità verso Paganica (dove nel Palazzo Dragonetti aveva sede il suo
comando) per chiedere rinforzi e far fronte all’attacco.
Tuttavia al
suo arrivo non trovò più il suo Comando, già in ritirata verso il Nord, ma una
compagnia di alpini tedeschi. Egli - sorpreso e
cosciente delle tragiche conseguenze per l’amica popolazione di Filetto -
avrebbe voluto celare la ragione del suo precipitoso arrivo, ma fu costretto a dare notizia dell’attacco partigiano in
corso. Le truppe tedesche intervennero quindi con immediatezza ed iniziarono a
rastrellare tutti i filettesi di sesso maschile per applicare la legge di
guerra della rappresaglia.
Nel momento
in cui i soldati stavano prelevando l’anziano Antonio Palumbo - delegato
podestarile in Filetto - il citato maresciallo tedesco
intervenne affinché i commilitoni lo risparmiassero, essendosi il Palumbo
comportato sempre amichevolmente verso la guarnigione. Ebbene, senza il minimo
scrupolo, vennero fucilati sia il Palumbo sia il
maresciallo.
I tedeschi
proseguirono quindi il rastrellamento e, radunati 16 uomini nell’aia di
Filetto, dove attualmente si erge il monumento alla
memoria, li fucilarono. Il diciassettesimo prelevato (Mariano Morelli), ferito
in più punti, si salvò col fingersi morto fra i cadaveri dei compaesani
trucidati.
Da molte
testimonianze, emerge che al rastrellamento e al conseguente eccidio abbiano partecipato anche alcuni fascisti di Paganica,
spinti da uno spirito di vendetta per un episodio di poco antecedente. Qualche
settimana prima, infatti, i partigiani avevano prelevato il
caposquadra della G.N.R. paganichese Augusto Rossi, reo - a loro avviso - di
aver segnalato e fatto catturare alcuni prigionieri inglesi e, condottolo nei
pressi del lago del Fugno di Filetto, lo avevano trucidato.
Tra i primi
a giungere in paese dopo la strage furono lo studente
in medicina Mario Cerutti e il dottor Attilio Cerone, prelevati a Paganica
intorno alle tre di notte da un sergente di nome August e da lui trasportati a
Filetto in sidecar, per curare il ferito Mariano Morelli scampato all’eccidio. Quando arrivarono, uno spettacolo orribile si presentò ai
loro occhi : donne scapigliate che urlavano dal dolore, gente rimasta a
guardare sbigottita, e un forte olezzo di cadaveri bruciati sparso nell’aria.
Il superstite della strage, ferito in più punti, fu condotto nell’ambulatorio
di Cerone sulla stessa motocarrozzetta e riuscì a salvarsi.
Dal 1969 ad oggi, si prolunga nel paese una netta spaccatura fra
"perdonisti" e "non perdonisti" rispetto alle
responsabilità del capitano Mathias Defregger, l’ufficiale che avrebbe ordinato
l’esecuzione della strage. La recente morte di Defregger, divenuto
dopo la guerra vescovo ausiliario di Monaco di Baviera, aiuterà forse ad
attutire le polemiche, ma non certo a cancellare la memoria di quell’eccidio.
Ci è sembrata in proposito molto interessante la proposta
fatta alcuni anni fa da un nostro intervistato, il delegato Giovanni Altobelli,
di dedicare a ciascun martire dell’eccidio una strada del paese, affinché
l’evento venga ricordato dalle generazioni future.
L’eccidio
di Onna
Il
pomeriggio dell’11 giugno ‘44 alcuni soldati tedeschi provenienti dalla strada
di Monticchio si diressero verso il centro di Onna,
rastrellarono un gruppo di onnesi intenti a giocare a bocce (si trattava tra
l’altro di un giorno festivo) e li raggrupparono nella contrada Parisse,
rilasciando quasi subito gli uomini più anziani e trattenendo i più giovani.
I familiari
dei sequestrati, ritenendo che l’imminente rappresaglia fosse in rapporto con
una colluttazione avvenuta qualche giorno prima (il 2 giugno) fra un
maresciallo tedesco ed un paesano nel corso di una requisizione di bestiame, presero con la forza la madre ed la sorella di costui,
consegnandole ai tedeschi quale contropartita per la liberazione degli ostaggi.
Ma i tedeschi, di diverso avviso, introdussero anche le due donne
presso la casa di Biagio Ludovici, allontanarono i congiunti con modi brutali,
fecero fuoco su tutti e fecero infine brillare delle mine, provocando il crollo
dell’edificio sulle 16 vittime. Infine la soldataglia sghignazzante,
prima di andare via, dette alle fiamme altre quattro abitazioni di presunti
partigiani.
Poco prima
dell’alba, verso le 4,30, gli abitanti si avvicinarono alla casa della strage,
scoprendovi i loro parenti e compaesani sfigurati dai colpi e dallo scoppio. I
morti, riportati alla luce, furono ricomposti in 16 bare e recati al cimitero
di Paganica su carri trainati da buoi.
Anche nel
caso di Onna, si parla insistentemente della presenza
di fascisti a fianco dei tedeschi autori della strage. Sottolineando
le responsabilità dei fascisti, qualcuno fa notare che il 9 giugno i guastatori
tedeschi avevano già distrutto la cabina elettrica, il che rappresentava in
genere l’atto conclusivo della ritirata. Ciò farebbe addirittura pensare che l’11 non ci fossero più tedeschi circolanti in zona e che
quindi la strage fu compiuta solo da fascisti (in parte mascherati da tedeschi)
per motivi politici e per vecchi rancori personali.
La
drammatica parentesi dei guastatori e dei due eccidi di Filetto e Onna non fu
altro, comunque, che il culmine di una politica di
terrore già da tempo messa in atto dai tedeschi, i quali erano perfettamente
coscienti dell’incalzare degli Alleati e della necessità di una rapida
ritirata.
Infatti, nel massimo momento di difficoltà, l’apparato nazista
tentò di mantenere vivo il proprio potere terrorizzando la popolazione civile
anche con continue scorribande notturne, con grida, spari e sortite di mezzi
meccanici.
Il 31
dicembre ‘44 verranno peraltro resi noti i nomi di
altre vittime della soldataglia tedesca, soppresse proprio in quegli ultimi
giorni di occupazione :
- Alfredo De Angelis, patriota romano detenuto nelle carceri
militari tedesche (nei pressi di Collemaggio) e trucidato nelle vicinanze
dell’Aquila il 22 maggio alle ore 16.30; seppellito nel cimitero comunale nella
zona H. n°122 ;
- Mario Celio, nato il giorno 21 gennaio 1921, patriota
condannato a morte dal tribunale militare tedesco, fucilato al poligono
dell’Aquila il 31 maggio 1944; seppellito nel cimitero comunale nella zona H.
n°200 ;
- Marco Fioravanti, patriota detenuto nelle carceri dell’Aquila
(reparto tedesco), fucilato al poligono il 3 giugno 1944; seppellito nel
cimitero comunale nella zona H. n°203 ;
- Panto N.
Cemovic, patriota jugoslavo di 21 anni, studente in
medicina, prigioniero di guerra e trucidato da carristi tedeschi nelle
vicinanze di Collemaggio il 1° giugno 1944 alle ore 16.30; sepolto nel cimitero
comunale nella zona H. n°202.
La notte fra
il 10 e l’11 giugno ‘44 furono inoltre fucilati dai tedeschi presso il cimitero
di Arischia, Renato Berardinucci e Vermondo Di
Federico, due partigiani originari di Picciano (Pescara) e catturati nei pressi
di S.Pio delle Camere.
Intorno alle
17.30 del 13 giugno ’44, tra il delirio di una folla festante, una piccola
pattuglia di motociclisti del Corpo Italiano di
Liberazione (accompagnati da un sottufficiale australiano) faceva finalmente il
suo ingresso in città.
Dopo pochi
giorni giungevano anche le prime truppe Alleate, cui era aggregato un
battaglione di Bersaglieri italiani, il primo nucleo di soldati regolari
riconosciuto dagli Alleati, che aveva gloriosamente combattuto nella battaglia
di Montelungo sul fronte di Cassino.
Non appena
presero possesso delle Casermette, sede di magazzini in cui in precedenza i
tedeschi avevano riposto parte del loro bottino di guerra, gli Alleati ne
spalancarono le porte affinché i civili avessero la possibilità di usufruire
pienamente di quei beni che erano stati loro sottratti. Ognuno cercò di portar
via quanta più roba fosse possibile, ma in particolar
modo si tentò di recuperare coperte, lenzuola e biancheria.
Nei giorni
successivi, il Comitato di Liberazione (C.L.N.) dell’Aquila organizzò un minimo
di servizio d’ordine, come la vigilanza degli acquedotti, la disciplina delle
file per l’approvvigionamento, il trasporto dei rifornimenti alimentari. E il
settimanale democristiano "Il Risveglio d’Abruzzo", in
occasione dell’anniversario (13 giugno ’45), scrisse
in proposito: "Fu questo il primo C.L.N. che sul fronte dell’ VIII
Armata gli ufficiali dell’ A.M.G. trovarono in funzione con la sua modesta ma
efficiente organizzazione."
Se da una
parte la fuga dei tedeschi avrebbe dovuto procurare un certo sollievo nello
stato d’animo generale, dall’altra fece sì che in quei giorni caotici
l’atmosfera in città divenisse sempre più tesa: si consumò
infatti, sebbene senza gravi spargimenti di sangue, una serie di
vendette contro i fascisti, che erano ricercati ovunque, e contro chiunque
avesse collaborato con i tedeschi.
Moltissime
furono le accuse mosse da anonimi nei confronti di persone resesi
presumibilmente colpevoli di collaborazionismo, o che avessero aderito al
passato regime, o che avessero praticato la borsa
nera, oppure ancora che detenessero illegalmente delle armi.
In alcuni
centri minori si dovette assistere ad alcuni atti dimostrativi da parte di elementi che volevano apparire membri delle formazioni
partigiane per arrogarsi, appunto, il diritto di vendicare qualche remoto abuso
subito da parte di ex-fascisti.
Nel corso di
uno dei tanti spiacevoli episodi verificatisi, il 5 luglio ‘44, perse la vita dilaniato da una bomba a mano Ugo De Paolis, padre
dell’attuale consigliere provinciale e delegato del Sindaco in Paganica, il
quale nacque qualche mese dopo la morte del padre e ne assunse il nome.
Molti di
questi atti passarono però ingiudicati per effetto del Decreto Legislativo
Luogotenenziale n.194 del 12 aprile 1945, che nel suo unico articolo sanciva la
non punibilità delle azioni di guerra compiute dai patrioti nell’Italia
occupata : "Sono considerate azioni di guerra,
e pertanto non punibili a termini delle leggi comuni, gli atti di sabotaggio,
le requisizioni, e ogni altra operazione compiuta dai patrioti per la necessità
di lotta contro i tedeschi e i fascisti nel periodo dell’occupazione nemica.
Questa disposizione si applica tanto ai patrioti inquadrati nelle formazioni
militari riconosciute da Comitati di Liberazione Nazionale, quanto agli altri
cittadini che li abbiano aiutati o abbiano, per loro ordine, in qualsiasi modo
concorso nelle operazioni per assicurarne la riuscita."
E mentre "il gioco si era invertito", altri
guai arrivarono con l’arrivo degli stessi Alleati vincitori, i quali presero a
comportarsi più da padroni che da "liberatori".
Nella
persona del capitano americano Ciliberti, essi assunsero il pieno controllo
dell’amministrazione comunale ed occuparono molti edifici per le loro esigenze:
la vita tornò gradualmente alla normalità., mentre
presso il Grande Albergo cominciarono le feste di ballo che in qualche modo
simboleggiavano l’instaurarsi di un nuovo clima di relativa tranquillità e
spensieratezza.
Racconta
Elena Cardigno : " Al grande albergo
iniziarono le feste da ballo. Scoprii, con rabbia ed amarezza, che molti
cittadini, mutando improvvisamente idee e comportamenti, sgomitavano per essere
invitati a quelle feste ove sfoggiavano un inglese imparato
velocemente per essere pronti verso i nuovi padroni (e per rifarsi una
verginità politica). Ho sempre ritenuto che, pur essendo dal lato dei perdenti,
si doveva dimostrare la propria dignità di italiani,
così come hanno fatto altri popoli che hanno perduto la guerra."
Naturalmente
non mancò chi, per ottenere vantaggi da parte degli Alleati si abbandonò ad uno
spudorato trasformismo per cui chi aveva indossato la
camicia nera non esitò ad iscriversi al partito comunista e ad altri partiti
democratici. Ma era la legge della sopravvivenza.
Tra inglesi
e americani non correva buon sangue, non c’era una
grande intesa, ma la loro baldanza ricadeva sempre sui civili, coinvolti in
risse e scazzottate, specie nelle sale da ballo e nei locali pubblici, ove era
più facile che gli animi si scaldassero.
Nel
frattempo, erano sopraggiunti in città numerosi sfollati provenienti da città e
paesi bombardati, e l’ospedale San Salvatore era
sovraffollato di malati e di feriti. Alto era il numero di bambini ricoverati
per lesioni più o meno gravi procurate loro da bombe a
mano o mine rimaste abbandonate nei campi ed all’interno dei paesi.
A questo proposito, il giornalista Amedeo Esposito ci ha
raccontato che dopo la partenza dei tedeschi, numerosi dipendenti dell’ospedale
(tra cui diversi in camice bianco) prelevarono da piazza del Teatro un
generatore elettrico montato su un carretto per trasportarlo presso il
nosocomio. Mentre spingevano il mezzo sulla salitella che porta in via Veneto, una donna si avvicinò ad un medico, lo prese da
parte e gli disse in aquilano : "Tu assignuria, no : perché le mani tè
servono pe’ quiji poeri quatrani che revengono dalla guerra." Quel
medico era il primario di chirurgia, professor Paride Stefanini.
Il materiale
a disposizione delle strutture sanitarie e assistenziali
era piuttosto scarso, tuttavia ben presto si poté usufruire degli aiuti degli
Alleati, che cominciarono a distribuire non soltanto medicinali ma anche generi
alimentari come pane bianco, carne in scatola, farina di piselli. Si conobbero le chewing-gum e si rividero la cioccolata e il vero caffè,
fino ad allora sostituito da surrogati fatti con foglie di cicoria essiccate o
con una polvere di ceci abbrustoliti.
Benchè
scarseggiasse il sapone (fino ad allora realizzato in
casa con grasso animale e soda), col primo DDT che permise di annientare i
parassiti, tornava anche la pulizia.
Mancavano
però ancora molte cose, come zucchero, sale ed altro: addirittura il sale
continuava ad essere utilizzato come merce di scambio con altri generi
necessari.
Inoltre, nonostante l’arrivo degli Alleati, permaneva una
carestia di base, dovuta soprattutto al forte prelievo di generi alimentari
compiuto dai tedeschi durante i mesi dell’occupazione.
I generi
alimentari continuavano dunque ad essere razionati, lasciando intatto il
sistema delle tessere annonarie e quello (parallelo) del mercato nero. A testimonianza
che quest’ultimo fenomeno si protrasse anche dopo la fine del conflitto
nell’Italia centro-meridionale, riportiamo la grave accusa mossa dal quotidiano
aquilano "Risorgere" all’amministrazione cittadina in un
articolo di Ettore D’Onofrio del 3 dicembre 1944 :
"Sotto gli occhi dei tutori della legge gli speculatori, per nulla
molestati, fanno a gara per praticare il prezzo più alto. In certe salumerie
del centro si affettano, per i delicati palati dei ricchi, odorosi prosciutti
sottratti a chissà quale ammasso, al modico prezzo di lire 800 al chilogrammo,
e si vende burro fragrante a lire 650. (...) Tutti conoscono spacci che vendono
merce precedentemente imboscata alle famiglie
facoltose e arricchitesi illecitamente, mentre gli operai e gli impiegati a
reddito fisso non possono neanche acquistare i dadi per condire la minestra.
(...) Dopo il 13 giugno sono state strombazzate in tutti i toni
le libertà democratiche, ma abbiamo solo sperimentato che queste libertà
democratiche concedono ai ricchi di vivere con la consueta agiatezza, mentre
agli impiegati e agli operai è concessa solo la libertà di morire di fame.
Purtroppo, a
causa di un’alimentazione da anni insufficiente, molti
ragazzi in questo periodo si ammalarono di tubercolosi, mentre le carenze
nutrizionali (causa anche del rachitismo) furono avvertite da tutti i ragazzi
in crescita, facendo sentire i loro effetti specialmente sugli adolescenti.
Ciò che
faceva da contraltare alle grosse difficoltà del momento
era soprattutto il ritorno della pace, una pace irreale, senza più bombe e
sferragliare di carri armati. Persino le scarpe di gomma degli Alleati
producevano meno rumore di quelle tedesche, che erano munite di una suola
chiodata.
Inoltre un
motivo di immensa gioia, per quanto unito a commozione,
era il continuo ritorno dei reduci nei vari paesi dell’Aquilano: uomini
magrissimi, pallidi, irriconoscibili, segnati da anni di guerra e di prigionia
si scioglievano in pianti liberatori o restavano lungamente abbracciati alle
madri unendosi a loro in un pianto di felicità e dolore insieme.
I militari
italiani sopravvissuti al conflitto e alla prigionia, dopo aver riabbracciato i
propri cari, riprendevano i posti di lavoro lasciati anni prima. Si prospettò
così nell’immediato il fantasma di una lunga disoccupazione per coloro -
soprattutto donne - che li avevano sostituiti durante la guerra, e al riguardo
non mancarono pregiudizi ed ingiustizie.
E’
sintomatico, ad esempio, che nella nostra zona fin dal 6 settembre ‘44 una ordinanza del prefetto Aria disponesse che, per ordine
del comando alleato, non si dovessero più assumere donne per lavori burocratici
d’ufficio. Qualora per un determinato Ente lavorassero già più di dieci donne,
se ne sarebbero dovute licenziare due ogni dieci,
soprattutto quelle che non necessitavano strettamente del sostegno economico
fornito dall’attività lavorativa. Al loro posto si sarebbero dovuti assumere
degli uomini, con preferenza per coloro che potessero
vantare benemerenze patriottiche.
Con la normalizzazione e con l’epurazione, anche la scuola tornava
a lavorare all’educazione dei giovani. Appena dopo la liberazione
il nuovo provveditore agli studi Antonio Silveri, fu incaricato
dall’ufficio regionale per l’Educazione del Comando Alleato di occuparsi della
riorganizzazione del servizio scolastico. Scrive il Provveditore: " Dopo
un ventennio di asservimento politico e di
infatuazione imperialistica, la scuola, alimentata dallo spirito dei Classici
della nostra pedagogia, dai grandi del nostro Risorgimento, sarà ancora una
volta presidio di valori umani, dispensiera di concreto sapere, fucina di
consapevole libertà, formatrice del carattere. Dalla nuova scuola nascerà il
nuovo popolo italiano, che dagli errori e dalle sconfitte del passato trarrà il
monito e l’incitamento per la rinascita di domani...".
LA FINE DEL CONFLITTO
"Suor Maria Xavier dissotterrò un
bambino di nove anni
la cui voce chiedeva :
"per cortesia, aiuto".
Il bambino appena dissotterrato disse
cortesemente :"grazie vivissime".
Quindi morì nelle braccia
della suora."
(Virgilio Lilli, primo giornalista
occidentale a recarsi a Hiroshima).
La ritirata
dei tedeschi verso il nord fu molto rapida, e dopo il giugno ’44 la guerra in
Italia si spostò sulla linea "Gotica", sufficientemente lontana da noi
per subirne ulteriori riflessi.
Gli anglo-americani, coscienti di avere la
popolazione amica e quindi di non dover temere spiacevoli sorprese, forti anche
dell’andamento positivo delle azioni belliche, non imposero il coprifuoco e non
oppressero in nessun modo i residenti, stanchi della guerra ed anelanti alla
pace. L’ansiosa attesa del rientro dei combattenti italiani ancora lontani o in
prigionia ed il ritorno graduale alla vita operativa contribuivano
inoltre lentamente a mettere a tacere i rancori legati al passato ed a
riprendere fiducia nell’avvenire.
Nella
sventura della guerra, fu senz’altro una fortuna che nelle nostre zone si sia potuto chiudere il luttuoso capitolo della seconda
guerra mondiale in anticipo di circa un anno sul resto dell’Italia e
dell’Europa, ancora avvolte dal turbine bellico.
Si dovette
attendere il 28 aprile del 1945 per conoscere la fine delle ostilità su tutto
il territorio nazionale, allorché Mussolini fu arrestato e giustiziato, e si
offrì il macabro spettacolo della sua morte in piazzale Loreto a Milano.
Successivamente, il suicidio di Hitler il 30 aprile ‘45 a
Berlino, e l’incontro delle truppe alleate e russe nella stessa capitale
tedesca suggellò la fine del conflitto in Europa.
L’8 maggio
‘45 a seguito della vittoria alleata sulla Germania,
la Prefettura dell’Aquila dispose che gli edifici pubblici venissero
imbandierati e che i giorni 8 e 9 venissero considerati festività nazionali con
l’esonero dal lavoro di tutti i pubblici dipendenti (ad eccezione degli ospedalieri
e degli addetti ai rifornimenti alimentari).
Il lancio
delle due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki rispettivamente il 6 ed il 9
agosto 1945 fiaccò infine le resistenze dei
Giapponesi, e permise di ottenerne la resa incondizionata.
Così, il 1° settembre
1945 l’immane conflitto mondiale ebbe termine, a sei anni esatti dall’inizio
delle ostilità.
Alcuni esempi di ricerca sul campo :
informazioni attinte in venti
centri minori
del territorio della
provincia
Cagnano Amiterno
Molti
abitanti del paese, iscritti per necessità al Partito Nazionale Fascista,
trovarono impiego presso la miniera di lignite della frazione di S. Cosimo: l’intervistato Cosimo Ruggeri, come molti
altri operai impiegati in tale miniera, fu dispensato dal partecipare alla
guerra in Sicilia, ma obbligato ad un certo periodo di servizio militare presso
il Comando generale della Milizia Fascista a Roma, usufruendo peraltro di
privilegi particolari (uso gratuito dei mezzi pubblici e razioni giornaliere di
pane maggiorate rispetto a quelle comunemente elargite).
Anche da Cagnano vi fu tuttavia chi fu costretto ad andare a
combattere sui vari fronti bellici, come i due giovani morti sul fronte russo
la cui scomparsa fu appresa in paese tramite uno dei rari apparecchi
radiofonici.
Dopo l’8 settembre, i tedeschi si fermarono nella località di San
Giovanni, occupando per oltre un anno il cementificio.
Si
dedicarono inizialmente soprattutto alla ricattura degli ex-prigionieri di
guerra, obbligando alcuni civili a far loro da guide e controllando le
abitazioni dell’intero comune, anche travestiti da prigionieri alleati.
Alcuni
prigionieri giunsero in condizioni penose presso la Piana di Cascina e furono
riforniti di cibo e scarpe da parte dei civili. Per impedire che si portasse loro aiuto, i tedeschi effettuarono delle
sporadiche ed improvvise incursioni in paese. Quando ciò si
verificava, prima ancora che le motociclette tedesche facessero il loro
ingresso nel centro abitato, il parroco di Termine di Cagnano don Pietro
Marrelli suonava le campane a festa, così che tutti fossero informati per tempo
del pericolo imminente e i prigionieri potessero rapidamente dileguarsi sulle
montagne circostanti..
Le ricerche
dei tedeschi non risparmiavano neanche stalle e fienili: i nazisti, per accertarsi
che nessuno fosse nascosto sotto la paglia, si munivano di lunghi ed appuntiti
forconi, con i quali setacciavano anche in profondità.
E’
interessante anche ricordare che, durante il mese di gennaio del 1944, alcuni
paracadutisti americani si lanciarono in prossimità di Colle Mannelli, una
piccola località presso Cascina, per effettuare il
recupero dei loro P.O.W. (Prisoners of War) e una decina di essi si fermarono
per alcuni giorni in un casale abbandonato, presso il quale furono riforniti
dalla gente della Piana.
Un curioso
particolare riguarda la figura di un paracadutista italo-americano che svolse
in quella operazione il ruolo di interprete, e nel
quale - a detta dell’intervistato Luigi Raparelli - la gente della piana di
Cascina riconobbe qualche anno dopo il tanto famoso Mike Bongiorno !
La notizia
della discesa dei paracadutisti americani scatenò la vigilanza tedesca e il
rombo delle motociclette risuonò nella piana per un’intera notte. Prima di
riprendere la via di casa, in segno di riconoscenza i Prisoners of War consegnavano a chi li aveva accolti una testimonianza del
loro passaggio, che alla fine della guerra valse un premio ai coraggiosi
paesani.
Sempre nella
zona di Cagnano, con particolare riferimento alla frazione di Termine, era attivo
un piccolo gruppo di partigiani capeggiato da Pasquale e Vincenzo Mancini.
Nell’inverno del ‘43 lo sparuto gruppetto, accresciuto di tre unità, progettò
di attaccare la caserma dei Carabinieri per impadronirsi delle armi, ma dovette
poi rinunciare in seguito al clamore suscitato in febbraio da un fallito
attentato ad alcuni fascisti di Torre, conclusosi
peraltro senza successo. Anzi, i fascisti invocarono
l’intervento in paese dei tedeschi, i quali catturarono quattro uomini (gli
stessi Pasquale e Vincenzo Mancini, Giulio Manueti e Damiano Grimaldi)
conducendoli presso il comando di Pizzoli, dove furono interrogati e poi
rilasciati grazie all’amicizia del comandante tedesco con un fratello del
Grimaldi.
Per quanto
riguarda la guerra aerea, ci riferiscono che quando i cieli di Cagnano erano
solcati dai velivoli, gli abitanti del paese si rifugiavano
in buche larghe cinquanta centimetri e profonde un metro e mezzo, anche quando
gli apparecchi avevano insegne italiane e si limitavano a lanciare manifestini propagandistici.
Un triste
episodio è quello riguardante tal Carosi di
Capitignano, rimasto incautamente all’interno di un autocorriera nel corso di
una incursione aerea: proprio in quello che egli reputava il rifugio più sicuro
trovò la morte a causa di una bomba.
Durante la
ritirata, diverse compagnie tedesche attraversarono la Piana di Cascina dirette
a Borbona ed Ascoli Piceno, per cui nei paesi vicini a
Cagnano quei giorni furono contraddistinti da un caotico assembramento di armi,
camion, soldati e bestie.
Nel corso
del ripiegamento tedesco gli abitanti di Cascina e di Termine fecero tesoro dei
suggerimenti di un maggiore tedesco di stanza a Pizzoli, che per tempo informò
i paesani di nascondere, per quanto fosse possibile,
gli animali da soma e di rimanere nelle proprie abitazioni. Proprio in questa
circostanza, infatti, le ruberie raggiunsero l’apice e gli abitanti del paese
cercarono di difendere alla meglio i loro ultimi pochi averi. Interessante è
l’aneddoto di una ragazza che ingegnosamente nascose la biancheria del proprio
corredo in una stanza la cui porta fu poi murata e
quindi annerita come il resto delle pareti dell’abitazione.
L’ultima
violenza consumata nel clima della ritirata tedesca fu quella che portò alla
distruzione del ponte della Madonna del Bisogno.
Fossatillo (Cagnano)
Aiuti in
vitto e alloggio a prigionieri alleati fuggitivi fu
fornito in località Fossatillo particolarmente dalle famiglie di Luigi e
Berardino Di Donato, e di Francesco Di Paola.
Racconta la
signora Nunziata Di Paola: "La prima volta che vidi i tedeschi ebbi
molta paura. Dopo aver accerchiato il paese, sono entrati prepotentemente nelle
nostre case, in piena notte, per controllare se vi si nascondesse qualche
anglo-americano. I miei genitori possedevano l’unico negozio di
alimentari della zona: era pertanto strettamente controllato dalle
truppe naziste, che vigilavano affinché nessuno portasse via più di quanto gli
spettasse. Il comune infatti aveva consegnato ad ogni
famiglia una tessera, in cui la quantità di cibo indicata era proporzionale al
numero di componenti. In media spettavano 2 kg di pasta, 2 kg di farina, mezzo
chilo di zucchero e mezzo di olio: tutto questo veniva
consegnato una sola volta al mese. Il mio compito era quello di staccare i
bollini alle tessere per poi riconsegnarli al comune da me controfirmati, in
modo da garantire la regolarità delle distribuzioni. Anche se qui in paese non
vi è stata nessuna esecuzione, abbiamo vissuto
ugualmente momenti di forte paura. Dietro il negozio c’era un folto pergolato;
lì i tedeschi avevano sistemato dei carichi di bombe, per nasconderli alle
perlustrazioni aeree americane. Nessuno sapeva che si trattava di una
sistemazione provvisoria, e si vissero alcune ore di grande angoscia,
nella convinzione che i nazisti volessero far saltare tutto in aria. Ancor più
curiosa fu la vicenda accorsa a Geremia Luciani. Un giorno, mentre parlavo con
mia madre fuori del portone di casa, all’improvviso vidi Geremia fuggire con
indosso una divisa inglese, inseguito da tre soldati tedeschi. Il poverello
s’infilò dentro casa sua: sinceramente pensavo che non l’avremmo rivisto più,
ma una speranza si riaccese quando notai che i tre soldati si allontanavano
senza di lui. In un secondo momento ascoltai il racconto dello
stesso Geremia, il quale narrò di aver trovato una bella uniforme nuova,
e di aver voluto provarla. Resosi conto troppo tardi
dell’errore che aveva commesso, trovò rifugio nella canna fumaria del camino,
ove restò piuttosto a lungo. L’unico scontro armato si ebbe tra un accanito
oppositore del Fascio, Teseo D. P., e un repubblichino, Sante L.. Il primo,
approfittando del forte scompiglio provocato dalla ritirata tedesca lanciò, per
rancori personali, una bomba a mano contro l’altro. Sante fu ferito, ma non
gravemente.
Ricordo che, dopo la fine della guerra, cominciarono a tornare i
primi reduci, esausti per le centinaia di chilometri percorsi a piedi. Tutti i paesani si
facevano loro incontro suonando e ballando, e molte furono le feste organizzate
in loro onore."
Calascio
Come per la
maggior parte dei centri minori della provincia, per Calascio non è mai passato
un vero e proprio fronte: tuttavia successivamente
all’8 settembre ‘43 si registrò la presenza di un consistente distaccamento
militare tedesco, costituito all’incirca da una cinquantina di soldati.
Questi
provvidero quasi immediatamente a sospendere l’erogazione della corrente
elettrica, attraverso l’abbattimento dei tralicci e ad interrompere, con lo
stesso procedimento, la linea del telegrafo. Vennero
inoltre sequestrati tutti gli apparecchi radio, tranne quello in possesso della
famiglia degli intervistati Silvio e Rosina Zara.
I tedeschi
risiedevano presso il convento dei frati francescani (corrisponde all’odierno
convento dei Gesuiti, che nel dopoguerra fu adibito, in parte, a scuola
elementare).
Lo scopo
primario dei nazisti giunti in paese era quello di creare una linea di difesa
(un segmento della linea fortificata "Hitler", che passava tra
Calascio e Castelvecchio) per realizzare la quale reclutarono
civili coi quali integrare la propria manodopera. Il lavoro obbligatorio veniva svolto sotto scorta tedesca e persino il parroco, don
Giovanni Gianlonardo, fu costretto a lavorare per alcuni giorni.
I lavori di
fortificazione erano eseguiti per lo più sul colle Cocozzo, antistante il
paese: qui veniva scavata una lunga e profonda
trincea, protetta nella parte frontale da un reticolato costituito da rotoli di
filo spinato stesi tra paletti metallici piantati ogni quindici metri (ancora
oggi è possibile scorgere sul versante nascosto del paese le buche che
ospitavano i paletti).
Nonostante la nutrita presenza tedesca, alcuni
prigionieri di guerra anglo-americani provenienti dall’Aquila e da Sulmona
ebbero la possibilità di nascondersi nelle abitazioni dei civili, altri nelle
grotte in campagne, altri ancora nelle case disabitate del paese vecchio, Rocca
Calascio.
Cominciò
così una serie di rastrellamenti del paese da parte dei
nazisti, allo scopo di impedirne quantomeno la fuga. Le pattuglie, muovendosi
anche sugli sci, effettuavano i loro controlli anche
la sera, all’incirca verso le nove, quando cioè nessuno si sarebbe dovuto più
allontanare dalle abitazioni senza giustificati motivi.
Le
disposizioni al riguardo erano tuttavia solo orali, ed
in ogni caso abbastanza flessibili. Nel "dopolavoro" del paese,
infatti, tutti i giovani erano soliti riunirsi, dopo l’ora di cena, per giocare
(a passatella e a morra), bere e divertirsi in compagnia. Il 4 marzo ‘44,
proprio presso questo dopolavoro, sopraggiunsero improvvisamente a bordo di un
camion (che fu lasciato col motore acceso lungo la strada provinciale che
attraversa il paese) alcuni soldati tedeschi armati, che seminarono il panico
tra i presenti.
Alcuni
giovani fuggirono lungo la suddetta strada, ma due ragazzi (Manfredo Rubeis e
Giorgio Gentile) furono raggiunti da alcune raffiche di mitra: probabilmente
furono scambiati per inglesi o americani, della cui presenza
i nazisti erano stati quasi certamente informati da alcuni
collaborazionisti locali.
Un altro
giovane, Nunzio Gentile, ebbe il cappello trapassato da un colpo e anche la
madre di Giorgio Gentile, sopraggiunta per soccorrere il figlio, rischiò di venire colpita. Il numero delle vittime avrebbe potuto
essere più alto se, alcuni minuti prima dell’irruzione tedesca, parte dei presenti non si fosse avviata verso casa. Fra
questi, c’era lo stesso intervistato, il signor Silvio Zara, assieme ad un
certo Romeo, personaggio piuttosto ambiguo nella trama di questa breve storia
di Calascio: costui infatti, conoscendo discretamente
il tedesco, senza tanti scrupoli mercanteggiava utili "soffiate" in
cambio di qualche favore.
Altra figura
molto ambigua, a detta dei testimoni, era quella di Aladino
Moscardelli, un uomo che aveva organizzato un vero e proprio commercio di
informazioni sia per i tedeschi che per gli inglesi: un doppio gioco che gli
fruttò notevoli vantaggi per un certo tempo, ma che probabilmente più avanti
gli costò la vita. Si dice infatti che fu impiccato
nella provincia di Pescara, vicino Penne.
Sempre la
sera del 4 marzo altri ebbero salva la vita in quanto,
con non poco coraggio, si gettarono al di là del parapetto del belvedere che
costeggia la strada provinciale, e per un caso fortuito alcuni cumuli di neve
non ancora disciolti ne attutirono la caduta.
In seguito a
questo episodio, poiché i tedeschi avevano
praticamente la certezza della presenza di alcuni gruppi di inglesi, venne
attuato di sorpresa un vero accerchiamento del paese: le truppe penetrarono in
Calascio da varie zone, ossia dalla parte di S. Stefano di Sessanio e da quella
di Castel del Monte. Pezzi di artiglieria vennero
inoltre piazzati appena al di fuori del centro abitato, nella zona cosiddetta
"Forcella", ai piedi del colle Cocozzo, e numerosi colpi di mortaio
vennero sparati verso Rocca Calascio. L’accerchiamento, realizzato nelle prime
ore del mattino, fu molto efficace perché quasi tutti gli inglesi e gli
americani tenuti nascosti nel paese furono catturati.
E insieme a costoro vennero arrestati anche quaranta civili che
avevano tentato, spinti dalla paura, di forzare l’accerchiamento. Legati l’uno
all’altro, questi vennero condotti a Barisciano, dove
furono fortunatamente rilasciati dopo il controllo dei loro documenti.
Certamente
qualche prigioniero sfuggì al rastrellamento, essendo riuscito ad occultarsi
particolarmente bene in grotte o stalle. Addirittura, in alcuni casi, dei
prigionieri furono tenuti nascosti dietro fascine di legna o tra cumuli di
letame e benchè feriti dai forconi che i tedeschi affondavano in ogni angolo
per snidarli, non uno si lasciò sfuggire un gemito,
tutti seppero mantenere il silenzio ed avere, in tal modo, salva la vita oltre
che salvare quella dei loro protettori.
Un gruppetto
di cinque prigionieri rifugiatisi presso la chiesa parrocchiale fu purtroppo
scoperto per colpa di uno di loro che incautamente si affacciò dal campanile.
Il
rastrellamento non risparmiò nessuna abitazione, e
anche grazie a segnalazioni di spie o ad indizi lasciati in giro dagli inglesi
(vari loro oggetti rinvenuti in alcune case), fu possibile risalire ai luoghi
in cui erano stati tenuti nascosti.
Per
rappresaglia, vennero fatti esplodere i fabbricati in
cui tali oggetti erano stati rinvenuti. Questa misura punitiva colpì due case,
una presso la chiesa di S. Antonio, appartenente a Nicola Vespa ed abitata dai
nipoti, l’altra di proprietà di Pasquale Cicciarelli, presso la piazzetta
dell’Altera. Quest’ultima non fu abbattuta del tutto: un lato di essa restò in piedi poiché una delle mine non esplose.
L’attuale proprietario della costruzione, infatti, Renzo Antonacci, afferma che
durante i lavori di ristrutturazione ha rinvenuto presso un angolo
dell’edificio, appena sotto la terra, un consistente cumulo di cenere
(probabilmente quanto era rimasto dell’ordigno).
La crudeltà
dei tedeschi era tale che essi costringevano i proprietari degli edifici ad
assistere alla loro distruzione ("...e con parecchie mine fecero
saltare tutto in aria, spargendo ogni cosa, mobili, suppellettili e le poche
provviste alimentari che avevamo raccolto...", da una dichiarazione
dell’usufruttuaria dell’abitazione in S. Antonio, Nunzia Vespa).
Dopo che gli
alleati ebbero sfondato la linea presso Cassino, furono accentuati gli attacchi
aerei contro le colonne militari tedesche, attacchi durante i quali furono
fatti esplodere numerosi automezzi. Anche il paese fu bombardato nell’intento
di colpire il convento, sede, come già è stato
ricordato, del comando nazista; fortunatamente l’attacco non fu preciso, e le
bombe colpirono i terreni prossimi al laghetto di Calascio. Solo un ordigno
esplose, mentre gli altri vennero fatte brillare
dall’ingegnere Italo Frasca, anch’egli calascino.
Anche
durante la ritirata vi furono diversi mitragliamenti
aerei contro autocolonne tedesche, con la distruzione di numerosi automezzi.
Andando via,
dopo aver avvertito la popolazione di aprire le finestre, i tedeschi fecero
saltare i pali della luce e pretesero che si consegnassero loro cibo, muli,
maiali senza ovviamente rendere nulla in cambio. In proposito, tra gli atti
comunali di Calascio, ne abbiamo rinvenuto uno in cui
il podestà notificava che l’8 giugno ‘44 i soldati tedeschi stanziati presso S.
Stefano di Sessanio, sotto la minaccia delle armi spianate, avevano requisito
forzatamente, per trasporto bagagli, cinque muli e quattro asini appartenenti a
Celestino Frasca, Nicola Intinarelli, Alessandro Gentile e Laura Di Marco.
Campotosto
Fin dal 1941
nel territorio di Campotosto i prigionieri catturati dagli Italiani venivano segregati in una zona adiacente al lago, in
prossimità della frazione di Poggio Cancelli, ai piedi di una collinetta
facilmente controllabile, ed un nutrito gruppo di prigionieri montenegrini,
costituito da circa 300 elementi, venne impiegato, sotto la dirigenza del
tecnico di Campotosto Nello Deli, nella realizzazione del progetto
"Lago". Essi costruirono in particolare quello che oggi è l’edificio sede di tutti i meccanismi di misurazione e
controllo relativi alla diga di Poggio Cancelli.
Già in
passato gli abitanti di Campotosto e delle sue frazioni avevano tentato invano
(tramite Serena, Rivera o Lopardi) di ottenere dal regime l’interruzione dei
lavori per la realizzazione del lago artificiale, ancora di dimensioni
limitate, poiché esso nella sua massima estensione avrebbe sommerso molte terre
coltivabili, nonché le cave di torba e di lignite,
creando una forte disoccupazione. Ma poiché Mussolini non poteva contrastare la
società "Terni" produttrice di armi
(interessata a fare il lago per poi sfruttare una centrale idroelettrica),
promise che il lago sarebbe stato prosciugato all’indomani della guerra.
Ora, con
l’impiego dei prigionieri di guerra, la popolazione si sentiva doppiamente
"derubata": inutile dire, infatti, che la manodopera offerta dai
prigionieri aveva un costo minore rispetto a quella locale.
I
prigionieri, provenenti tutti dalla regione dei Balcani, erano affidati al
controllo di un corpo militare con a capo l’ufficiale
tenente Gino Ponzi di Campotosto. Erano malnutriti e malvestiti e non potevano
essere avvicinati da nessuno : la domenica, ad esempio, i cattolici venivano accompagnati in chiesa e subito dopo ricondotti al
campo. Condizioni e i ritmi di lavoro erano durissimi e almeno uno dei
prigionieri morì e fu sepolto fuori dal cimitero di
Poggio Cancelli.
In seguito all’armistizio,
i prigionieri evasero, approfittando della confusione; e coloro
che vennero ospitati in paese, si prodigarono nel sostenere quelle
famiglie che la guerra aveva privato delle braccia più forti. Tra i POW giunti
in zona, vi fu anche un ufficiale medico inglese (certo Jhonny) che si rese
molto utile nella cura di alcuni abitanti.
In riferimento alla guerra aerea, va detto che il centro di
Campotosto fu mitragliato da sei aerei inglesi, provenienti dalla direzione di
Poggio Cancelli, la cui attenzione fu probabilmente attratta, come si racconta,
da un camion civile utilizzato per lavori edili, e scambiato per un mezzo
militare. La scarica di proiettili fortunatamente non provocò vittime: soltanto
la giovane Annunziata Calendrella, intenta a giocare con alcune amiche, venne ferita, e peraltro in forma lieve. Ancora oggi restano
visibili i fori delle pallottole su di un muro.
In base alle
disposizioni entrate in vigore con l’avvento della Repubblica di Salò, più
volte tedeschi e fascisti si impegnarono nel reclutare
quanti fossero idonei a prestare il servizio militare. A Campotosto venne fatto prigioniero fra gli altri Fabio Pandolfi, futuro
sindaco, poi rilasciato grazie all’intervento del parroco. Diversa sorte toccò
ad Amedeo Vertolli, preso dai fascisti, condotto
all’Aquila, costretto ad arruolarsi per non compromettere i familiari e morto
in Germania probabilmente nel corso di un bombardamento.
Minorello
Simoni sorprese invece l’intero paese per la sua abilità: catturato in casa dai
tedeschi, aveva chiesto di potersi cambiare d’abito prima
di seguirli ed era riuscito a fuggire da una finestra ed a trovare la salvezza
tra le montagne. Purtroppo il ventenne Simoni morirà in seguito allo scoppio di
una mina l’8 dicembre ‘44, durante le operazioni condotte
dalla brigata "Maiella" nei pressi di Brisighella (in
provincia di Ravenna).
Molti erano
i giovani che, in quegli anni erano soliti trovar rifugio tra i monti della
Laga ("dietro l’angolo" eppure così lontani), che i campotostani
conoscevano alla perfezione e che i tedeschi temevano.
A Campotosto
operava una piccola squadra di partigiani composta da
sette elementi, tra cui Settimio e Giovanni Ciambotti e Vincenzo Pandolfi. Ogni
membro della banda aveva un suo particolare soprannome: Vincenzo Pandolfi era
"Serpente", Giovanni Ciambotti "Giovanni Bosco", Settimio
Ciambotti "Tigre".
Il
caposquadra, tal Erminio Castelli (originario del Teramano), guidò uno scontro
diretto tra la sua formazione ed una colonna di tedeschi che, in ritirata da
Roma, attraversò la zona compresa tra i centri di Leonessa e Visso, per
proseguire quindi verso Macerata. Lo schieramento tedesco venne
bloccato per ben due ore dall’energica iniziativa partigiana, condotta con
l’impiego di mitra e fucili (il nucleo partigiano di Campotosto era ben armato:
il signor Giovanni Ciambotti narra che aveva con sé un fucile, una baionetta
nello zaino e due bombe a mano in tasca).
Successivamente i partigiani, cresciuti di numero,
costituirono due gruppi, uno composto da dodici e l’altro da sei elementi: si
trattò di una scelta strategica che avrebbe permesso di proseguire le azioni
anche nel caso in cui una delle due bande fosse stata bloccata. Ciononostante,
le precauzioni non furono sufficienti : una giovane
donna figlia del farmacista di Leonessa, in seguito a minacce, rivelò i nomi di
circa sessanta collaboratori dei partigiani; e così molti di loro, tra cui
Settimio Ciambotti, furono fucilati il 2 aprile ’44 a Villa Carmine di Leonessa
(Rieti). Molti ricordano la scena pietosa del corpo del Ciambotti riportato a
dorso d’asino dal padre fino a Campotosto.
Pur se
impossibilitati nel raggiungimento di più ambiziose iniziative, i partigiani di
Campotosto riuscirono comunque il 3 aprile ’44 a
disarmare la locale stazione dei Carabinieri. Se ne occuparono
sette partigiani, cinque dei quali circondarono l’edificio, mentre gli altri
due bussavano alla porta. Dall’interno i carabinieri presenti (tre militi, un
appuntato e un brigadiere), riconoscendo dei loro paesani, aprirono l’uscio in
buona fede e l’immediata irruzione li colse di sorpresa. Ma la delusione dei
partigiani fu grande quando dovettero constatare che i
fascisti avevano già provveduto a portar via tutte le armi disponibili. La
mattina successiva i sette si recarono alla casa del fascio, la misero a
soqquadro e ne distrussero tutto il carteggio, prima di scomparire verso il
Teramano.
I
conseguenti rastrellamenti tedeschi e fascisti portarono l’8 aprile alla
cattura nella frazione Altavilla di Montorio al Vomano (Teramo) dei partigiani
responsabili dell’azione di Campotosto, fucilandone tre, fra cui il Castelli. Giovanni Ciambotti, tradotto nelle carceri
dell’Aquila il 20 aprile ‘44 e processato ad Aquila dal Tribunale Provvisorio
Territoriale fascista, il 25 aprile fu condannato all’ergastolo, ma tornò in
libertà grazie all’evasione in massa dal carcere di S.Domenico avvenuta il 10
giugno.
Intanto,
Vincenzo Pandolfi era tornato in paese molto malato ed era stato nascosto dai
fratelli in una piccola grotta mimetizzata con dello "stabbio", ma
l’aria viziata ne aveva peggiorato le condizioni, fino
a causarne la morte.
La ritirata
dei tedeschi non causò incidenti di sorta (come sappiamo, Monsignor
Confalonieri intervenne a favore del paese affinché i guastatori nazisti non
distruggessero la diga). Solo qualche bestia "cambiò proprietario"
durante il transito delle colonne in ripiegamento dirette verso Teramo o
Amatrice.
Mascioni (Campotosto)
La sera del
5 maggio ’44, verso le 21, la guardia campestre comunale Valentino Adriani
(detto "Valente"), cinquantanovenne invalido di guerra residente a
Mascioni, venne raggiunto da
"pseudo-partigiani" reduci da una cena e da una partita a carte
presso il forno di Aquilio Aniceti. Lo steso Aniceti ricorda che quella sera i
partigiani erano sovreccitati e un po’ ubriachi e che a stento davano ascolto
ai loro stessi capi. Usciti dal locale, dopo aver lanciato delle bombe a mano
in strada per costringere la gente a starsene in casa, intimarono all’Adriani
di uscire e quando fu sull’uscio di casa lo abbatterono con alcuni colpi di
pistola. Le successive indagini porteranno all’incriminazione
dell’ex-carabiniere ciociaro Attilio Maola e di altri
cinque presunti partigiani, tutti assolti nel maggio ‘50 dalla Corte d'Assise
dell’Aquila perché il fatto fu giudicato un’azione di guerra non perseguibile
dalla giustizia.
Il signor
Aquilio Aniceti ci racconta che lo stesso ex-carabiniere Maola organizzò
qualche giorno dopo un’azione di sabotaggio ai danni dei tedeschi lungo la s.s.
80., episodio che porterà, il 17 maggio ’44, al
barbaro omicidio di Giovanni Antonelli.
Questi era
un giovane orfano di madre (morta in seguito al parto del fratello) ed aveva il
padre in precarie condizioni di salute, per cui era
stato allevato dalla nonna e viveva aiutando gli zii a custodire i cavalli.
Come ogni
giorno, era appunto nascosto con dei cavalli in un bosco adiacente la strada
statale presso Porcinaro quando assistette all’agguato teso da alcuni
partigiani, appostati anch’essi nella boscaglia, ad una motocarrozzetta tedesca
(un portaordini tedesco restò ucciso, mentre l’altro, benchè ferito, riuscì a
dare l’allarme).
Le truppe
tedesche prontamente intervenute, catturarono il partigiano slavo Blagoja
Popovic, ferito e poi impiccato a un pilone della
teleferica di Provvidenza (usata dai boscaioli per il trasporto della legna)
dove fu lasciato esposto come monito per circa una settimana.
Giovanni
Antonelli, scambiato per un altro partigiano benché fosse disarmato, fu ferito
ad una gamba, catturato dai tedeschi con l’aiuto di un cane, picchiato sulla
strada, legato ad una camionetta e trascinato fino a Mascioni, vicino a casa
sua. Qui, dopo averlo ancora picchiato, lo costrinsero ad impiccarsi ad una
ringhiera mettendosi da solo un cappio di ferro filato intorno al collo e lo lasciarono lì a titolo di tremendo monito per la
popolazione. Come se non bastasse, la sua casa fu saccheggiata della biancheria
e poi devastata dallo scoppio di alcune bombe a mano
che provocarono il crollo del pavimento. La nonna di Giovanni, Maria Silvestri,
che aveva tentato di opporsi a tanto scempio fu
picchiata col calcio dei fucili (morirà per le percosse e per il dolore di lì a
poco). Solo più tardi, alcune donne tirarono giù
Giovanni, lo rivestirono e lo ricomposero in una parte della casa ancora
integra, prima di procedere alla sua sepoltura. Durante le esequie, la nonna
recitò una sorta di nenia improvvisata: "Mancu se fussi stato, /
Giovanni mè, lu capu ladru /Prima t’hanno acciso / E
po’ t’hanno appiccato."
Riguardo a
questa vicenda, lo zio del malcapitato, Daniele Antonelli, sostiene che il giovane, persona onesta e laboriosa noto come uno dei
partigiani di Mascioni, in realtà, non fosse meritevole di questa qualifica.
Riportiamo qui di seguito la sua testimonianza :"Mi
trovavo con il gregge nascosto nel bosco per paura delle razzie dei tedeschi,
mentre mio nipote (Giovanni Antonelli) era solito rifugiarsi con i
cavalli nella macchia prossima alla s.s. 80. Sventura volle che, scoperto dai
tedeschi, quest’ultimo fosse fatto prigioniero con l’accusa di partigianeria, e
condotto a Mascioni su di un camion. Certo non immaginavo il funesto esito di
una vicenda all’apparenza banale: venni più tardi a sapere, con orrore, che mio
nipote era stato condotto nei pressi della propria abitazione, dove fu costretto
ad infilare il capo nel cappio maledetto che gli strappò la vita. Nel luogo
dell’impiccagione oggi una lapide ricorda quell’esecuzione inumana ed
insensata. Pietrificato, me ne stavo immobile nella macchia
silenziosa, che sembrava amplificare in maniera innaturale le grida ed il rombo
delle auto che provenivano dal paese. Quando un’oretta dopo giunsi a Mascioni, trovai il corpo del povero Giovanni
ancora lì, come un fantoccio abbandonato. La mia casa era stata distrutta, mia
madre picchiata con il calcio del fucile. Le bombe a mano gettate sul pavimento
della nostra abitazione avevano provocato il crollo del solaio sulla stanza
sottostante, in cui trovavano rifugio i nostri animali. Il dolore di quel
nefasto giorno non è mai sprofondato del tutto nel lago della memoria."
Da notare,
come aggiunge il signor Mario Di Tommaso, che in
seguito all’uccisione del loro soldato presso Porcinaro, i tedeschi
accerchiarono per due volte il paese, allo scopo di catturare altri partigiani
e minacciarono di attuare una rappresaglia contro dieci civili e di incendiare
il paese, ma fortunatamente gli ordini della ritirata evitarono il compimento
della strage.
Il giorno
stesso in cui venne impiccato a Mascioni Giovanni
Antonelli, i tedeschi uccisero in località Fonte Mattone un altro uomo (tale
Augusto Manili detto "Ciciu"). L’anziano si era recato col suo asino
a fare la legna, ma fu scambiato anch’esso per un
partigiano e freddato da lunga distanza con un colpo di fucile da un tiratore
tedesco.
Castel di Sangro
I tedeschi
si accantonarono a Castel di Sangro prendendo possesso di molte case, e
istituendo il loro quartier generale nella cosiddetta "Casa del
principe", al centro del paese, di fronte alla chiesa di S.Giovanni.
Diverse pattuglie furono inviate nelle campagne circostanti, e non mancarono di
sparare a vista anche su innocenti civili che tentavano di lavorare i campi.
Per timore degli occupanti, gran parte della popolazione si trasferì nella
parte alta del paese, abbandonando progressivamente il piano.
Agli inizi di ottobre l’aviazione alleata sganciò nottetempo otto bombe
attorno a Castel di Sangro, nel tentativo di colpire una grossa colonna di
automezzi tedeschi e il 1° novembre un nuovo attacco aereo colpì il palazzo del
Principe di Santobuono, sotto le cui macerie restarono 13 tedeschi.
Quasi ogni
giorno i tedeschi procedevano a rastrellamenti di uomini
(il 17 ottobre furono in 170) per utilizzarli fuori del paese in lavori di
trinceramento. Nel novembre ’43 i tedeschi cominciarono a fare razzia di ogni cosa (cibo, vestiario, biancheria, animali),
terrorizzando la popolazione.
Il 2
novembre i tedeschi dettero l’ordine di evacuazione
totale, dando appena quattro giorni di tempo alla popolazione per trasferirsi a
Sulmona.
Molte donne
e bambini, portando con loro tutto ciò che erano
riusciti a salvare, si rifugiarono nelle masserie e nei paesi vicini, altri
decisero di sfollare più lontano, persino fuori d’Abruzzo. La maggior parte
degli uomini furono invece catturati per essere
impiegati, dopo essere stati sottoposti a visita medica, nella costruzione di
nuove trincee nei pressi di Rivisondoli.
Evacuato
dagli abitanti, Castel di Sangro veniva saccheggiato
dai tedeschi e poi in tre giorni, dal 7 al 9 novembre, sistematicamente
distrutto con le mine e col fuoco.
A partire dall'11 novembre, i tedeschi iniziarono anche a distruggere
le masserie (ne incendiano una ventina), costringendo gli sfollati a cercarsi
nuovi, precari rifugi, in piena zona di guerra.
Dopo la
distruzione, il territorio comunale divenne terra di nessuno per lo scontro
delle pattuglie contrapposte : il 22 novembre un’avanguardia canadese
tentò di prendere Castel di Sangro, ma venne respinta
con forti perdite. Il paese (o quel che ne restava) fu quindi sottoposto per
due giorni a pesanti bombardamenti di artiglieria e
liberato il 24 novembre '43.
In dicembre
l’arrivo degli Alleati e la fuga dei tedeschi dal paese fu
annunciato dal un suono delle campane, anche affinché i cittadini sfollati nei
dintorni comprendessero che potevano ora riprendere possesso delle loro case,
in gran parte danneggiate dai bombardamenti.
Scrive
Pasquale Scarpitti :
" La
fiumana immensa della guerra, che ci ha colpiti nel
cuore, nella morte e in quello che avendo di più caro ci univa con piacevoli
ricordi al passato, ha lasciato incancellabili tracce dei suoi vortici. Del
passato non restano che cumuli di rovine, camini abbarbicati su qualche
pietraia, ossessionati nel loro negro colore, e infiniti stendardi asimmetrici,
stalagmiti erette dalla furia tedesca, mozziconi di muri e di colonne che la
civiltà alemanna passando ha voluto edificarvi. Castello giace in silenzio. Sul
suo corpo derelitto il piombo tedesco si è accanito per sette mesi di fronte, e
le terribili mine hanno squarciato le case, le raffiche rabbiose hanno
infierito contro un morto, recidendo sulla sua tomba molti fiori. (...) Poi il
fronte si spostò al nord, togliendoci il sudario sul quale rimasero impresse le
sofferenze di prima linea, dove la fame e la neve ci furono compagne, la morte
e l’angoscia amiche generose. Alle truppe della vittoria apparve l’ossario
insepolto di Pietransieri, l’eccidio di 200 persone... Questo
sangue grida dall’immensità cupa della tomba: è stato vano il sacrificio? La
speranza e la volontà che ci sorressero moriranno con noi inascoltate? "
L’AQUILA - Arischia
Sin dal 23
settembre ’43 nel paese si costituì un gruppo di partigiani, costituito
prevalentemente da militari tornati a casa in seguito all’armistizio e da
reduci dal fronte. Li comandava un nostro intervistato, il signor Antonio
D’Ascenzo, all’epoca caporale degli Alpini reduce dal fronte jugoslavo.
Inizialmente
il nucleo partigiano era formato da 18 persone, che in seguito crebbero fino a
43. Ne facevano parte, tra gli altri, tre ufficiali inglesi, degli slavi, il
procuratore aquilano Mario Tradardi ed anche alcuni disertori tedeschi (il
paracadutista disertore ventunenne Arthur Glaser ed un suo connazionale detto
"il Berlinese"). Il gruppo risiedeva ad Arischia, ed aveva un punto di appoggio nel bosco di Chiarino.
Poiché la prima necessità fu quella di procurarsi armi e
munizioni, una decina di partigiani ebbe il compito di rubarle da un grosso
deposito che si trovava proprio in paese. Una volta prelevati,
i fucili, le pallottole e le pistole vennero nascoste sottoterra nelle
vicinanze del magazzino, per poi essere recuperate di notte, col favore delle
tenebre.In seguito, non ci si fece scrupolo neanche di sottrarre
l’equipaggiamento ai nemici caduti sul campo di battaglia.
La prima
azione del nucleo di resistenza avvenne al km 23 della s.s.80, ove vennero uccisi dei portaordini che dall’Aquila si recavano
in motosidecar a Teramo.
Il D’Ascenzo
ci rivela che l’attività partigiana fu tacitamente tollerata dal maggiore
tedesco che risiedeva nel palazzo Dragonetti di
Pizzoli, in quanto egli non approvava più i metodi dei nazisti. Fu per questo,
a suo dire, che in Arischia non si registrò peraltro alcuna rappresaglia.
Nessun
membro del gruppo morì nel periodo in cui esso restò operativo, sebbene l’impiego
di ogni elemento fosse continuo e non mancassero
situazioni estremamente pericolose, come sparatorie e attentati dinamitardi (in
uno scontro a fuoco presso Porcinaro fu ferito al volto Giovanni Ciano).Venne fatto esplodere, fra l’altro, il ponte di Arischia,
anche se le pietre che di cui era costituito finirono con ledere la struttura
di numerose abitazioni circostanti, tra cui quella della signora Giulia Ragone.
Il
circondario di Arischia subì un duro bombardamento il
2 novembre 1943 ed inoltre, dopo il bombardamento della stazione dell’Aquila,
diversi POW superstiti si nascosero in casali di campagna o in caverne di
montagna e, in caso di maltempo, anche in paese, presso alcune abitazioni
private.
Durante la
ritirata pernottarono in paese per molti giorni
diverse compagnie tedesche, dotate di carri trainati da cavalli. I tedeschi
requisirono mucche, galline, cavalli e tutto ciò che potesse
esser loro utile.
L’AQUILA - Coppito
Il presidio
tedesco, comandato da un maresciallo e dotato di telefoni e ponti radio, si impadronì di palazzo Gigotti e di varie altre case,
stalle, cantine e forni. I tedeschi non intralciarono eccessivamente le normali
attività degli abitanti e furono anzi molto permissivi. Significativo
è al riguardo il racconto fattoci dalla signora Luigina De Meo, la quale narra
di quattro giovani soldati tedeschi che, dinanzi a casa sua, montavano la
guardia ad alcuni camion nascosti in uno stretto vicolo e coperti di rami e
fogliame, affinché potessero essere celati alla vista degli aerei nemici. Ella ricorda come questi soldati fossero spesso ospiti a
casa sua, e come con essi si intrattenessero discussioni garbate.
Ciò non
significava, però, piena libertà di azione : anche qui
fu infatti imposto il coprifuoco dal tramonto fino al sorgere del sole, e
violare tale disposizione poteva costare l’arresto e la detenzione nel
cosiddetto carcere di "Santa Maria", ricavato in una cantina di
palazzo Gigotti (nei pressi dell’attuale ristorante delle "Salette
aquilane"). Non si trattava per la verità di una vera e propria prigione
(come, ad esempio, quella di S.Domenico dell’Aquila) ma di un luogo in cui
erano trattenute per brevi periodi persone che si erano rese colpevoli di
"reati lievi": di conseguenza, la preoccupazione non sfiorava l’animo
né degli arrestati né dei loro parenti, che attendeva
il rilascio quasi ridendo alle spalle dei tedeschi, ormai appagati per aver
punito coloro che non avevano osservato la legge.
In generale,
comunque, le condizioni di vita non erano migliori che
in altre zone: la fame era tanta ed i generi alimentari scarsissimi.
I tedeschi
si dimostrarono maniaci della pulizia, costringendo gli abitanti a spazzare
strade e vicoli. Una donna, Rita Gianfelice, fu persino costretta a raccogliere
alcune foglie di granturco essiccato cadute in strada mentre sbatteva alla
finestra il suo materasso. Sapendo ciò, alcuni abitanti sventarono la
requisizione delle loro abitazioni ponendo dietro le porte d’ingresso anfore
piene di urine e feci, in modo tale che, rovesciandosi
all’apertura delle porte, riempissero i locali di odori sgradevoli.
Nei pressi
del paese, in stalle e pagliai, furono assisti alcuni
prigionieri di guerra ai quali, in gran segreto, il dottor Pompeo Spennati era
solito prestare le sue cure in caso di bisogno. Alcune famiglie che avevano
ospitato POW furono tuttavia scoperte e le loro case furono devastate a causa
di delazioni di fascisti locali.
Oltre ai
camion già citati, se ne potevano trovare molti affilati lungo la strada
principale, ed adibiti al trasporto della benzina. Ci fu chi, tra gli abitanti
di Coppito, tentò di rubare un po’ di quella benzina, rischiando per questo la
fucilazione, e scampando alla pena capitale solo grazie alla benevolenza di un
comandante piuttosto indulgente entrato in amicizia con dei suoi parenti. Tuttavia la medesima persona, (nota come compare Nello), non
facendo tesoro della prima esperienza, rubò nuovamente ai tedeschi, sottraendo
loro una cassetta di medicinali per il pronto soccorso. In questa
seconda occasione egli non venne scoperto, ma la sua
azione provocò la reazione indignata dei militari, che minacciarono l’intera
popolazione. Fortunatamente la temuta rappresaglia non ebbe luogo, grazie ad
alcune giovani donne, che riuscirono a far liberare i prigionieri in cambio
delle loro "attenzioni".
Un altro
rischio di rappresaglia fu corso in occasione del furto di una motocicletta
tedesca compiuto da un certo Luciano, il quale riuscì a volatilizzarsi nei
campi con la refurtiva, suscitando le ire degli occupanti.
In seguito
allo sfondamento del fronte di Cassino da parte degli
alleati, la ritirata dei tedeschi, cominciata verso sera, fu rapidissima. In
direzione di Teramo, per sfuggire ad inglesi ed americani, furono visti
transitare molti giovani tedeschi che afferravano la coda dei muli trafugati e
si lasciavano trasportare, stremati dalle marce e dalla battaglia al punto di
non poter più neanche camminare.
Altrettanto rapide furono le azioni dei guastatori, i quali
tuttavia risparmiarono al paese gli spargimenti di sangue e di rovine riservati
ad altri centri. La loro opera funesta fu volta solo a minare tutte le
possibili vie di accesso all’Aquila (quindi anche
dalla parte di Coppito), così da rallentare l’avanzata delle truppe alleate. Lo
sfondamento della linea aggravò le condizioni dei civili, che dovettero patire
una ancor più grave scarsezza di generi alimentari e che, per precauzione verso
razzie e violenze, si rifugiarono temporaneamente nelle campagne, terrorizzati
anche dalle numerose schegge proiettate dall’esplosione del deposito di
munizioni di Genzano di Sassa.
L’AQUILA - Filetto
Come in
molti altri centri dell’Aquilano, nelle grotte intorno al paese si nascosero
molti prigionieri inglesi fuggiti dalle Casermette dell’Aquila e il 25
settembre vi fu un primo rastrellamento tedesco nel corso del quale furono
catturati molti prigionieri. Durante questa operazione,
una pattuglia catturò in località "Fugnette" cinque giovanotti del
posto e li condusse verso Assergi per accertamenti. Il
località "Capolaforca" il giovane Franco Gambacurta (nato a
Roma nel 1927, ma residente a Filetto) venne separato dagli altri, che
sarebbero stati poi rilasciati, e fucilato come franco-tiratore perché
sospettato di essersi liberato di una pistola.
I patrioti
locali continuarono tuttavia ad aiutare prigionieri e sbandati che intendevano
raggiungere le linee, accompagnandoli fino alle montagne di Barisciano.
Il 1°
dicembre ‘43 vi fu un secondo rastrellamento tedesco in
grande stile effettuato da Barisciano, da Campo Imperatore e da Assergi.
In questa occasione furono ricatturati, tra gli altri,
tre prigionieri che erano ospitati in una legnaia appartenente alla famiglia di
Angelo Cupillari : un paracadutista di nome Douglas, il soldato David Sweetman
e l’infermiere Walter Walley (tutti poi deceduti, probabilmente nel
bombardamento della stazione dell’Aquila dell’8 dicembre).
Nel gennaio
‘44 il fratello di Angelo Cupillari, Silvio, fu
contattato dal partigiano di San Demetrio Cesare Vecchioli nell’ipotesi di
stabilire un distaccamento partigiano sulla montagna di Filetto, ma poi i
contatti si persero. In marzo un nuovo contatto fu stabilito con lui da Carlo
Liberatore, Dante Carosi e Fulvio Tecca, che egli accompagnò in montagna presso
i rifugi già utilizzati dai prigionieri.
Inoltre,
grazie all’amicizia che aveva con il radiotelegrafista tirolese Ruppert, Silvio
Cupillari fornì molte informazioni all’amico partigiano Giorgio Agnetti.
In seguito
alla diserzione di Angelo Cupillari, in base a qualche
denuncia anonima la famiglia subì in maggio delle perquisizioni, probabilmente
compiute da fascisti in divisa tedesca giacché non vollero o non seppero
rispondere ad alcune domande rivolte loro in un tedesco scolastico dal fratello
Silvio.
Le
iniziative tedesche e fasciste erano dovute
soprattutto alla recente uccisione da parte dei partigiani di Augusto Rossi di
Paganica e di Ermanno Innocenzi ("Armandino") di Camarda.
Come si è già detto, le violenze subite da questo piccolo paese di montagna
culminarono nell’eccidio di 17 abitanti commesso il 7 giugno 1944.
L’AQUILA - Onna
In una
tenuta dei Pica Alfieri, la sussistenza tedesca aveva
installato un importante panificio sotto degli alberi che ne impedivano la
vista agli aerei nemici. I forni venivano alimentati
in continuazione dalla legna trasportata e spaccata da squadre onnesi,
appositamente predisposte dai tedeschi. Quindi, il pane veniva
caricato sui mezzi che lo portavano al fronte del Sangro o di Cassino.
Indotti
dalla paura a non opporre resistenza, i contadini, oltre a fornire lavoro, venivano costretti a portare cibo che veniva poi cucinato e
consumato nel palazzo Pica Alfieri. Tuttavia, anche a
causa della loro lunga permanenza, i soldati della sussistenza tedesca
intavolarono buoni rapporti con la popolazione, frequentando le case, mangiando
assieme ai civili, fornendo alimenti ed altri generi di consumo. Furono loro
stessi, con l’approssimarsi della ritirata, a mettere in guardia i paesani
verso le truppe operative di passaggio.
Durante il
ripiegamento, il paese divenne un punto di appoggio
per le abbrutite colonne di alpini tedeschi che risalivano in fretta
l’Appennino. I contingenti si fermavano durante il giorno e ripartivano la
notte, sostituiti dallo scaglione successivo.
La sera del
2 giugno, dopo una sosta di una quindicina di ore, una
compagnia si accingeva a lasciare il paese, ma tre soldati si attardavano col
proposito di razziare qualche cavallo. La prima ad essere derubata fu Bartolina
De Paulis (vedova Ludovici), originaria di Paganica, che ad Onna gestiva un’osteria
frequentata dai tedeschi e che con loro aveva fatto parecchi soldi. Appena ella vide la sua giumenta portata via per la cavezza, chiamò
con grida disperate il figlio Giovanni (aveva anche una figlia di nome
Rosmunda), all’arrivo del quale nacque un alterco piuttosto violento con un
tedesco che, vistosi minacciato, estrasse la pistola e ferì lievemente il
Ludovici ad un braccio. Questi, infuriato, disarmò il
tedesco, gli sparò qualche colpo andato a vuoto e fuggì via.
Subito dopo la diciottenne Cristina Papola fu catturata dagli altri due
tedeschi, forzata a rivelare il nascondiglio del giovane e uccisa con una
scarica di oltre dieci colpi di pistola, pare dopo essere stata violentata.
Come si è detto, questo fu solo il prologo dell’eccidio compiuto dai
tedeschi la sera dell’11 giugno 1944.
L’AQUILA - Paganica
I
tedeschi, installatisi nel palazzo Dragonetti, si
comportarono prepotentemente con la popolazione, pretendendo di ottenere qualunque
cosa chiedessero. Ai ragazzi del luogo i tedeschi concedevano spesso qualcosa
da mangiare, ma quando dovevano scaricare dai camion viveri o indumenti,
pretendevano di essere aiutati, mettendo mano alla frusta in caso di rifiuto o
di svogliatezza. Uno di loro, il signor Dino Palmerini da noi intervistato, si
ribellò violentemente e per fu questo arrestato e
condannato a morte. Nei giorni della ritirata, grazie alla partenza dei
tedeschi e alla complicità di vari cittadini, egli riuscì fortunosamente a
sottrarsi ad una morte sicura.
Soldati
tedeschi si resero anche responsabili dell’uccisione, nella notte tra l'11 e il 12 marzo 1944, dell'operaio settantenne Berardino
Cocciolone, e, il 18 maggio 1944, dell’uccisione dei coniugi Anselmo ed Elena
Rossi.
Il paese fu
anche teatro di un interessante episodio di resistenza collettiva : dopo
un’ennesima razzia da parte dei tedeschi, un camion carico di
orzo, pane e uova era pronto a partire per L’Aquila, dove il cibo
sarebbe stato consegnato ai capi tedeschi. Le donne del paese tuttavia, stanche
dei soprusi, decisero di reagire e si distesero davanti a
un camion tedesco impedendone il movimento. In questo modo i cittadini poterono
letteralmente "assalire" l’automezzo, recuperando ciascuno i viveri
che gli erano stati sottratti.
L’AQUILA - S. Gregorio
Tutta la zona fino a Fontecchio era
intensamente pattugliata dai tedeschi, che organizzavano battute per stanare i
renitenti e i soldati disertori che, dopo l’armistizio, non si erano
ripresentati ai rispettivi comandi.
Verso
S.Gregorio, in località Le Pastine (dove oggi sorge un distributore di
gas) i tedeschi installarono un loro deposito di munizioni nascosto sotto
alberi di noci.
La signora
Costanza Copat Lusi ci racconta la triste vicenda di un ragazzo dodicenne che
trovò una morte ingiusta lungo la s.s.17, all’altezza della biforcazione per
Poggio Picenze. Più volte egli aveva usufruito di passaggi a bordo di camion
tedeschi per raggiungere L’Aquila; sfortunatamente, proprio nel giorno in cui
aveva bisogno di recarsi in città per un’operazione alle tonsille, un aereo
alleato mitragliò l’automezzo sul quale aveva preso posto, incendiandolo. Il
ragazzo, cercando di sfuggire alle fiamme attraverso il portellone posteriore
del rimorchio, vi restò incastrato con la testa. E non
ci fu nulla da fare per strapparlo ad una morte tanto orribile.
Nella
medesima occasione, l’intervistata ebbe modo si trarsi in salvo, trovando
rifugio sotto un ponte prossimo al luogo dell’incidente.
L’AQUILA - Sassa
La zona era
frequentata da partigiani non sufficientemente armati e dunque non
particolarmente attivi contro i tedeschi. Abili nel confondersi tra la macchia,
erano per lo più disertori appartenenti alle classi
comprese fra il 1915 e il 1925 che non si erano ripresentati al richiamo in
guerra alla fine del ‘43.
I paesani
garantirono loro ospitalità e protezione, mentre medici
e farmacisti antifascisti accettavano di curare i fuggitivi nelle macchie, pur
sapendo che per questo sarebbero stati perseguitati da fascisti e tedeschi e
anche dai loro colleghi medici condotti, particolarmente riconoscenti al
regime.
Inoltre, in
cascinali e sotto mucchi di fieno furono nascosti vari prigionieri alleati, ai
quali la popolazione portava da mangiare.
I nazisti
irrompevano a loro piacimento nelle abitazioni private, rubando formaggio,
prosciutto ed altri generi, nonostante che le risorse alimentari fossero già scarse.
Durante la
ritirata, nel pomeriggio dell’11 giugno ’44, due soldati tedeschi riscendevano con un camion da Colle Sassa verso Sassa scalo,
dopo aver tentato invano di vendere o barattare con i civili, nella piazza
della chiesetta di S.Antonio, diverse paia di scarpe prelevate da un loro
deposito vicino alla stazione.
Lungo la
strada, nei pressi della parrocchia di Santa Giusta, alcuni partigiani (Luigi
Carnicelli, in compagnia di Matteo Perricone e di altri giovani), posto un
tronco di quercia in mezzo alla strada per costringere il mezzo a fermarsi,
esplodevano un colpo di fucile da caccia i cui pallini frantumavano il parabrezza
e ferivano lievemente uno dei soldati che era sceso a terra per rimuovere
l’ostacolo. Scampati all’agguato, i due tedeschi raggiunsero a tutta velocità il fondo valle e tentarono di trovare dei commilitoni con i
quali tornare in paese per compiere una dura rappresaglia, ma il grosso
dell’esercito era già partito o intento a minare i ponti della ferrovia.
Tornarono
così a Colle Sassa con due soli commilitoni ed iniziarono a piazzare le
mitragliatrici, provocando un fuggi-fuggi generale. I tedeschi infuriati furono
dissuasi dal provocare danni all’abitato dal parroco don Vincenzo Giannangeli e
da un certo Ianni che, avendo vissuto in Germania, conosceva la loro lingua. Venne detto loro che gli abitanti del paese erano tranquilli
agricoltori e che non c’entravano nulla con l’attentato; ed inoltre venne
portato loro del cibo affinché si calmassero.
A questo
punto, quando i quattro soldati stavano già accingendosi ad andare via, con la
zappa sulle spalle si avvicinò alla piazza, per rientrare nella sua abitazione
dopo una dura giornata di lavoro nei campi, il contadino quarantanovenne Mosè
Pace. Contro di lui, pur di vendicarsi in qualche modo, i quattro esplosero
senza alcun motivo alcune raffiche di mitragliatrice,
freddandolo e tornandosene subito dopo a Sassa scalo.
Sempre
nell’ambito della ritirata, affinchè non cadesse in mano degli Alleati, i
nazisti fecero saltare in aria un deposito di munizioni che avevano tenuto per
tutta la durata dell’occupazione nei pressi di Genzano. A causa delle
esplosioni il cielo si riempì di fumo e si oscurò come fosse notte e, colpita
da un proiettile, una donna incinta restò purtroppo uccisa.
Lucoli
Il paese fu
teatro di uno dei primi atti di forza compiuti dai tedeschi
nell’Aquilano, quando il 27 settembre nei pressi di Pratolonaro furono
avvistati e freddamente soppressi i giovani Benedetto Di Carlo e Ugo Ammanniti.
Nella zona
furono anche ospitati numerosi militari sbandati e prigionieri alleati in fuga.
Il 2
febbraio 1944 in località Tartaglione di S.Andrea il pastore Benedetto
Francavilla, alla vista dei tedeschi, si rifugiò nella stalla facendo pressione
con la schiena sulla porta. Non avendo risposto all’intimazione di aprire, i
tedeschi spararono contro la porta colpi di pistola che lo colpirono
mortalmente. La salma fu rinvenuta la mattina seguente
da un giovane che abitualmente si prestava per accudire il bestiame.
Più volte
abbiamo avuto occasione di ripetere come Lucoli rappresentasse un’importante base
logistica per i tedeschi: qui erano stati allestiti alcuni magazzini di armi e munizioni, che tuttavia vennero fatti esplodere
dagli stessi nazisti poco prima della loro ritirata. In quel frangente non vi
furono miracolosamente vittime, anche perché la popolazione era stata avvertita
e si rifugiò prudentemente sulle alture circostanti.
Dopo la
guerra, tuttavia, gli ordigni inesplosi che ancora si trovavano nel terreno
provocarono parecchi morti, soprattutto tra i contadini intenti
a lavorare la terra.
Montereale
Durante
l’occupazione, Montereale fu una base abbastanza importante per i tedeschi, che
da lì controllavano tutta la zona dell’Alto Aterno che collega con Ascoli
Piceno e con l’Adriatico.
I tedeschi
arrivarono in paese con quattro camion seguiti da alcune camionette,
installandosi fin dai primi giorni nell’albergo di Dino Polidori. Quando
l’albergatore chiese loro di lasciare i nominativi, si
sentì rispondere che quella consueta formalità non serviva più, dal momento che
ormai le stanze erano di loro proprietà.
Un’armeria
fu istituita presso il Comune (il cui podestà era Fernando Cialfi), mentre
sotto una pineta lungo la strada di Porta Marana alcune postazioni di
mitragliatrici pesanti antiaeree furono mimetizzate con fogliame e sterpaglie
che alcuni civili erano stati costretti a procurare.
I tedeschi
non compirono veri e propri atti di violenza sui cittadini, ma ebbero un
atteggiamento tracotante, entrando nelle case senza chiedere permesso e
prelevando qualsiasi cosa (oggetti, cibo, animali), oppure ubriacandosi quasi
ogni sera e dando fastidio a tutti. Quando dovevano compiere lavori (come
scaricare camion o altro) puntavano il fucile contro i
passanti, obbligandoli a dare una mano.
Come in
quasi tutti i centri dell’Aquilano, i paesani dettero ampie prove di
solidarietà umana : innumerevoli infatti sono i casi
in cui fuggiaschi inglesi ed americani ricevettero asilo ed accoglienza
(soprattutto nelle frazioni di Marana e Cabbia), proseguendo poi per le macchie
muniti di proprie carte topografiche e di bussole. A chi li aiutò rilasciarono
delle dichiarazioni, sulla base delle quali alcuni abitanti ricevettero delle
ricompense dopo la fine dell’occupazione. Alla ricerca dei POW alleati, i
tedeschi compirono minuziose perquisizioni nei fienili, setacciando la paglia
in profondità mediante lunghi e appuntiti forconi.
Il paese fu
fatto anche oggetto di ripetuti bombardamenti : nella frazione di Marana,
rione di Contrici, le schegge di un ordigno ferirono al ventre una donna che si
era recata alla fonte.
Il 19
novembre ‘43 due caccia americani mitragliarono con proiettili da 20mm dei
carri trainati da asini sulla strada tra S.Pelino e Marana. Domenico Soccorsi e
Angelo Beretta furono feriti e ricoverati prontamente presso l’Ospedale
Militare tedesco dell’Aquila, dove restarono una decina di giorni.
Gli
sventurati rimasti senza casa in seguito alle ripetute incursioni trovarono
ospitalità presso compaesani che disponevano di stanze
libere nelle loro abitazioni.
Emergenze di
questo tipo tuttavia non modificavano le modalità di
distribuzione dei viveri, che venivano elargiti sempre nella stessa misura, per
cui si andava irrimediabilmente incontro a ristrettezze e sacrifici notevoli.
Fece
scalpore in proposito un’ordinanza in cui si prescriveva ai paesani di
consegnare le proprie bestie da soma presso la caserma già appartenuta al 18°
Reggimento di Artiglieria, ora occupata dai tedeschi.
Per assicurarsi che tutte le famiglie adempissero a
quanto si richiedeva nella circolare, i nazisti presero in ostaggio otto
persone facenti parte di altrettante famiglie di Marana, e le condussero nel
carcere di Montereale con la promessa di liberarle qualora la consegna del
bestiame fosse avvenuta regolarmente. La riscossione di ogni
singolo capo veniva registrata e notificata per mezzo di una ricevuta,
sufficiente per il rilascio dell’ostaggio.
Ciononostante,
i tedeschi si resero più volte colpevoli di furti di bestiame e chi opponeva
resistenza a questo ladrocinio ingiustificato si esponeva a gravi ritorsioni:
ad esempio, il cinquantenne di Marana Domenico Di Gregorio, avendo tardato ad
aprire la porta di casa, anche a causa della sua sordità, venne
picchiato a morte dai tedeschi che avevano interpretato il suo comportamento
come un atto di resistenza.
Cesaproba
Molti furono
i giovani di Cesaproba che incontrarono la morte sui campi di battaglia, ma
almeno le loro case vennero risparmiate dalla violenza
della guerra.
Quando i
tedeschi giunsero in paese trovarono la collaborazione di molti italiani
aderenti al fascio, i quali facevano capo al capitano Domenico Ceci, medaglia
d’argento, "marciatore su Roma" e temuto squadrista distintosi sin
dall’avvento di Mussolini ( con la sua squadra aveva fatto irruzione in molte
abitazioni, con l’intento di "convincere" i paesani ad aderire al P.N.F. ed aveva costretto i recalcitranti a
bere olio di ricino e a subire percosse e maltrattamenti).
Grazie della
considerazione di cui il Ceci godeva, ovunque gli era
portato rispetto, e dunque gli stessi tedeschi gli affidarono il compito di
tenere la situazione sotto controllo con la squadra che aveva ancora ai suoi
ordini, composta da uomini e donne a lui fedelissimi.
Sebbene
fosse un intransigente portavoce dell’ideologia del regime, più volte tuttavia
il Ceci difese compaesani che venivano accusati dai
tedeschi dichiarandoli suoi amici. Inoltre, molte ragazze vennero
preservate dalle molestie dei tedeschi grazie all’intervento del Ceci, il quale
- conoscendo molto bene la loro lingua - li convinse del fatto che le giovani
del luogo erano a servizio presso potenti famiglie romane che non era
conveniente indispettire. Nonostante ciò, le donne trascorrevano la maggior
parte della giornata in campagna, e facevano ritorno
nelle loro abitazioni soltanto al tramonto, percorrendo per prudenza le strade
più impervie e meno frequentate.
Il terrore
dilagava tra la popolazione a tal punto che ogni qualvolta si annunciasse la presenza di squadre di SS nel circondario, si
era soliti allontanarsi dal centro abitato e trascorrere diverse notti in
aperta campagna, finché il pericolo non fosse passato.
Nemmeno a
Cesaproba i prigionieri alleati fuggiti dai campi avevano vita facile: chi
decideva di difenderne le sorti, a suo rischio e pericolo, doveva affidare la
sua iniziativa ad espedienti molto ingegnosi.
Durante la
ritirata i tedeschi, incattiviti dall’esito dell’occupazione, razziarono biancheria e animali, opponendo alla disperazione
degli abitanti il grido di scherno: "Paga Badoglio!". Molti
abitanti, per sottrarsi alle razzie e agli atti di vandalismo, si ritirarono in
montagna, nascondendosi per una decina di giorni nei boschi assieme ai loro
animali. Ciò nonostante, alcuni tedeschi armati e a cavallo continuarono a
girovagare per le alture, sequestrando ancora altre bestie.
Navelli
La via di
Navelli era molto trafficata dai mezzi tedeschi e quindi
molto battuta anche dall’aviazione alleata. Una postazione contraerea,
situata in piazza Murarotte, diresse spesso il tiro contro
velivoli nemici, insidiati pure dalle mitragliere antiaeree dei mezzi che
transitavano sulla strada nazionale.
Negli ultimi
mesi del ’43, un aereo inglese, che in formazione con altri intendeva
mitragliare una colonna di camionette tedesche dirette verso L’Aquila, fu
abbattuto dalla contraerea tedesca e si schiantò nella pineta di S. Nicola con
il pilota a bordo.
Alcuni
paesani si portarono sul luogo dell’impatto e, come spesso accaddeva in questi
casi, sottrassero parti del velivolo, forse per possedere un ricordo tangibile
dell’accaduto. Ma i tedeschi, accorsi anch’essi, nella
confusione generale aprirono il fuoco alla cieca sui civili, fortunatamente
senza fare vittime ma rischiando di colpire alcune donne (fra cui Piera
D’Innocenzo, moglie del nostro intervistato Antonio Marcantonio) recatesi alla
fonte che distava all’incirca un chilometro dal centro abitato.
Intanto, in
preda ad un moto d’ira, un soldato tedesco aveva colpito col calcio del fucile
il capo del pilota inglese che era già morto. Questo gesto di
inutile ferocia suscitò l’indignazione di un carabiniere, che picchiò
duramente quel soldato tedesco (il quale fu poi peraltro severamente punito dai
suoi stessi superiori).
Questo fu
uno sporadico episodio in cui i tedeschi di presidio (cioè
non di passaggio) si mostrarono ostili alla popolazione. Di norma, infatti, i
rapporti dei tedeschi con i civili furono abbastanza amichevoli.
Civitaretenga (Navelli)
Sebbene gli
effetti diretti della guerra fossero alquanto blandi, le condizioni di vita
erano comunque molto dure, al punto che molti giovani
disoccupati si arruolarono volontariamente nell’esercito della R.S.I. solo per
sfuggire alla fame.
Racconta in
proposito il signor Marcantonio di Civitaretenga che i più fortunati si
nutrivano di legumi e polenta. Se si era in possesso di
un gregge era preferibile vendere gli agnelli per ricavare qualche lira in più.
E così il sapore della carne venne ben presto
dimenticato...
Durante le
lunghe giornate d’inverno ci si riscaldava rimanendo nella stalla, seduti tra
oche e galline su lunghe panche di legno, ad ascoltare fino a sera il
chiacchiericcio delle donne intente nella pratica della filatura. Finalmente,
dopo il tramonto, si rientrava in casa, dove spesso ci si concedeva il lusso di
un fuocherello.
In tempo di
guerra, e già prima dell’occupazione tedesca, l’attività commerciale si
svolgeva prevalentemente a credito : nell’unica bottega del paese, quella
di don Enrico Marcantonio, che si riforniva ogni settimana di merci a Popoli, i
contadini saldavano i conti prevalentemente in settembre, in concomitanza con
il raccolto delle mandorle e dello zafferano.
Nel periodo
in cui il paese conobbe l’occupazione, la maggiore preoccupazione dei tedeschi
fu quella di portare avanti la realizzazione di una
linea fortificata di difesa che interessava l’intera zona, sino a Castel del
Monte ed a Calascio. Molti civili (chiamati anche a riparare i danni provocati
dagli aerei nemici lungo la strada nazionale), furono pertanto costretti al
lavoro, ricevendo una misera paga. Chi si rifiutava, pur adducendo motivazioni
legittime e reali, veniva percosso e costretto a
subire varie ritorsioni. Solo in certi casi particolarmente gravi e vistosi si riusciva ad ottenere l’esenzione dai lavori.
La
popolazione non offrì alcuna resistenza alla presenza tedesca poichè la paura
era alimentata dall’estrema severità dei soldati occupanti, che più volte
rasentò la crudeltà.
Il contadino
cinquantasettenne Domenico Garofalo, ad esempio, ritenuto colpevole di aver
trafugato le scarpe ad un militare, venne ucciso con
un colpo di pistola da un soldato tedesco probabilmente ubriaco. Per ironia della sorte il malcapitato era padre di uno scarpaio
e perse la vita proprio nella bottega del figlio.
D’altra
parte la fame costrinse diverse volte gli abitanti del luogo a compiere piccoli
furti a danno dei tedeschi: un episodio simile ebbe per
protagonisti Ciro ed Olghetto D’Innocenzo, sfuggiti provvidenzialmente
alle prevedibili ritorsioni fuggendo attraverso una finestra della loro
abitazione.
Sfuggirono
per miracolo al mitra nazista anche i patrioti Marcello Napoleone, Nicola Di
Luzio ed Alberto Rosa, sorpresi dai tedeschi nell’atto di osservare
furtivamente la costruzione in aperta campagna di un deposito di proiettili e
cannoni, una sorta di bunker mimetizzato con del fogliame. I tre vennero condotti presso il Comando di San Demetrio ne’
Vestini e quindi liberati dopo un breve interrogatorio.
Per un certo
periodo trovarono asilo in una grotta appena fuori del centro abitato due
ex-prigionieri inglesi, che si tenevano in contatto con i loro compagni
attraverso una radiotrasmittente.
L’annuncio
della liberazione fu preceduto da un’ultima, grande ondata
di terrore, quando i pastori furono costretti a rifugiarsi in alta montagna con
i loro armenti per sottrarli alla razzia tedesca. I nazisti, senza alcuna
pietà, prima di ritirarsi saccheggiarono le abitazioni, trafugando numerose
vettovaglie, ma anche oggetti d’altro genere. In particolare moltissime furono
le casse di biancheria caricate sui camion tedeschi. Grazie al tradimento di
chi, in paese, conosceva qualche vocabolo tedesco, furono spogliati del loro
contenuto anche i nascondigli di merci istituiti dai paesani in aperta
campagna.
Pizzoli
Come nel
resto d’Italia, alla notizia dell’armistizio anche i militari italiani di
stanza a Pizzoli fuggirono, lasciando munizioni e fucili. Alcuni uomini (il
militare Giuseppe Di Carlo, assieme a Tito Rosica, Vittorio Pela e Vittorio
Palombo) prelevarono le armi abbandonate dall’esiguo presidio italiano che
sorvegliava in paese una piccola comunità di internati
slavi. Il piccolo gruppo si predispose quindi a difendersi contro eventuali
attacchi o soprusi, ma i tedeschi cercavano prevalentemente gli ex-prigionieri
(nascosti e assistiti in alcuni pagliai di Marruci) e non badavano granché ai
movimenti dei civili. Gli antifascisti dovevano badare a difendersi soprattutto
dai locali fascisti repubblichini, per lo più ragazzi
che, costituita nella zona dell’Alto Aterno una banda comandata da vecchi
gerarchi, volevano conquistarsi la "simpatia" dei tedeschi.
I tedeschi,
appena giunti in paese, stabilirono il loro quartier generale presso il
castello del marchese Dragonetti. Il loro comandante era il maggiore di cui ci
ha già parlato Antonio D’Ascenzo, un ufficiale di sentimenti antinazisti che
cercò di aiutare in ogni modo la popolazione pizzolana, utilizzando ad esempio
gli automezzi militari per trasporti d’ogni genere. Molti civili furono
impiegati nello scavo di una galleria che dal castello penetrava sotto la montagna
fungendo da rifugio antiaereo. E il lavoro fu
regolarmente pagato con denaro ed anche con distrtibuzioni gratuite di pane,
sigarette e margarina.
Spesso i
soldati tedeschi, in libera uscita, si univano ai paesani per bere del
vino : provati anch’essi dalla guerra, si sfogavano criticando la ragion
d’essere di un conflitto assurdo, che procurava solo la morte di centinaia di
migliaia di giovani.
Non tutti i
soldati teutonici tuttavia si mostrarono così accomodanti con la popolazione
civile: impartivano i loro ordini e guai a chi si fosse rifiutato di obbedire. E così, un po’ per paura, un po’ per gratitudine, la gran
parte dei pizzolani cercò sempre di assecondare la volontà dei tedeschi, come
quando, dopo un’abbondante nevicata, fu ordinato loro di pulire le strade per
consentire il transito. Tutto ciò che i tedeschi richiedevano, fosse
manodopera, cibo o semplicemente un letto asciutto in cui dormire, veniva concesso senza opporre alcun tipo di resistenza.
I tedeschi
sottraevano dalle abitazioni qualunque cosa di cui avessero
bisogno, ma quasi per un controsenso erano soliti ringraziare calorosamente
qualora avessero ottenuto ciò che chiedevano. La loro gratitudine trovò a volte
riscontro in atti concreti, come quando un pizzolano malato di polmonite venne assistito dal medico tedesco di stanza al castello
Dragonetti.
Finalmente
nel giugno del ‘44 si cominciò a parlare della ritirata dei tedeschi e molti
giovani, preoccupati delle conseguenze che ne potevano scaturire, si nascosero
nei rifugi che in precedenza essi stessi avevano scavato tra i boschi.
Di lì
presero ad osservare di nascosto ogni mossa dei nazisti, il frenetico via vai di automezzi e motociclette, ed anche i molti soldati
appiedati che transitavano con carri requisiti alla popolazione, portando con
loro cavalli, asini, muli e mucche.
Esauritosi
il fluire delle truppe, i guastatori tedeschi distrussero linee elettriche,
telefoniche, ponti, strade e persino i binari della vecchia ferrovia per
Capitignano, che da anni era in disuso.
Quindi il silenzio, rotto solo dalle grandi detonazioni delle
poderose riserve di munizioni accumulate presso Lucoli, che altri reparti di
guastatori facevano saltare in aria con il tritolo.
Partiti i
tedeschi, il paese si ritrovò nel caos, privo di alcun
controllo da parte di qualsivoglia autorità, in quanto la stessa caserma dei
carabinieri era stata abbandonata dai pochi militi che la gestivano. Venne pertanto organizzato dal locale C.L.N. un gruppo di
uomini, tra cui il maresciallo dei carabinieri Ernesto Sabatini, incaricati
temporaneamente di proteggere la popolazione. Questo stato di cose durò per
circa due mesi, finché non venne ristabilito l’ordine
e la normalità.
Riportiamo
ora integralmente l’intervista rilasciata dall’on. Vittorio Giorgi su Natalia
Ginzburg, moglie di Leone Ginzburg, letterato ed esponente dell’antifascismo e
della resistenza, che durante la guerra fu confinato a Pizzoli:
"Avevo
conosciuto Natalia in tempi lontani, quando non era ancora un personaggio
pubblico ed una scrittrice di successo, ma solo una giovane madre di famiglia
che, con due creature in tenera età, viveva accanto ad un personaggio
pericoloso per quei tempi, quale era appunto Leone Ginzburg. Avevo stabilito
con lei un rapporto di amicizia mantenuto e coltivato
con grande discrezione, come era nella sua indole, ed al quale mi ero adeguato
senza fatica, nonostante la mia diversa e, per certi aspetti, opposta
propensione. L’ho seguita sempre, in tutti questi anni. Ho partecipato
intimamente e con gioia ai suoi grandi successi letterari. Ho continuato a
vederla e a pensarla sempre come una volta: discreta, tranquilla, quasi
malinconica. Ma il nome di Natalia, in me è
indissolubilmente legato a quello di Ginzburg, del marito Leone Ginzburg, alla
cui memoria continuo a considerarmi debitore per gli insegnamenti politici ed
umani ricevuti, nel corso del breve ma intenso rapporto stabilito durante gli
anni della sua forzata permanenza a Pizzoli.
Ero
giovane allora, e come molti giovani dell’alta valle dell’Aterno lavoravo a Roma, e solo periodicamente tornavo a Pizzoli.
Era l’estate del 1940 ed avevo fatto ritorno in paese per trascorrere il breve
periodo di ferragosto. La guerra era scoppiata da appena due mesi, e la
maggioranza dei giovani era già stata chiamata alle armi. Pizzoli, come gran
parte dei nostri paesi, a quel tempo, non offriva molte occasioni di svago ai
giovani. Unico ritrovo era quello costituito dal caffè dell’albergo, dove in un
caldo e afoso pomeriggio feci la conoscenza di Leone Ginzburg. A presentarmelo
fu un parente dell’albergatore, il quale, in puro dialetto pizzolano, disse
rivolto a Ginzburg: "Professo’, viè qqua che te faccio conosce uno che la
pensa come te. E’ un comunista!". Ricordo che Leone mi venne incontro, mi
guardò fisso negli occhi, mi strinse fortemente la mano, come se avesse rivisto
un amico lungamente atteso. Leone alloggiava in quell’unico albergo e vi rimase
sino alla venuta di Natalia, che aveva sposato nel 1938, e dei due figlioletti
Carlo ed Andrea. La maggioranza dei pizzolani, liberatasi di quella
tradizionale ed atavica diffidenza nei confronti dei forestieri, cominciò ad
immedesimarsi nel dramma di quella povera gente, portata a vivere in condizioni
difficili in un paese di montagna.
Dopo quel primo incontro il rapporto con lui e Natalia si fece
sempre più intenso. Trascorrevamo lunghe serate a discutere della guerra e
delle sue terribili conseguenze. Mi raccontava le motivazioni con le quali era
stato trascinato dinanzi al tribunale speciale e del disgusto provato per
quelle marionette in camicia nera che si atteggiavano a giudici severi. Mi
parlava della condanna che aveva accolto con serenità, e del carcere di
Civitavecchia nel quale era stato rinchiuso. Una sera, pur prevedendo quale poteva
essere la sua risposta, lo informai del fatto che i compagni di Pizzoli,
riuniti in cellula, con i quali mi incontravo
clandestinamente, avevano preso le misure per mettere al sicuro lui e la sua
famiglia di fronte a possibili e ulteriori provvedimenti restrittivi da parte
dei fascisti. Mi ringraziò caldamente per la sensibilità dimostrata nei suoi
confronti. Dopo il 25 luglio Ginzburg rientrò a Roma lasciando a Pizzoli la
moglie e i figlioli. Io, che ero stato trasferito a Sulmona il 31 agosto, tornai
a Pizzoli definitivamente il 22 settembre. Mi resi subito conto della
difficoltà della situazione. I tedeschi vi avevano istallato un comando
militare mentre dall’Aquila arrivavano scorribande di repubblichini. Una parte
dei confinati aveva lasciato Pizzoli, un’altra parte ci chiedeva, tramite
Natalia, la possibilità di lasciare il paese, per sfuggire alle eventuali
deportazioni verso la Germania. Intanto Leone, da
Roma, verso la fine di ottobre, mi fece sapere,
tramite Natalia, che la permanenza dei suoi familiari a Pizzoli era diventata
pericolosa, e pertanto bisognava pensare subito al modo di allontanarli dal
paese e possibilmente riportarli a Roma. Ci riunimmo subito a casa di Natalia
assieme al professor Mura, un ex ufficiale e membro del Comitato di Liberazione
comunale, con l’obiettivo di mettere in atto le direttive di Leone. Come prima
cosa prendemmo le misure necessarie per impedire a
chiunque, esclusa Natalia, di conoscere la residenza romana di Ginzburg. La
situazione si presentava preoccupante. Eravamo vicini alla linea del fronte:
controlli e posti di blocco si incontravano dovunque,
ed era difficile superarli senza correre seri rischi. Alla fine concordammo
all’unanimità che non vi era altra soluzione se non quella di tentare di farla
in barba ai tedeschi, servendosi del loro automezzo che da Pizzoli, ogni
giorno, raggiungeva Roma. Il piano riuscì perfettamente grazie ad un amico
impiegato presso il comune, ed in modo particolare al coraggio di una giovane
donna pizzolana legata da amicizia sincera e profonda con la famiglia Ginzburg,
in particolare con Natalia. Fu lei infatti a farsi
carico di avvicinare i tedeschi facendo passare, quella di Natalia, come una
famiglia di sfollati bisognosi di raggiungere Roma. L’operazione riuscì
perfettamente.
La
parentesi pizzolana della famiglia Ginzburg poteva dirsi conclusa, e tutti noi
tirammo un sospiro di sollievo. Non erano finite
invece le tribolazioni dei Ginzburg, anzi, di lì a poco una grande
tragedia si sarebbe abbattuta su di loro, prima con l’arresto, e poi con
l’assassinio di Leone, avvenuto nel carcere di Regina Coeli i primi giorni del
febbraio 1944. Scrive Natalia Ginzburg: "Sollevasti il lenzuolo per
guardare il suo viso, ti chinasti a baciarlo con un gesto consueto. Ma era l’ultima volta. Era il viso consueto, solo un po’ più
stanco. Il vestito era quello di sempre. E le scarpe
erano quelle di sempre. E le mani erano quelle che
spezzavano il pane e versavano il vino. Oggi ancora nel tempo che passa sollevi
il lenzuolo a guardare il suo viso per l’ultima volta."
Si può
immaginare l’ira e lo sconforto di cui fummo preda
quando apprendemmo la tragica fine del nostro caro amico, senza aver avuto la
possibilità di fare niente per poterla evitare. A tutto ciò si aggiungeva
l’angoscia per la sorte di Natalia, rimasta sola con i suoi bambini: Andrea,
Carlo ed Alessandra, nata a L’Aquila il 20 marzo 1943.
Scrivemmo sulla lapide, che ancora oggi spicca nella
piazza del paese: "Qui dimorò Leone Ginzburg, che nel pensiero,
nell’azione e nel martirio consacrò la sua vita per un avvenire di libertà e di
giustizia".
Natalia
Ginzburg viene ricordata dagli abitanti di Pizzoli
come una donna estremamente gentile, che aveva imparato ad amare l’intera
popolazione del paese. La signora Delfina Faina ci racconta: "A quel
tempo io possedevo, gestendolo personalmente, un negozio di generi alimentari
nella parte centrale del paese. Natalia, molto di frequente, si recava da noi
per acquistare i generi di prima necessità, ed ogni qual volta entrasse nel mio
minimarket, domandava se avevo da darle frutta o cibi di altro
genere che nessuno voleva più comperare, e che quindi sarebbero stati gettati.
Molto spesso mi è capitato di ascoltarla elogiare il paese e la popolazione
pizzolana, di cui ammirava la discrezione e la generosità, e a cui si sentiva,
giorno dopo giorno, sempre maggiormente legata. Sono al
corrente della sua particolare amicizia con Vittorio Giorgi e con Pia
Fabrizi, proprietaria di un ristorante in corso Sallustio, presso cui Natalia
era solita recarsi. Aveva tre figli ai quali ha dedicato ogni giornata della
sua breve permanenza a Pizzoli. Nel delicato compito di madre, veniva aiutata da una donna, Rosa, moglie di Giuseppe Di
Carlo. La famiglia Ginzburg abitava in una casa al centro del paese presa in
affitto da un tal Pierino Pieragostino. Ricordo Natalia come
una donna molto semplice e sincera, una donna che sicuramente è entrata a far
parte della storia del paese".
San Pio delle Camere
Data la
posizione strategica del paese nella vasta piana di Navelli, la presenza
tedesca in San Pio delle Camere fu piuttosto consistente.
Le tende dei
militari trovarono collocazione nella parte bassa del
centro abitato, vicino alla strada nazionale, sotto un noceto che ne ostruiva
completamente la vista agli aerei alleati. Appena al di qua
del noceto, molte abitazioni furono requisite ed adibite a magazzini o a
mense, spesso demolendo gli interni per trasformare più camere in un unico
grande ambiente.
I rapporti
tra la popolazione e gli occupanti furono normalmente amichevoli e i giovani,
in particolare, andavano dai tedeschi per ottenerne sigarette o stecche di
cioccolata. Gravi contrasti sorgevano però talvolta a causa dei rastrellamenti
e delle confische. Significativo è un episodio che
nacque da una "banale" requisizione di un cavallo. Allorché
il padrone dell’animale reclamò il maltolto presso il comando tedesco, gli fu
seccamente risposto: "Che vada da Badoglio a farsi ripagare il cavallo!".
Ci è stato riferito che i tedeschi rivolgevano pressanti
attenzioni alle ragazze del paese le quali, sia a causa della incomprensibile
lingua degli occupanti, sia per i loro rudi metodi di "approccio", ne
erano intimorite. Non mancarono alcuni atti di violenza gratuita, come quando
per strada alcuni tedeschi strapparono dalle braccia della madre Maria Sirolli il piccolo Loreto, portandoselo via senza alcun motivo e
tenendolo sequestrato fino al giorno successivo.
Si dice
inoltre che un abitante abbia ucciso un soldato tedesco che aveva cercato di
abusare di sua figlia e che per questo abbia scontato alcuni anni di prigione.
Si parla anche di un altro tedesco ucciso da alcuni paesani a colpi di bastone
durante una rissa, il cui corpo sarebbe stato
accuratamente occultato per evitare rappresaglie.
Come in
molti altri centri, anche in San Pio i tedeschi costrinsero gli abitanti a
lavorare per tracciare linee di fortificazione : in
breve tempo, vennero scavate lungo la Nazionale numerose trincee, con lo scopo
di offrire protezione soprattutto contro le numerose incursioni aeree (ancora oggi
è possibile osservare la particolare forma ad "elle" delle menzionate
costruzioni difensive, che le rendeva efficaci qualunque fosse la direzione
dell’attacco nemico). Alla fine del ’43 due aerei alleati distrussero nei
pressi del bivio di San Pio (nelle vicinanze dell’attuale cabina ENEL) due
camion che trasportavano carburante ed altri
rifornimenti. Tre mesi più tardi, nella stessa zona altri aerei mitragliarono
un’autocolonna che viaggiava in direzione di Sulmona. Nel marzo ‘44 un aereo
alleato attaccò anche l’abitato, ferendo diverse persone, alcune anche in
maniera grave.
Un aereo
tedesco, abbattuto durante un combattimento contro velivoli alleati precipitò
presso il tratturo che passa tra San Pio e Caporciano.
Il pilota riuscì a salvarsi lanciandosi col paracadute e fu prontamente
soccorso e recuperato da soldati accorsi in motocicletta. Molta gente
incuriosita sopraggiunse sul luogo, e qualcuno sottrasse alcune parti
dell’aereo. Il nostro intervistato Elio Lalli, ad esempio, ne raccolse le ruote, ed insieme con altri pezzi asportati da camion
tedeschi, costruì una sorta di "carrozza" a motore.
Anche a San
Pio alcuni fuggiaschi inglesi furono nascosti per lungo tempo in grotte poste al di sotto del castello e persino presso le Suore
Francescane di Gesù Bambino (che abitavano l’edificio che oggi ospita l’asilo),
stabilendo con loro rapporti di profonda amicizia.
La presenza
tedesca venne attivamente osteggiata da un nutrito
gruppo di partigiani: i membri "ufficiali" della banda erano
quindici, tutti di età inferiore ai trent’anni, ai quali si affiancava una
considerabile schiera di ragazzi tra i 10 e i 16 anni, col cui appoggio (per lo
più venivano impiegati come "pali", cioè come copertura di azioni
portate avanti dai membri adulti) il numero dei patrioti attivi nel paese
saliva intorno a quaranta.
L’ex
partigiano Pinterpe Fioravante, da noi intervistato, ricorda i nomi di alcuni suoi compagni (Gino Aloisio, Elio Lalli, Domenico
Leone, Pasquale Di Cesare, Antonio D’Andrea) e quelli dei due comandanti :
Giovanni Aloisio e Adelio Di Censo. Tredici elementi della banda erano nativi
del paese; degli altri due, uno era di origine slava,
l’altro proveniva dalla Calabria.
I partigiani
si nascondevano in pagliai e grotte sparse qua e là nelle campagne circostanti
e in alcune chiesette fuori dal centro abitato, come
quella di S.Antonio e quella di Cintorelli, situata tra San Pio e
Civitaretenga.
Data
l’esiguità delle forze e degli armamenti, la resistenza opposta ai nazisti si
traduceva soprattutto nell’occultamento di materiali metallici e in varie
azioni di disturbo, mai in veri e propri scontri a fuoco. Fu escogitata, ad
esempio, una trappola tanto ingegnosa quanto subdola: presso il bivio del
paese, poiché la strada era costeggiata su entrambi i lati da alberi, venivano tese tra le piante delle robuste corde metalliche,
in modo da poter rovinosamente disarcionare i motociclisti tedeschi.
Altro
sistema era quello di modificare artigianalmente i proiettili d’artiglieria che
venivano prelevati dai camion tedeschi distrutti nelle
incursioni aeree degli Alleati. Delle mine così ottenute vennero
utilizzate dagli stessi partigiani contro le colonne tedesche : durante
uno di questi agguati perirono quattro soldati, e dai resti dei camion e degli
automezzi danneggiati la banda trafugò nuovi armamenti ed ogni altra cosa che
risultasse utile.
D’altra
parte, tutte le armi che si avevano a disposizione
erano tedesche: complessivamente i patrioti possedevano 14 fucili, dei quali
quattro furono prelevati dai tedeschi uccisi sopra citati, e gli altri dieci
trafugati dai magazzini nazisti con un’ardita azione notturna. L’incarico di
compierla fu assunto da Gino Aloisio e Domenico Leone. Per
potersi muovere indisturbati, i medesimi ricorsero alla collaborazione delle
proprie sorelle, le quali seppero abilmente distrarre la sentinella posta di
guardia al deposito. I due penetrarono nel magazzino, rubando i dieci
fucili da una cassa di armi ed ebbero anche l’accortezza
di occultare il furto sostituendo, alle due file di fucili mancanti, dei
supporti che garantivano l’equilibrio delle file sovrastanti.
Alcuni
partigiani, fra cui il nostro intervistato, erano discreti conoscitori della
lingua tedesca, il che fu molto utile per intercedere all’occorrenza in favore
dei civili. Di sera, ad esempio, allo scattare del coprifuoco, era possibile
quantomeno spiegare i motivi di una uscita non
autorizzata.
Molto significativo ci sembra l’episodio di una sentinella che,
dopo aver intimato l’altolà con la solita aria minacciosa, scambiando alcune
parole in tedesco col Pinterpe, confessò di essere da lungo tempo digiuno, e di
poter "chiudere un occhio" in cambio di un po’ di cibo.
Importanti
atti di resistenza disarmata furono compiuti anche dall’impiegato comunale
Galeno Pinterpe (l’unico in paese a possedere una radio), il quale curò sempre
di avvertire i compaesani in coincidenza di rastrellamenti o requisizioni
preannunciati al Comune, affinché i soggetti a rischio potessero mettersi in
salvo.
La
liberazione del paese fu un’operazione rocambolesca poiché, nonostante la
partenza dei tedeschi (che era stata costellata di distruzioni di tralicci,
casolari ed altro) gli Alleati attestati presso Popoli sembravano aver
"dimenticato" la zona della Piana di Navelli. Fu necessario che
qualcuno si recasse da loro, e l’impegno fu assunto da Giovanni Aloisio
(omonimo del capo partigiano), che coraggiosamente si avviò in sella ad una
bicicletta.
Dopo la
liberazione, la banda partigiana di San Pio si adoperò anche in operazioni di
"bonifica" dei terreni minati. Nella parte alta del paese, ad
esempio, dai campi limitrofi alla strada di accesso al
centro abitato, con un lavoro lungo e rischioso vennero estratte circa 280 mine
anticarro, di diversa specie : "a pressione", oppure munite di una
sorta di cappio di ferro filato che, trascinato con forza, faceva scattare il
detonatore.
Maneggiando
per lungo tempo questi ordigni, i partigiani di San Pio erano divenuti
piuttosto esperti nel disattivarli e per questo ricevettero delle richieste di aiuto anche da altri paesi. Tutti gli ordigni recuperati vennero infine immagazzinati in un casolare, ove tuttavia
non furono certo al sicuro, dal momento che alcuni uomini privi di scrupoli
riuscirono ad appropriarsi di alcune di queste mine, da cui estrassero il
tritolo per rivenderlo in piccole quantità ai ragazzini. A loro volte, ignari
della pericolosità dei loro giochi, questi si costruivano piccole bombe
utilizzando bossoli vuoti di fucile o di mitragliatrice. Così, mentre alcuni
uomini a rischio della vita eliminavano gli ordigni di guerra, altri uomini li
rimettevano in circolazione allungando lo strascico di lutti e di dolori
lasciato dalla guerra.
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Gli autori
Andrea Ceci,
Francesca Ceci, Daniele Chiaperotti, Andrea Cupillari, Chiara D’Angelo,
Fabrizio Di Mario, Sara Di Marzio, Leda Di Nicola, Federica Di Pompeo, Laura Di
Stefano, Federica Feliciani, Luca Florio, Riccardo Gizzi, Simone Iannucci,
Raffaele Iovenitti, Luca Lamanna, Serena Marcantonio, Matteo Marotta, Thomas
Marziani, Matteo Micozzi, Alberto Moretti, Armando Nanni, Goffredo Pandofi,
Moira Ruggeri, Simona Stipa e Francesco Urbani
ringraziano
Osvaldo
Aloisio, Giovanni Altobelli, Aquilio Aniceti, Renzo Antonacci, Daniele
Antonelli, Giacomo Baldini, Pietro Barbati, Benito Barbieri, Libera Barozzi,
Santina Berrettini, Vittoria Buzzi, Elena Cardigno, Maria Carissimi, Filindo
Ceci, Velia Ceci, Mario Cerutti, Italo Ciuffetelli, Alessandro Clementi,
Raffaele Colapietra, Costanza Copat Lusi, Esterina Cordeschi, Clara Cotellessa,
Giovanni Cotellessa, Silvio Cupillari, Antonio D’Ascenzo, Francesco De Bartolo,
Lucia Del Grande, Delvisio Deli, Luigina De Meo, Osvaldo De Meo, Filippo De
Simone, Giuseppe De Simone, Giuseppe Di Carlo, Balduino Di Marzio, Pierina
D’Innocenzo, Nunziata Di Paola, Mario Di Tommaso, Palmerina Eliseo, Amedeo
Esposito, Delfina Faina, Maria Feliciani, Giovanni Fiordigigli, Ennio Fischione,
Rita Gianfelice, Flora Gianvincenzo, Vittorio Giorgi, Mario Gizzi, Ugo Gizzi,
Elvira Graziani, Lina Iovenitti, Elio Lalli, Maria Lattanzi, Giacomo
Liberatore, Marcello Liberatore, Antonio Marcantonio, Luigi Marchetti, Elisa
Marziani, Manola Masciocchi, Antonio Matarelli, Giovannina Mazza, Iride
Olivieri, Dino Palmerini, Giovanni Pasqua, Fioravante Pinterpe, Valerio
Pinzari, Venturina Ponzi, Maria Properzi Gizzi, Giulia
Ragone, Luigi Raparelli, Clelia Ricci, Maria Roscetti, Cosimo Ruggeri, Claudia
Santilli, Anna Sbroglia, Agnese Sebastiani, Ottorino Simeoni,
Paolantonio Sirolli, Cesare Soldati, Bruno Stagni, A. Maria Vargas Maciucca,
Anna Verde, Rosina Zara, Silvio Zara, Armando Zilli.